sabato, luglio 11, 2009

Magie


A luglio sembra che l’asfalto si sciolga sotto i piedi, incendiato da un sole rovente. Stamattina sono uscita per fotografare un po’ la mia città, per vederla con occhi diversi e cogliere dettagli invisibili nella quotidianità. Ho scattato foto e certi squarci presi con la luce diurna assumono colori vivaci e vividi. Tutto questo perché il romanzo che ho iniziato a scrivere ho scelto d’ambientarlo interamente a Latina.
Voglio vedere come riesco a “dipingerla”. E poi, non so, quando mi è venuto in mente uno dei protagonisti l’ho pensato subito a lavoro in una trattoria meravigliosa e caratteristica aperta di fronte all’oratorio. Ci stava bene anche perché qui da noi c’è Sabaudia. Bastano pochi minuti di macchina per arrivare in un paradiso naturalistico. Dune, lago, Mediterraneo e foresta.
Sono posti magici secondo me. Posti che meritano d’essere vissuti e raccontati.


Foto by Elys.

martedì, giugno 30, 2009

Non s'aspetta più nessuno


La prima volta che era entrato in quella casa lo sguardo s’era posato subito sulla terrazza invasa dal calore di mezzogiorno e occupata da una vecchia pianta senza nome. Testimone scelto della sua abominevole solitudine. Speranza appesa su spalle deboli.
Erano passati dieci anni da allora. Dieci anni durante i quali non aveva fatto altro che starsene rintanato in quel piccolo e scomodo appartamento, con la faccia appiccicata contro i vetri chiusi a fissare la strada ricoperta di san pietrini. L’aria gli dava fastidio. Il profumo del mare, sempre troppo intenso, gli stordiva i sensi. Il rumore delle macchine era l’insopportabile carogna delle sue notti insonni.
«Ce…ce…sta il so…sole pure oggi.»
Bisbigliò a mezza bocca, seduto sul letto. Gli occhi ebano socchiusi per difendersi dai feroci riverberi del sole.
Lo scirocco piombò sul balcone, scuotendo i resti dell’arbusto ormai morto. Qualche petalo residuo, di un bianco stinto, giaceva molle sulla terra secca. Improvvisata bandiera ammainata sul cadavere travolto dall’incuria umana.
Aveva senso continuare a stare seppellito là? Aveva senso aspettare? La guerra era finita da un pezzo e i sopravvissuti li aveva già tutti restituiti. Fantasmi venuti dal Mediterraneo. Discesi dagli Appennini o incastrati dentro bare di legno scuro. Estremo saluto di chi poteva ancora permettersi un funerale. Cosa ci restava a fare in paese? Alessandro non s’era fatto più sentire. Niente lettere sporche di fango. Niente telegrammi. Niente. Svanito.
La madre l’aveva pianto subito, appena salì sulla nave, la corazzata Bellavia. Non ce torna più qui. Non ce torna più. Me lo sento qua in fondo. In fondo. Si batteva i pugni sul petto, toccandosi i capelli arruffati dal dolore e invocando la grazia del Cielo. Suo padre, invece, se n’era rimasto zitto a fissare l’acqua. Sul volto incavato dalla fame, un’ombra di lacrima. Solo lui aveva alzato una mano per salutare il fratello maggiore, sicuro che l’avrebbe rivisto. Alessa’! Alessa’ io…io t’aspetto…ca…ca…capito? Non me fa co…cose storte! Devi da torna’ da…da…da mme! Il grido, inghiottito dall’assordante frastuono dei motori, riuscì ad aggrapparsi al parapetto e a toccare, eco lontano, le orecchie del giovane soldato. Un sorriso sbiadito dal tempo si stampò agli angoli delle labbra. Aspettame. Disse muto. Parole raccolte nonostante il caos.
Lui la promessa l’aveva mantenuta in mezzo alla campagna annientata dalle bombe tedesche, accasciato sui corpi straziati dei genitori. Sordo alle minacce degli uomini con la svastica impressa nelle iridi blu. Gli avevano intimato di dargli tutto se non voleva crepare come un lurido verme vomitato dal suolo, ma testardo s’era caricato i suoi quattro stracci e trovato rifugio in centro, nella bicocca di un amico, aveva atteso l’arrivo del 1945.
Sospirò, a lungo, ricordando quel passato ancora troppo presente a se stesso. Le risate allegre di un gruppo di ragazzini gli arrivavano attutite, mescolate al suo respiro affaticato. A stento posò il piede nudo sul pavimento e s’alzò facendo leva sulla stampella. La gamba destra non era riuscita a sottrarla dall’arrivo imprevisto di una granata. Se la sentì smembrare e quando riaprì gli occhi si rese conto di averle finite tutte le lacrime per piangere anche quella disgrazia.
Lentamente si accostò al davanzale, togliendo le tende tirate. Lo sguardo si posò sulla maniglia della finestra. Le dita indugiarono su di essa. La girarono in senso antiorario. La fessura che venne a crearsi tra uno stipite e l’altro, consentì alla brezza estiva di penetrare nella stanza, inondandola del forte odore di sabbia e salsedine.
Luca sussultò stordito. I contorni degli edifici di fronte divennero sfocati. I polmoni si serrarono in una morsa, impedendogli di prendere ossigeno. Agitato, indietreggiò in gesti scomposti, spostando il peso sulla protesi. L’equilibrio si spezzò e lui crollò a terra in un tonfo sordo. Le urla dei bambini invasero impunite ogni angolo del loculo accompagnate da violente sferzate di vento.
«Zitti…zi…zi…zitti…state…state…zitti! Zitti!»
Riverso su un fianco ansimava. Quel baccano gli opprimeva anima e pensieri. Era stare di nuovo in mezzo alle ostilità. Sentire i lamenti dei morti. Vedere Alessandro partire e supplicare in silenzio di non perderlo. Patire una bieca sofferenza, impastato di sangue. Il suo e di chi gli era stato accanto fino a qualche minuto prima nel tentativo di salvarsi. Orfano d’ogni speranza aveva smarrito la capacità di vivere. E nessuno gliel’avrebbe potuta restituire. Nessuno tranne suo fratello.
Per questo continuava ad aspettarlo, consumato dalla disperazione. Ridotto a brandelli dal terrore d’essere rimasto solo per davvero.
«Zitti…zitti…zitti! NON…NON…NON VE…VE VOGLIO PIÙ SE…SENTÍ!»
Ripeté a voce alta, strozzata e spezzata dall’asfissia.
Il corpo magrissimo, scosso da spasmi violenti, tremava e con un enorme sforzo riuscì a circondarsi il ventre con le braccia.
«Alessa’…Alessa’…mme l’hai promesso…mme l’hai promesso…che…che…che non…non te lo ricordi più? Che…che tte lo ssei dimenticato?»
Tossì. La fronte imperlata di sudore.
«Io…io…mme ricordo tutto…tutto…»

