mercoledì, febbraio 03, 2010

Ritorno a casa

Ce l’ho qui davanti “Memorie di noi”. Tornato a casa dopo il lavoro di editing. Ora dovrò rileggerlo e riconsegnarlo all’agente. Non so cosa accadrà dopo o chi sarò domani. Adesso è quello che conta. E io adesso sono attraversata da mille emozioni diverse. Centinaia di pensieri. Paure. Domande. Ho faticato a prendere sonno in queste ultime due notti. La mente viaggiava troppo e si perdeva di nuovo tra le pagine del romanzo, amandolo, sperando che anche qualcun altro potrà ricevere sensazioni dai protagonisti. Mi tremano le gambe come una ragazzina il primo giorno di scuola. È un brivido bello però. Lo voglio conservare così.

Foto di desertman
www.deviantart.com
http://desertman.deviantart.com/

domenica, gennaio 24, 2010

Sognando l'orizzonte


C’è un pensiero che ho ritrovato tra carte sparse di Emily Bronte. Parla dei sogni e di come ti restano appiccicati addosso. Sempre. E ti guidano. Ti cambiano. Ti fanno immaginare cose al di là dello sguardo. In fondo saremmo alberi secchi senza di loro.

Ho sognato nella mia vita, sogni che sono rimasti sempre con me e che hanno cambiato le mie idee, sono passati attraverso il tempo e attraverso di me, come il vino attraverso l’acqua, ed hanno alterato il colore della mia mente”.
Emily Bronte


Foto di Elys
http://www.flickr.com/photos/desertidicioccolato/

domenica, gennaio 17, 2010

Orme


Taccio di fronte
a questo mare
che ha divorato
tutto.

Il sole
scivola su Malaga.
Si mangia i pensieri.
Cancella
il tuo profumo di salsedine.

Qualcuno mi ha chiesto
dove andassi
nella ferocia dell’afa.
Non ho risposto.

Muoiono i nostri ricordi
appesi tra le onde.
Nessuno può raccoglierli
sottraendoli ai giorni.
Nessuno può sapere
chi eravamo noi.
Nessuno può capire
dove iniziavo io
e finivi tu.

C’è qualcosa di storto
nelle mie lacrime
e qualcosa di giusto
nel tuo non esserci più.

A piedi nudi
traccio orme sulle sabbia.
È il mio cammino
vissuto senza di te.



Foto di Elys

venerdì, gennaio 15, 2010

Grado zero


Oggi mi sono chiesta cos’è che fa di una persona uno scrittore. Se si nasce con un talento come si riesce a capire se questo fattore X c’è davvero o è soltanto un’illusione? Non ce l’ho una risposta a questa domanda e forse non ne troverò mai una soddisfacente. Ho mille pensieri che mi perseguitano, che giocano a rincorrersi e a nascondersi nella testa. Non so neanche se riuscirò a scrivere domani presa come sono dallo studio. Forse riprenderò a pensare a Nudi in un momento un po’ più calmo, tra un mesetto probabilmente, quando avrò, spero, la mente più libera e pronta a proseguirlo. Mi costa parecchia fatica portarlo avanti perché sto lavorando tantissimo oltre che a montare tutti i tasselli della storia anche sulla forma. Lo scopo è quello di arrivare a una sorta di grado zero della parola. Devo togliere e seccarla senza privarla della poeticità. Per arrivarci rileggo e rileggo ogni passaggio e non vado avanti fino a quando non ritengo che “fili a dovere”.
Per me non è una questione di appartenere a un “genere”, come sento dire a molti. Il problema è realizzare il mio stile. Chi sono e voglio essere sulla pagina.
Altra nota dolente sono i dialoghi. Renderli realistici è complicato, soprattutto perché ogni personaggio ha il suo modo d’esprimersi. Gabriele ha il suo. Lorenzo il proprio. Uno ricorre ad un’inflessione dialettale, l’altro no, ha un italiano pulito. Tanto per fare un esempio del casino in cui mi sono cacciata.
Però ne vale la pena. Mi piace questo libro. Non so se più degli altri. Mi coinvolge e mi fa spingere ancora più a fondo negli abissi dell’anima umana. Mi costringe a sporcarmi le mani e va bene così. Rientra tutto nella norma soprattutto se ottengo il risultato voluto.
Un film sulla carta.


Foto di Me-dulla

sabato, gennaio 09, 2010

Ricordare non fa sempre male


Dovrei farlo più spesso. Il pomeriggio, nelle pause studio, dovrei ritagliarmi più giorni in cui stare con nonna. Un appartamento vuoto può suscitare una grande malinconia, soprattutto se hai vissuto gran parte della tua vita in mezzo alla gente. Mi piace stare là, nel silenzio rotto soltanto dai passi di lei che traffica in cucina alle mie spalle, mentre il profumo dei carciofi si disperde nell’ambiente. Dal rumore dell’acqua corrente. Dal cucchiaio girato nella pentola o dal fruscio del coltello passato sui fusti di bieta per privarla degli scarti.
Fuori il tempo è grigio. Il vento urta contro le zanzariere e la luce gialla si riflette sui mobili in ombre tremule. Mi sembra di tornare bambina e mi rivedo nella sua vecchia casa ad aspettare che mamma e papà rientrino dal lavoro. Le gambe dondolano dalla sedia troppo alta e gli occhi vivaci spiano la cappa del forno, pronti a cogliere tracce della Befana.
Certe volte temo di dimenticarlo tutto questo. La vita procede veloce e le ansie quotidiane mi allontanano dal passato, dai volti cari. Allora corro qui, in camera e incido gli istanti sulla carta, per averli sempre a portata di mano. Per non cancellare niente di chi ero. Di chi eravamo.
Ricordare non fa sempre male.


Foto di Elys.

domenica, dicembre 27, 2009

Storie che restano sospese


Ci sono storie che nascono e che ti restano sospese dentro perché non riesci a raccontarle. Come la pioggia è una di queste. Nella mia idea avrebbe dovuto essere un romanzo breve. Una storia di perdita e rinascita. Ho buttato giù una quarantina di pagine e poi ho smesso per l’impellenza di realizzare “Nudi” e l’impossibilità mia di proseguire.
Se esiste un tempo giusto per ogni cosa, questo non era adatto a Come la pioggia. Io non lo ero. Forse un giorno, un domani, sarò pronta ad affrontare il viaggio e lo porterò a termine, chi lo sa. Per ora posto qui prologo e primo capitolo.

Prologo

Il tempo fa strane promesse. Come le persone dopotutto. Come il dolore. O la paura. Fosse stato per me, sarei rimasta chiusa nella mia scatola di cristallo a guardare il mondo a distanza. Senza doverlo toccare e senza essere toccata. Mi andava bene. Non ero costretta a sentire, vedere e affrontare il presente. Ogni cosa se n’era rimasta perfettamente immobile nella mia stanza. Persino la polvere, annidata negli angoli più bui e nascosti, aveva scelto di restare la stessa. Identica.
Peccato non si possa scegliere l’immobilità.
Peccato non si possa scegliere di tacere.
Peccato non si possa scegliere di cancellare i ricordi.
Se questo mi fosse stato possibile, anzi, se questo mi fosse stato concesso, io non sarei mai partita.