«Alessa’ e perché te…te devi a…a…arruolarre?»
«Perché m’hanno chiamato, Luca. M’hanno chiamato e non te poi rifiuta’ de indossa’ ‘sta divisa.»
Alessandro sta fermo davanti allo specchio della camera. La campagna ha ancora il profumo dell’erba tagliata e del fieno accatastato nelle stalle. A luglio il caldo non concede tregua e si respira a fatica persino all’ombra. Luca lo guarda ammirato con la bella divisa verde, stirata di tutto punto, gli stivali e il berretto. L’osserva e in fondo al nero dell’iride una macchia di timore si fa largo, distorcendo la bocca in una smorfia d’angoscia.
«E sse non torni…i…i…io a…a…ando’ vado?»
«Luca come ando’ vai? Io torno e certo che torno, figurate. Tu me devi aspetta’, capito?»
«Mamma piagne e…e…di…dice che…che…c’ha paura che…che…t’ammazzano!»
«Non m’ammazza nessuno a me.»
Il soldato, viso abbronzato e sguardo topazio, si china sul minore, accovacciandosi sulle gambe muscolose.
«Stamme a senti’ Luca e guai a te se te dimentichi ‘ste parole mie.»
Adagia una mano sulla sua spalla e gliela stringe deciso.
«La guerra ce potra’ toglie tutto, ma le radici, quelle no. Quelle so’ solo nostre, capito? Le radici ce restano appiccicate addosso, so’ il cuore e la testa e rimangono per sempre. Me stai a capi’?»
«E che sso ’ste…’ste radici? Ando’ sse…sse trovano Alessa’?»
«Luca…»
Sorride e se lo stringe al petto.
«…semo noi le radici. So’ mamma, papà, io e tu. Il sangue è sangue e nessuno lo strappa via. Resta dentro de noi.»
«C’hai…c’hai ragione…re…re….resta de…dentro de noi.»

I giuramenti andavano mantenuti. Alessandro non ne aveva mai mancato uno ma quel conflitto s’era inghiottito il mondo. Magari pure lui.
Dieci anni di silenzio erano tanti.
Spostò la nuca verso il soffitto, fissandolo stravolto. Non era niente senza l’altro, la famiglia, i vecchi amici. Cos’era rimasto di loro?
Tombe.
Fosse comuni.
Cimiteri.
Chiese.
Menomazione.
Questo e il vuoto dell’attesa.
«Che…che…mme…mme i…illudo…illudo a ffa’ a…ancora?»
Posò i palmi sul pavimento incendiato dal sole e spingendo verso l’alto riuscì ad alzarsi. La camera girava ma non gli interessava più.
«Non…non…se…se…to…to…torna da…da laggiù…Alessa’…tu…tu…non ce torni…da…da me…»
Afferrò la stampella. I ragazzini avevano smesso di giocare, richiamati dalle madri. Una quiete stantia era tornata a impossessarsi del paese.
Luca arrancò sulla terrazza, lottando contro il panico di sapersi fuori, all’aperto, preda dell’aria.
Feroce gettò lontano da sé la gruccia, scivolando giù, seduto, con la schiena contro il muro. Il calore di luglio gli inzuppò la camicia.
«Alessa’…non…non c’ha più senso…»
Strappò rabbioso la protesi in uno scatto rapido e deciso.
Respirò a fondo.
Chiuse gli occhi.
L’avrebbe aspettata così la morte.