La partenza

1.
Qualcuno mi aveva raccontato che la pioggia cancellava ogni male. Mio nonno forse, seduto sulla sedia di legno, davanti alla grande finestra della villa patronale. Occhi scuri e mani giunte sul grembo. La sua cadenza lenta accarezzava l’aria gelida dell’inverno e si posava, bisbiglio confuso, su di me. L’ascoltavo sempre con l’entusiasmo di chi non sa un bel niente della vita ma brama di conoscerla a fondo per non essere fregata al traguardo. Rapita lo fissavo accoccolata vicino alle sue gambe. Curiosa. Imbevuta d’attese. Tessuta di sogni. Desideri svaniti nel fondo delle mie lacrime.
Dov’ero andata a finire? Io, chi ero diventata?
L’ombra di una donna. Il fantasma di Samantha. Il nulla.
Queste erano le uniche risposte possibili. Non ce n’erano delle altre. No. Non ce n’erano proprio, neanche se le avessi cercate.
La luce estiva, quella calda e radiosa di luglio, investiva prepotente la camera, obbligandomi a coprire il viso con un braccio. Odiavo quella stagione. M’impediva di serrarmi dentro. Mi costringeva, come una maledetta catena, a far entrare il vento. Una brezza leggera, a tratti quasi fresca, dall’inconfondibile sapore del Mediterraneo giocava con le tende, scuotendole avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro.
Ma io neanche ci facevo caso. Proseguivo a starmene immobile. Statua di sale fagocitata dal dolore. Ammutolita dall’ansia di non essere più me stessa. E d’altronde anche il resto del mio insignificante universo aveva scelto d’aggrapparsi all’eternità di ore incapaci a scorrere. Tutto fermo. Tutto uguale. Persino le valigie giacevano nell’armadio sigillate e mai disfatte. Probabilmente i vestiti s’erano ridotti ad una massa informe e le scarpe a oggetti inservibili. Vecchie cianfrusaglie destinate o condannate a macerarsi nella polvere. Se n’era accumulata parecchia in due anni. Settecentotrenta giorni. Ventiquattro mesi di apatia.
Depressione.
Tristezza.
Anoressia.
Mangia Sam. Ti prego. Le parole di mamma echeggiavano ovunque. Una specie di monito a reagire. Ad ignorare l’assoluto bisogno di mettere un punto alla vita. La mia.
Perché ti comporti così? Semplice.
Giocavo a scacchi con la morte e speravo che prima o poi riuscisse a vincere. Scacco matto Samantha. Click. Fine. Liberazione.
La porta ruggì piano. Tessa, maltesina bianca come la neve, s’avventurò circospetta nella stanza ansimando per l’afa. Non dovetti voltarmi per capire chi c’era. La riconoscevo dai passi. Dal respiro. Dal mugolio col quale m’invitava a farla salire sul letto per farmi compagnia. L’unico essere vivente di cui sopportavo la presenza e al quale consentivo d’avvicinarsi.
«Cucciola…vieni!»
La sollevai con facilità e lei s’arrotolò sulla mia pancia piatta. Indifferente al calore e alle ossa sporgenti.
«Che farei senza di te?»
Bisbigliai, mentre le dita scivolavano dal manto ai fianchi. Era tutto molto diverso in passato. Io ero diversa.
«Tu lo sai Tessa, vero? Te lo ricordi? Te li ricordi quei giorni?»
Vivace e assolutamente presente, strofinò il muso contro il dorso. Un modo come un altro per dirmi di “sì”.
C’era molto silenzio a quell’ora del pomeriggio. Papà sonnecchiava sull’amaca in giardino con un libro aperto sulle gambe. Mamma trafficava in cucina nell’inutile speranza di farmi mettere qualcosa sotto i denti.
Una zaffata dolciastra arrivò puntuale a stuzzicarmi le narici.
«Gelsomini.»
I fiori di nonno. Avrei dovuto portarne un po’ alla sua tomba. Li adorava così tanto.
Posai lo sguardo su una delle foto appese alla parete, avvolta da una cornice avana chiaro. Sottilissima. Quasi invisibile. Impressioni di un settembre ormai scomparso. Seppellito insieme al cuore.
Io e Miguel. Il colore ambrato della sua pelle spiccava contro lo smeraldo dell’iride e il nero dei capelli. Quante cosas que non sai di me, chica. Vero. Non sapevo tantissime cose di lui. Ed ero pronta a scoprirle tutte se solo non m’avesse abbandonata in mezzo al nulla. Se solo fosse rimasto fermo, accanto a me, ad amarmi con la sua voce roca. I modi goffi. Io sono nacido a Esperanza. Tu la conosci Esperanza? No, non la conoscevo. Non sapevo neanche che esistesse una città con un nome simile. Esperanza es un gioiello del sud. Es un diamante entre el verde. Potevo starlo ad ascoltare per ore intere mentre cercava di farmi immaginare il suo paese. Percepirne i colori. Gli odori. I sapori. Ero negata come cuoca a differenza sua che ballava davanti al forno canticchiando o mi sol, o sole mio, o mi sol, o sole mio, senza mai completare la strofa.
Si poteva essere più felici? Evitavo di pormele certe domande, violentata dal terrore di perdere ogni cosa, così, all’improvviso, perché quando hai troppo finisci col restare vuota. Defraudata.
Affondai i denti nelle labbra screpolate. Un rivolo di sangue s’acquietò sul mento, indeciso se scorrere sul collo.
L’aria iniziò a mancarmi. I polmoni sembravano grotte invase dall’acqua. Non volevo ricominciare a piangere, a rompere quel silenzio con i singhiozzi. Era inutile. Miguel Serrano non sarebbe mai tornato indietro.


giovedì, dicembre 24, 2009

Buon Natale!



Possa questo Natale consolare dal dolore e regalare un sorriso a chi pensa di non averne più.
Possa questo Natale aiutare a conservare i ricordi, sottraendoli al tempo che consuma ma non corrode.
Possa questo Natale scaldare con un abbraccio chi ci ha lasciato.
Auguri a tutti i viandanti che passano di qui!

Foto di Elys.

sabato, dicembre 12, 2009

Come se si leggesse un film


Nudi” mi è entrato dentro. Si sta lentamente fondendo con me ed io con esso. Scivolo, ogni giorno di più, nei panni dei personaggi. Ne delineo punti di vista e caratteri. Passato e presente. Il futuro no perché conserva sempre un margine d’incertezza. Ma è giusto così. Loro devono viaggiare liberi nella storia. Decidere per se stessi. Non voglio essere io a dettare il ritmo. A “guidarli”. Ne risulterebbe una vicenda “falsata”.
Quando comincio a scrivere un nuovo libro il vecchio mi resta aggrappato per qualche tempo sulle spalle e fatico a separarmene. Poi, piano piano, vesto altri panni, altri pensieri e tutto s’incastra. Prima nella testa e in seguito sullo schermo. È una metabolizzazione di parole.
Non c’è somiglianza con il precedente. “Nudi” è cattivo e crudo. C’è un dolore viscerale che lega e graffia ogni singolo protagonista. Nessuno ne è esente. Soffrono e gridano e vorrebbero strapparsi di dosso il cuore ma non possono. Li vedo vivere e voglio che tutti abbiano la mia stessa impressione. Letteratura come visione. Questo sto cercando di ottenere e non è facile “raccontare” Giulia, Gabriele, Lorenzo ed Emanuele soprattutto attraverso i gesti, l’atteggiamento, i dialoghi. Io devo esserci il meno possibile. Sarà un cammino complicato ma spero di ottenere quanto ho in mente.


Foto di pomisiaa

sabato, novembre 21, 2009

Quando la nebbia invade la città


Oggi la città s’è svegliata immersa nella nebbia. Un bianco soffice, simile a nuvole rubate al cielo e appese sul nulla. Mi piacciono questi paesaggi brumosi. Mi fanno pensare alle langhe, all’inverno e all’odore di castagne cotte sul forno a legna o vendute dagli ambulanti nelle feste di paese. Manca solamente il freddo. Quello vero intendo. Il gelo che congela ogni respiro. Il profumo del fuoco però c’è. Forse è di qualche camino. Ho scattato la foto per catturare il momento. Amo rubare attimi. Diventano esperienze da riversare sulla carta.


Foto di Elys

sabato, novembre 14, 2009

Pensieri storti


Oggi avevo in programma di aggiornare il blog con le impressioni di lettura sui “Sentieri dei nidi di ragno” di Calvino ma poi m’è salita la rabbia e ho accantonato l’idea. Comprendo benissimo che non si può star simpatici a tutti, figuriamoci. Quello che mi manda in bestia è l’ipocrisia di cui si mascherano le persone. Quelle facce tutte ben messe, con i sorrisi posticci e il veleno mescolato alle parole solo fintamente belle. E odio la maleducazione. Non me la dovrei prendere per certe cose. Lo so. Eppure non ce la faccio a fare l’indifferente. Inutile starci a girare intorno. A me non scivola niente. Ogni negatività mi resta appiccicata addosso come una gomma da masticare dimenticata per strada e calpestata per distrazione. I discorsi sono sempre gli stessi, anzi, le constatazioni. La gente, certi tipi di gente, conoscono solo una parola: io.
Nauseante.
Valgo più di questo.