Foto di Fabbio
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domenica, giugno 28, 2009

Monito personale


Oggi mentre frugavo nella miriade di libri chiusi nell’armadio (gli scaffali ormai sono pieni e tra un po’ temo che dovrò prendere una drastica decisione. O compro una libreria o verrò letteralmente sommersa da romanzi e saggi!) mi è capitato tra le mani “Il lavoro della scrittura: analisi e retorica del testo” di Claudia Sebastiana Nobili, edito per la Sansoni. In quarta di copertina ho trovato un passo che secondo me dovrebbe tenere a mente chiunque voglia intraprendere la carriera di scrittore. Lo voglio appuntare qui, come mio monito personale.

- Saper scrivere non è solo una dote innata. La scrittura è un lavoro di artigianato che si impara attraverso la lettura e l’analisi dei testi altrui. Come mai alcuni testi ci interessano, altri ci lasciano indifferenti o addirittura ci annoiano? Quali sono i “segreti” di testi altamente elaborati come quelli letterari? Chi scrive deve sapere che cosa è un testo, che ruolo hanno l’autore e il lettore, come si elabora un progetto convincente. Solo a questo punto inizia la scrittura vera e propria, il lavoro di narrare e descrivere, esporre e argomentare, la messa a punto delle strategie retoriche e linguistiche appropriate. La scrittura diventa così un gioco di equilibrio fra originalità e imitazione, ricerca di coerenza logica e di efficacia stilistica, dove nessun particolare va trascurato perché un lavoro ben fatto – lo insegnavano i sofisti della Grecia antica – può anche “rendere più forte il discorso più debole”. -


Foto di kapt73

martedì, giugno 16, 2009

Un pezzo di paradiso


Profumo di gelsomini. Lo sento forte intorno a me, come da bambina quando correvo lungo il perimetro del tuo chiosco verde per nascondermi da invisibili mostri diurni. Intenso m’impregnava il naso e i vestiti e i sogni diventati all’improvviso tutti bianchi con qualche rado sbuffo giallo. Faceva caldo anche allora. Faceva caldo allo stesso modo di oggi. L’asfalto assorbiva il fiato del sole e ce lo restituiva carico d’afa.
I tavolini, disposti in disordine lungo il perimetro del locale, erano una macchia azzurra stagliata contro il giardino incolto e la siepe che tu potavi un po’ a casaccio quando la vedevi troppo folta. L’unico ombrellone aperto offriva riparo ai soliti clienti del giorno. Amici o poveri disgraziati che là trovavano un pezzo di paradiso dove dimenticare il proprio male. Non t’importava di far credito eterno. Per te era importante sorridere. Sentire le voci. Preparare il caffè con quell’inconfondibile rumore meccanico, quel clac clac che segnava a ritmo regolare la caduta dei chicchi macinati dentro l’incavo della macchina.
Qualcuno s’è stupito della nitidezza di certi ricordi. Io no. Nel tuo bar, ho trascorso la mia intera infanzia e ogni giorno, ogni piccola cosa fatta insieme, credo si sia fusa insieme al sangue e al cuore, in una bella nenia che continuerò a narrare.
Perché non voglio dimenticare.
Perché quando arriva questa data sento il bisogno di fermarmi. Di chiudere fuori il mondo e di toccare con il pensiero le immagini del nostro passato che sanno di tante cose diverse. Cornetti alla panna, cappuccino, fiori appena sbocciati, miele, granite alla menta consumate seduta sul frigo dei gelati, acqua bevuta mentre fuori le stagioni imperversavano indifferenti.
Lo ammetto, mi capita di piangerti ancora e di ridere altrettanto.
Ti voglio bene, nonno.

Foto di intao

giovedì, giugno 11, 2009

Pausa di pensieri


Questo è un periodo abbastanza intenso per me. Sto studiando per l’esame su cui darò (si spera) la tesi di laurea e prepararlo mi porta via tempo ed energie. Arrivo a sera che ho solo voglia di spegnere la spina, rilassandomi sul letto con la piccolina (che a differenza mia è sempre vivace e pronta a fare “la lotta”). L’estate intanto bussa timida alla porta, arriva di soppiatto, con il suo vento caldo impregnato dal vago odore di salsedine e il silenzio di pomeriggi assolati. Incendiati d’arancio.
Nelle pause i pensieri vagano lontani. Si mescolano al passato e al presente. Cacciano via le solite paranoie sul futuro e si soffermano, ogni tanto, a riflettere sul libro sottoposto ad editing. Mi chiedo cosa mi aspetterà dopo, quando verrà proposto agli editori dall’agente, se piacerà o no. E intanto ha preso forma una nuova storia, un intreccio complicato, una vicenda drammatica tessuta tra scelte, perdite e crescita. È tutto qui, impresso nella testa e nel timore che voli via ho deciso di concedermi un intero fine settimana da dedicare alla scrittura.
Musica nelle orecchie.
Parole tra le dita.
Pause immerse nella lettura dell’ultimo gioiello acquistato: Io sono Dio di Giorgio Faletti. Ne dirò diffusamente appena l’avrò terminato ma per ora mi preme sottolineare che lui la letteratura ce l’ha davvero nel sangue. E non è solo un fatto di storia avvincente. Nelle sue opere c’è forma, stile, ambiente, pathos, personaggi, dolore e poesia.
Lo ammiro svisceratamente e incondizionatamente.


Foto di stephbombzz

mercoledì, giugno 03, 2009

Come la pioggia


Un’altra storia sta nascendo anche se ancora non ha preso consistenza e vita sulla carta. “Come la pioggia”, se riesco a scriverla, sarà il terzo romanzo che come è mia abitudine si discosterà dagli altri per la trama, i personaggi e le ambientazioni. Ho buttato giù, fino ad ora, l’idea base, cancellando tutto quanto avevo redatto fino a questo momento perché non rispondeva alla mia aspettativa. Sentivo che mancava qualcosa. Ora penso di averlo trovato. I protagonisti ce li ho ben impressi nella testa, mi girano intorno da mesi. Nell’idea iniziale doveva essere un libro narrato tutto in prima persona ma adesso non sono più convinta della scelta. Avere un punto di vista così limitato mi lega le mani su molte cose e a me piace spaziare, far entrare il lettore dentro la vicenda con la testa e con il cuore. Senza contare la difficoltà di tessere le fila senza ricorrere alle digressioni, necessarie per far comprendere certi antefatti.
Ci rifletterò sopra. Al momento, tempo permettendo, proverò a buttare giù il primo capitolo. Il resto spero verrà anche un po’ da sé. Come sempre.
Ogni racconto ha il proprio filo rosso.


Foto di gatis-vilaks

giovedì, maggio 28, 2009

Ti ho scelta perchè...


“Ti ho scelta perché…”. Fa un effetto strano sentirselo dire e avere finalmente qualcuno che ha voglia e coraggio di scommettere su di te. L’agente letterario al quale avevo inviato il mio libro nella speranza che mi prendesse, ha risposto in positivo e ora sono una “scrittrice” rappresentata. Scriverlo qui dopo tanti “no” e tante critiche, comunque utili e necessarie per crescere, fa un effetto strano. Devo ancora abituarmi all’idea di avere qualcuno che si occuperà del mio romanzo trovando l’editore più adatto e disposto a darmi una chance. L’emozione è tanta e la paura anche, ma ora so di non dovermi arrendere. Ora so di non dover permettere a nessuno di calpestare il mio sogno.


sabato, maggio 23, 2009

Luce


Sola, in un oceano in tempesta, ho navigato alla ricerca della luce. Di un segno che m'aiutasse a ritrovare la sponda lontana dei miei sogni di viaggiatrice. Il cielo ha taciuto le sue mille promesse e le stelle incastrate tra grovigli d'oscurità hanno illuminato la strada, il mio ponte sull'acqua. Se si cade bisogna rialzarsi ed io lo faccio sempre, nonostante ogni tanto lo dimentichi.
Ha piovuto. Ma ora il sole è tornato e non voglio più che vada via.
Smettere di credere in se stessi è un passo verso il nulla.
Io sono lontana da quel precipizio.
I miei giorni devono essere a colori e non più in bianco e nero.

Foto di Sterndal

martedì, maggio 19, 2009

Buio


Quando tutte le strade franano sotto i piedi, non puoi fare altro che fermarti. Guardare in faccia alla realtà e deporre le armi. Io ho smesso di combattere e d’illudermi d’essere nata per scrivere. In fondo i sogni sono solo stelle filanti appese nel cielo, condannate a sciogliersi con la luce del mattino. Non smetto di scrivere, questo mai. Accantono semplicemente l’idea di essere e diventare una vera scrittrice. Non lo sarò mai. Non lo sono mai stata. E va bene così. L’importante è averlo capito in tempo.
Dopo il buio, prima o poi, tornerà la luce.
Basta saperla aspettare.