Foto di rakastajatar

domenica, novembre 01, 2009

Aspettare per correre lontano


Non esistono fili invisibili che tengono legate le persone o almeno non per tutti. Fino ad ora ho conosciuto una varietà di gente che alla fine si è persa perché ha scelto d’isolarsi con la ragazza di turno o peggio ha avuto una regressione ai tempi dell’adolescenza. Niente donne intorno che altrimenti gli si rovina l’immagine di single in cerca di corpi. È una questione di mentalità in fondo ed io non ne posso sinceramente più di discorsi ridotti al grado zero o di sentirmi “strana” solo per amare la cultura, lo scrivere e per trovare bello assistere ad un’esibizione live o ad uno spettacolo teatrale. Sono quasi dieci anni che mi dilanio sui libri e adesso che sto per raggiungere il traguardo della laurea trovo logorante nascondere chi sono e adattarmi al vuoto. Eppure con le amiche di sempre sappiamo ridere di stupidate e ci piace “fare le bambine”, andare al cinema e minacciarci a vicenda con le telefonate anonime. La differenza però è che siamo anche altro. Ha ragione Francesca quando mi dice “quel tipo non fa per te che non sapresti di cosa parlargli” e ce l’ha anche Silvia quando sostiene “quelli non sono adatti a te”. Ma allora chi è per me? Cosa devo fare?
È una domanda da lasciare in sospeso al momento. Nei prossimi mesi la mia attenzione sarà focalizzata solo sulla stesura della tesi e la preparazione degli ultimi esami. Non ho intenzione di permettere alla stupidità di alcuni di distrarmi da uno degli obiettivi. Dopo, libera di correre, vedrò di cambiare aria.


Foto di Highway99
Licenza Creative Commons

giovedì, ottobre 29, 2009

Filastrocca della notte


Quando viene il buio
si ha paura della notte.
Eccolo che scende.
Viscido t’inghiotte.
Cancella ogni pensiero.
Annebbia la speranza.
Divora la sostanza
delle nostre nostalgie.

- Arriva arriva e ci cancella!
Bisbigliano i bambini
nascosti sotto il letto
di una casa rattoppata
da legna abbandonata
nei fossi belli impressi
sotto un manto di cipressi.

- Sono tombe quelle laggiù!
Grida il ragazzino
dalla pelle colorata
di rosso birichino.
Là ci sono i morti
i fantasmi dei dispersi
risorti dalle ceneri
per mangiarsi vecchi persi
in un bicchiere di bourbon.

- La paura ci divora
scappiamo nella luce!
bisbiglia Aurora.
Ma nessuno più l’ascolta.
Sono tutti già annientati
da crepuscoli ormai nati.