Foto di confusedvision
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sabato, maggio 16, 2009

Il muro dell'apparenza

La morte ti lascia addosso una sensazione d’incompiuto. Ti ricopre di domande che spesso restano sospese. Il commissario Giulia Campi, arrivata da poco nella calda e assolata Sicilia, si ritrova ad affrontare un caso complesso: il brutale omicidio di Valentina. Una ragazzina di sedici anni in vacanza con la sua amica Silvia.

La morte di Valentina è stato il primo vero caso, dal mio arrivo in Sicilia. Questo già le varrebbe un posto di riguardo nei cassetti della memoria. Ma di certo non basta a spiegare perché ancora me la porto dentro, non in un ordinato schedario, ma conficcata come una scheggia sotto la pelle.
Torna a bruciare ogni volta che passo davanti a quella spiaggia, a Punta Sant’Elena, ogni volta che intercetto lo sguardo provocatorio di una ragazzina verso qualche corteggiatore, ogni volta che i miei occhi strisciano lungo le assi sconnesse e mangiate dal sole di quel chiosco sulla sabbia, nel vuoto di quel bancone al quale il titolare non è più tornato, dopo quell’estate.
Perché forse anche lui deve convivere con una spina che si è infilata da qualche parte e che ogni tanto si fa sentire. Forse anche a lui riesce difficile dimenticare.


Quella vita spezzata s’erge imponente oltre il caos, obbligando il silenzio del cuore. Lividi, morsi, sangue e sabbia mescolati insieme e occhi nocciola aperti, spalancati di fronte all’ingiustizia più grande. Chi le ha fatto questo? Il pressante interrogativo nasce immediatamente e ti porta a sentire con la medesima rabbia dei poliziotti, il bisogno di scovare il colpevole. Di capire come sia possibile compiere una simile violenza, accanendosi senza pietà su di un’innocente.
È lo spettacolo del mondo moderno quello che vediamo tessere dalle parole. La turpe bestialità indossare il suo vestito più bello e ridere del buio in cui brancolano i protagonisti. Nessun indiziato. Alibi inattaccabili. Un caso destinato a non avere soluzione se non ci fosse la cieca determinazione di Giulia, una donna che s’è tuffata negli abissi del suo dolore, per risalire in superficie e ricomporre i pezzi di un’esistenza andata in frantumi a Milano. La sua città fino a quando non ha scelto di dirle addio. E poi c’è Alfano, ispettore abituato a parlare poco e ad agire nei meandri di una Sparàgi sempre assolata e chiusa nei suoi riti, figlia di una terra appesa a metà tra il passato e il presente. La tradizione e il progresso.
La soluzione è un gioco d’apparenze, ricatti e menzogne. È celata dietro la follia dell’uomo. E anche quando arriva, dirompente e rabbiosa, ti lascia con l’amaro in bocca perché nessuna pena sarà mai sufficiente a cancellare quel dramma. Nessuna pena restituirà a una ragazza la sua adolescenza e il suo futuro.

La morte ti tocca sempre, anche se sei uno di quegli strani esseri umani pagati per conviverci. Come me. Arriva un momento, quasi in ogni indagine, un momento nel quale quella particolare morte sfida il tuo sguardo in una gradazione che i tuoi occhiali scuri non riescono a schermare.
Ti si appende addosso, ti lascia una traccia, anche la fine di un delinquente, di un assassino perfino. È la morte, non chi, la morte in sé che ti apre gli occhi e ti fa vedere ciò che fino a quel momento hai preferito (saggiamente?) ignorare. Può essere lo sguardo duro e spaventato di un bambino innocente se non nel sangue, un bambino che sai che non dimenticherà mai il tuo volto, che ti odierà per sempre. O le lacrime nascoste di una madre, la sua vergogna a piangere quel figlio mentre il mondo storce il naso, o invece le sue grida furibonde, il suo dolore rabbioso che ti ricorda che ogni amore, anche quello per una bestia, è sacro.
Ogni volta che ti viene vicina, la morte ti mette di fronte a te stessa. Soprattutto quando il brivido che senti non è solo paura.

La scrittura di Sabrina scivola via, leggera, impalpabile eppure intensa, profonda, talmente intima che ogni sillaba ti si aggrappa addosso come un marchio indelebile, trascinandoti, anche quando vorresti fuggire perché fa male, in quelle pagine intrise di verità. Non è solo un giallo questo libro. È una lettura dell’anima vista attraverso lo sguardo di una sola persona che è, però, lo sguardo di tutti noi. Il fondo della società. La realtà al di là della maschera. Al di là delle apparenze. E non importa quanto sia difficile scalfire un muro d’omertà e vergogne. C’è sempre un modo per vedere oltre.

Il muro dell’apparenza, Sabrina Campolongo, Historica, Euro 12,00.

L'immagine è la copertina del libro. Il corsivo piccolo sono dei passi tratti dal romanzo.

martedì, maggio 12, 2009

Impressioni "Alpine"


Queste sono le impressioni registrate nel corso dei tre giorni passati insieme agli Alpini, in occasione della loro 82° Adunata Nazionale, tenutasi a Latina.


Venerdì: gli Alpini sono arrivati. Il centro è chiuso alle auto e dal mio appartamento si possono già sentire i cori, la musica delle fisamorniche e un brusio confuso di voci. Dialetti diversi che si confondono gli uni negli altri in un’improvvisata armonia. È difficile stare in casa perché quel frastuono ti attira fuori. Basta! Alle 16:00 decido che il mio fine settimana inizia da lì. Accantono i libri ed esco. Oltre la soglia del portone resto immobile e stupita ad osservare Latina. Non sembra più la mia città. È cambiata nel volto e un po’ anche nell’anima. I palazzi sventolano il tricolore. Le persone si riversano in strada nonostante un sole estivo incendi l’asfalto rovente. Gruppi di Alpini passano con il classico cappello con la piuma e mi salutano. Parlano. M’invitano al loro campo ad assaggiare il vino. Sono frastornata da tanta apertura. Da questa voglia di comunicare. Ma è bello. Armata di macchina fotografica m’avventuro nel quartiere per catturare il momento. È difficile da spiegare. Nell’aria c’è un’energia particolare. Una forza capace di scacciare via il cattivo umore. Non puoi essere arrabbiato o triste. La loro allegria è contagiosa. Rido e vorrei che quest’atmosfera durasse in eterno.


Sabato: sono le otto del mattino e gli Alpini già intonano i loro canti. La gente inonda il centro ed io, affacciata alla finestra, ammiro il quartiere incredibilmente vitale, tutto teso a divertirsi e a condividere la gioia di questi “ospiti speciali”. Esco di nuovo e immortalo altri momenti dell’evento. Una banda, in maggioranza composta da ragazzi e ragazze, suona allineata e in divisa a Piazza della Libertà. Ascoltarli è un’emozione. La musica ti entra nelle orecchie e scuote i sensi. Persino i giardini pubblici sono stati trasformati in una cittadella alpina. Campi, bancarelle, simulazioni di scalate e ancora quella voglia di festeggiare.
La sera appuntamento con le amiche. Lungo il corso si fatica a camminare. Un gruppetto con le fisarmoniche intrattiene una parte dei passanti, coinvolgendone qualcuno in danze popolari. L’aria è calda, appena rinfrescata dalla brezza notturna e mescolata al profumo inconfondibile di carne cotta alla brace. Mangiamo in fretta e poi, grazie a un colpo di fortuna, acquistiamo il cappello con la piuma a un prezzo stracciato. Finalmente possiamo confonderci nella folla. Chiunque ci vede ci osserva curioso, rivolgendoci complimenti a non finire. Ridiamo come matte. Alcuni signori ci chiedono una foto, ce la scattiamo e riprendiamo la passeggiata.
Ovunque incontriamo parate. Una di queste, quella della Val Susa, un anziano ci dice “noi siamo quelli della Val Susa…o la va o la brusa”, la seguiamo per un tratto con spirito nazionalistico. Bagno di persone. Fantastico.
A notte inoltrata la festa è ancora in corso, ma noi esauste e soddisfatte c’avviamo verso casa.


Domenica: è la grande sfilata finale. Tutti gli alpini attraversano il centro di Latina con striscioni e stemmi. Ogni reggimento si distingue dagli altri per un colore diverso delle camicie o delle magliette. Il capoluogo è lì ad applaudirli. Hanno reso il fine settimana diverso dagli altri. Hanno regalato a ognuno di noi risate, storie, battute, musica e canzoni. Hanno ricordato cosa significhi condivisione e divertirsi con cose semplici.
Ora che sono andati via è difficile abituarsi a un silenzio rotto solamente dal rumore delle macchine e non vederli più girare con gli occhi vivaci. Sempre disponibili a scambiare quattro chiacchiere.
A me mancano un po’ e vorrei tornassero un giorno a regalarci ancora i loro bellissimi sorrisi.
Grazie Alpini!
Siamo stati bene!
Sono stata bene!

Le Foto sono mie.

domenica, maggio 10, 2009

Auguri a tutte le mamme!


Auguri a tutte le mamme.
A quelle che si alzano al mattino presto per portare i figli a scuola per poi correre al lavoro.
A quelle che sembrano non stancarsi mai e che nascondono lo stress.
A quelle che scelgono d’essere madri nonostante siano state lasciate sole.
A quelle che amano incondizionatamente.
A quelle che sanno ridere e piangere.
A quelle che non hanno paura d’insegnare ai propri bambini il significato vero del dolore e della gioia.
A quelle che lottano.
A quelle che corrono.
A quelle che di domenica cucinano pranzi da re per la propria famiglia.
A quelle che non ci sono più ma che restano nel cuore di tutti nell’eternità di un pensiero.
Auguri con amore.