Foto di meppol

lunedì, ottobre 26, 2009

Tre anni e restare sempre la stessa


Me lo ricordo come se fosse ieri il primo giorno in cui è arrivata a casa. Uno scricciolo minuscolo, impaurito e tremante. Si chiedeva dove fosse capitata, che fine avessero fatto la sua mamma e i suoi fratellini, perché si trovasse in una casa tra gente grande, tanto grande rispetto a lei e per niente abituata ad avere a che fare con un cagnolino. Una cucciola di appena un mese.
Mi guardava, all’inizio, con quegli occhi scuri quasi a volermi entrare nell’anima per carpire segreti mai confessati. Se ne stava accoccolata sulle gambe, arrotolata in stile ciambellina, con il musino nascosto tra le zampette, timida e alla ricerca di affetto. Dolcezza. Comprensione ché mica è facile essere piccoli e pelosi in un mondo per niente concepito a misura di animale.
Io me la tenevo stretta stretta a me e ogni tanto le sussurravo paroline tenere all’orecchio, tanto per farle capire che mai avrei permesso a qualcuno di farle del male. Fin dall’inizio ci siamo appartenute e ci apparterremo sempre.
Compie tre anni oggi e il tempo non ha molta importanza in questo caso. Panciò ha conservato nel suo carattere combattivo e testardo (chissà da chi ha preso…U__U) l’amore per il gioco (rubare i calzini e gli elastici che soprattutto d’estate dimentico sistematicamente di togliere dal comò, facendoli così diventare preda dei suoi dentini, fare a lotta contro i pupazzi, acerrimi nemici) e il bisogno di stare appiccicata stile francobollo in qualsiasi stagione dell’anno. Mi piace fotografarla, starla ad osservare mentre dorme, sentirla mugolare quando vuole qualcosa, arrabbiarsi se non la stai a sentire. Amarla perché sarà sempre la mia “smimmi mimmy” o la mia “cippy” (straordinariamente mi risponde con qualsiasi nuovo nomignolo usi e inventi e sopporta, povera, tutte le canzoncine che creo con aria rassegnata).
Auguri ‘more mio!


Foto di Elys.

giovedì, ottobre 22, 2009

Di scrittura, scrittori e pseudo tali


L’Italia è un paese strano e pieno di paradossi. Costruito su maschere e apparenze e spesso privo di sostanza. Quello che leggo quando mi arrivano i testi da valutare sono storie costruire sul nulla, senza spessore, analisi psicologica, coerenza, verosimiglianza e ricolme di errori: grammaticali, di sintassi, di significato. Un pianto insomma.
Di solito il “buongiorno si vede dal mattino” e se già la sintassi è fatta con i piedi, difficilmente il resto potrà essere migliore. Ma l’ironia della situazione è vedere in tanti blog, siti, social network o gruppi che l’unica preoccupazione di certi aspiranti scrittori non è imparare l’italiano e le regole base per la costruzione di un plot narrativo, bensì come difendersi dagli editori a pagamento, scegliere la giusta casa editrice, pubblicizzare al meglio il proprio scritto e via dicendo. Ora poi nell’epoca dove spopola Facebook inciampo spesso in richieste d’amicizia avanzate con l’unico scopo di provare a rifilare il loro testo edito e guai a dire che questa è pubblicità. Ognuno inserisce quel che vuole nella propria bacheca. Vero ma se il messaggio è con tutta evidenza propaganda di un prodotto a casa mia lo ritengo uno spam, proprio in virtù della consapevolezza di renderlo visibile a tutti i propri contatti. C’è troppa ipocrisia in giro. Troppa gente piena di sé e convinta d’essere il genio incompreso della letteratura contemporanea. E sono stanca. Ecco perché ho deciso di decurtare dai miei contatti le persone di questa risma (non ci casco più!).
Tutti sono convinti di poter fare gli scrittori. Non c’è nulla di più falso in cui credere. Scrivere, come dipingere o suonare sono doni. Si può essere un discreto esecutore ma l’artista vero è un’altra cosa. Artista vero si nasce e non si diventa.


Foto di Olivander
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sabato, ottobre 17, 2009

Autunno


È sempre così. L’autunno spruzzato d’inverno arriva all’improvviso, senza farsi annunciare. Una mattina ti affacci alla finestra e ti senti travolto da sferzate di vento freddo.
Le nuvole hanno cancellato il sole e io mi sento un po’ come la pioggia oggi. Inafferrabile. Eppure vorrei fosse l’opposto. Brandelli di fragilità mi scuotono l’anima e in questi momenti mi piacerebbe avere accanto un compagno, un uomo che si sforzi almeno di capire chi sei, che sappia andare oltre la mera, stolta, snervante apparenza.
Alle volte cerco sguardi ma si perdono tra mille altri. È difficile afferrarne uno sul serio per farlo tuo. Portartelo nel cuore senza dimenticarlo mai.
Allora mi rifugio, cane randagio, nel silenzio. Osservo. Annoto. Respiro e tento di mandare via le brutte sensazioni.
Ho bisogno di emozioni nuove ma per ora non so dove andarle a cercare.

Foto di FineBlueLine
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