Foto di thalia29

venerdì, maggio 08, 2009

Quando arrivarono gli Alpini

L’arrivo degli Alpini fu un evento importante per la famiglia Funarioni. Trecentomila uomini con il cappello con la piuma e una gran voglia di festeggiare il loro ottantaduesimo anniversario, stava a significare possibilità per Assuntina di trovare un marito che se la portasse via. Ecco perché appena lesse gli avvisi sulle strade di Priverno della gran fortuna capitata a quelli di Latina, chiamò in tutta fretta la sorella Pina, trasferita in città da ormai un sacco di anni, dopo essersi sposata (mannaggia a lei) e le disse concitata:
«Pinu’, Pinu’…te prego me devi da ospita’ che non me posso mica perde n’occasione così!»
«Assunti’ e come faccio? Lo sai pure tu che a Peppe mio nun glie stai troppo simpatica…l’ultima volta che te so fatta dormi’ qua v’ho dovuti da divide che me stavate a sfonda’ casa!»
«No, no Pi’ guarda, guarda che te giuro su Elzina che a Peppe nun glie dico niente de storto e pure se me dice ‘na cosa brutta me sto zitta ma me devi fa veni’! Te rendi conto che ce staranno trecentomila omini? Ce ne sarà pure uno che me se pija!»
«Assunti’ e magari! Mica dico de no! Però tu non t’accontenti mai…insomma ce volemo ricorda’ al povero Claudione? O a Pinetto? Gli hai dato a tutti no calcio al sedere ché nun t’annavano più bene an certo punto!»
«Pi’ mo so cambiata! Famme veni’…tu ti si accasata, Elzina pure…che me volete fa sta da…sola?» E l’ultima parola le morì sulle labbra coperta dai suoi singhiozzi disperati. Pinuccia non poteva sopportare di farla piangere, c’aveva il cuore buono, e così sospirando forte accettò la richiesta, pregando in silenzio di non aver commesso un grave errore.
«Grazie! Grazie Pi’! Allora pijo lo primo pulman che trovo e arrivo!»
Assunta soddisfatta del risultato s’alzò dal divano afferrando la valigia già pronta ai suoi piedi.
«E ce lo sapevo io che nun me poteva rinnega’!»
Fischiettò soddisfatta.
Pochi minuti dopo era già in strada, diretta alla stazione degli autobus. Non le ci volle molto ad arrivare a destinazione. Appena un’oretta di viaggio su un mezzo completamente deserto. Cercò pure di parlare al conducente, per trascorrere un po’ di tempo ma quello se ne stava sempre zitto. Solo alla fine ne comprese la ragione: era muto.
«Oh me scusi tanto…ma io che ne sapevo…sa nun so’ esperta de ste cose complicate…so ‘na povera femmina de Piperno…»
L’uomo, esasperato le mostrò l’uscita con un cenno della mano e lei risentita da tanta scostumatezza se ne andò, bofonchiando che “non ci stavano più l’omini de ‘na volta”. L’unico filo di speranza era rappresentato dagli Alpini. Loro avevano salvato l’Italia. Di sicuro ne avrebbe trovato uno adatto da sposare.
Con un sorriso da ebete stampato sulla faccia mal truccata, s’incamminò sul vialone principale e zompettando eccitata individuò subito un gruppetto di militari accampati per il giardino, impegnati a canticchiare e a bere vino per salutare quel nuovo giorno.
«Quel mazzulin di fior che vien dalla montagnaaaaaaaa! Quel mazzulin di fior che vien dalla montagnaaaaaaa…e bada ben che non si bagna ché lo voglio regalaaaaaaar!»
«Ammazza questa sì che è gente felice…»
Pensò Assuntina fermandosi davanti a loro, stupita.
«Bongiorno cari signori!»
Li salutò perché era educata, urlando per farsi sentire.
«Quel mazzunlin di fioooooooorrrrrr….oh buongiorno signorina!»
A rispondere fu un omino grassoccio, dalla faccia rossa e il naso importante. Sulla testa l’immancabile berretto.
«Vedo che ve siete messi comodi…so’ contenta de vede’ che ve adattate a tutte le condizioni…lo findanzato mio de prima invece se nun c’aveva no cuscino de piume sotto ar culo manco se sedeva!»
«Il vizio noi non sappiam nemmeno dove sta!»
E mandò giù un altro sorso di rosso.
«E ce lo so, ce lo so. Complimenti, sì proprio tanti complimenti!»
«Signorina e perché non si unisce a noi, lei?»
«Io? No, no grazie…e c’ho mi’ sorella che m’aspetta al baretto…quello verde là…»
Lo indicò.
«…bello no? Sembra ‘na scatola de cioccolatini…ehhh so persone che se impegnano ‘na cifra sa? Se deve magna’ le consiglio de anna’ da loro!»
«Certo certo signorina…ma si facci una bevuta, non ci dica di no!»
La donna esitò per qualche minuto indecisa, poi alla fine cedette e si scolò lemme lemme mezza bottiglia di passito. Un record per i Funarioni, notoriamente astemi.
«E famo…sì…hic…famo ‘na ballata giovanot…to!»
L’alpino annuì e mettendole un braccio intorno alla vita iniziò a ballare con lei, girando vorticosamente in mezzo alla via, mentre cantava.
«Quel mazzulin di fiooooor che vien dalla montagnaaaaaaaaa!»
Assuntina gli andava dietro e già l’amava. Era l’uomo perfetto. Sobrio, elegante, allegro e con una voce squillante. Lo sentivano da chilometri di distanza. Con uno del genere accanto, la sua vita sarebbe stata meravigliosa e neanche rischiava di perderselo. Bastava che gli desse una voce per sentirlo.
Gira di qua, gira di là, il militare tuonò ancora il suo pezzo preferito. L’unico che conosceva probabilmente e iniziò a saltellare con la compagna.
«Quel mazzulin di fior che vien dalla montagnaaaaaa….»
Bum.
«Quel mazzulin di fior che vien dalla montagnaaaaaa….»
Bum.
«Quel mazzulin di fior che viene dalla montagnaaaa…..e guarda ben che non si bagnachè lo voglio regalar, e bada ben che non si bagna chè lo voglio regalaaaaaaaaaaar!»
Ennesimo zompo fatto purtroppo sul tombino spalancato sotto i suoi piedi che l’inghiottì in un lunghissimo tonfo.
Assunta restò interdetta, con le braccia ancora tese, come a stringere la sua ombra. Incredula abbassò lo sguardo sul fosso, da cui si sentivano perdersi in lontananza le ultime note del mazzulin di fior.
«Alpinoooooo! Alpinooooooo ma pensa de torna’ su un domani? No perché la posso pure da aspetta se glie va’!»
Alla domanda corrispose solo un sonoro “ciaf” e un “regalaaaaaaaaaaaaaaaaaaar!”, seguito dal pianto ululato della donna, incapace di capire come potesse essere così sfortunata.
Il pover uomo non fu più ritrovato. Alcuni raccontarono d’averlo visto in Cina, altri in Tunisia. Per tutti il luogo del misfatto divenne “lo bucone ando’ se disperse l’alpino canterino”.
N.B.
La scena dell’alpino che cade giù è liberamente ispirata a una celebre scena del film "Le comiche", dove un uomo, sull’aereo guidato da Banfi, canticchiò proprio quella canzone, zompettando e poi cadendo nel vuoto perché il pavimento si bucò! E lui coprì la falla con un giornale…meraviglioso! Voglio anche precisare che il racconto è solo una storia goliardica e inventata. Non ha alcuno scopo offensivo nei confronti degli Alpini che personalmente adoro!


Foto di FaboC.

venerdì, maggio 01, 2009

Prima che sia tardi


Silenziosa fata
hai danzato nella notte
sollevando polvere di luce.
Zitta mi hai guardato
con occhi intrisi d’amarezza.
Ho provato ad afferrarti
con mani piene di paura.
Ma tu ti sei allontanata
svanendo tra le nubi.

Voltati e fermati.
Lasciati guardare.
Lasciati amare.
Lascia che io sia per te
un sogno di mezza estate.

Hai detto
di sorrisi è vuoto il mondo
danzando senza musica
in un prato carezzato
da turgide tristezze.
E io non so
chi ha ragione
in una guerra
d’ossessione.

Voltati e fermati.
Lasciati guardare.
Lasciati amare.
Lascia che io sia per te
un sogno di mezza estate.

Il dolore non si può cancellare
ma insieme possiamo annientare
ogni brandello di cupo terrore.

Voltati e fermati.
Lasciati guardare.
Lasciati amare.
Lascia che io sia per te
un sogno di mezza estate.

Questa "canzone" è stata tratta tratta dal mio racconto "Prima che sia tardi".


Foto di Auro
Licenza Creative Commons

mercoledì, aprile 29, 2009

Rain


La pioggia non vuole lasciarci tregua in questi ultimi giorni d’aprile. Vince ogni resistenza e spazza via i residui del sole. Ho cercato di catturarla ieri sera ma sfuggiva all’obiettivo della macchina fotografica, così ho chiuso la finestra e ho rapito le gocce infrante contro i vetri.
Non mi sono mai piaciuti i temporali violenti e detesto sentire il vento sibilare fuori dal balcone. Sembra un bambino dispettoso che crea caos per avere un minuto d’attenzione. Allora ho storto la bocca e acceso lo stereo lasciando alla musica il compito d’annebbiare i cattivi pensieri.
Si può volare lontano se ci si lascia andare.