martedì, giugno 30, 2009

Non s'aspetta più nessuno


La prima volta che era entrato in quella casa lo sguardo s’era posato subito sulla terrazza invasa dal calore di mezzogiorno e occupata da una vecchia pianta senza nome. Testimone scelto della sua abominevole solitudine. Speranza appesa su spalle deboli.
Erano passati dieci anni da allora. Dieci anni durante i quali non aveva fatto altro che starsene rintanato in quel piccolo e scomodo appartamento, con la faccia appiccicata contro i vetri chiusi a fissare la strada ricoperta di san pietrini. L’aria gli dava fastidio. Il profumo del mare, sempre troppo intenso, gli stordiva i sensi. Il rumore delle macchine era l’insopportabile carogna delle sue notti insonni.
«Ce…ce…sta il so…sole pure oggi.»
Bisbigliò a mezza bocca, seduto sul letto. Gli occhi ebano socchiusi per difendersi dai feroci riverberi del sole.
Lo scirocco piombò sul balcone, scuotendo i resti dell’arbusto ormai morto. Qualche petalo residuo, di un bianco stinto, giaceva molle sulla terra secca. Improvvisata bandiera ammainata sul cadavere travolto dall’incuria umana.
Aveva senso continuare a stare seppellito là? Aveva senso aspettare? La guerra era finita da un pezzo e i sopravvissuti li aveva già tutti restituiti. Fantasmi venuti dal Mediterraneo. Discesi dagli Appennini o incastrati dentro bare di legno scuro. Estremo saluto di chi poteva ancora permettersi un funerale. Cosa ci restava a fare in paese? Alessandro non s’era fatto più sentire. Niente lettere sporche di fango. Niente telegrammi. Niente. Svanito.
La madre l’aveva pianto subito, appena salì sulla nave, la corazzata Bellavia. Non ce torna più qui. Non ce torna più. Me lo sento qua in fondo. In fondo. Si batteva i pugni sul petto, toccandosi i capelli arruffati dal dolore e invocando la grazia del Cielo. Suo padre, invece, se n’era rimasto zitto a fissare l’acqua. Sul volto incavato dalla fame, un’ombra di lacrima. Solo lui aveva alzato una mano per salutare il fratello maggiore, sicuro che l’avrebbe rivisto. Alessa’! Alessa’ io…io t’aspetto…ca…ca…capito? Non me fa co…cose storte! Devi da torna’ da…da…da mme! Il grido, inghiottito dall’assordante frastuono dei motori, riuscì ad aggrapparsi al parapetto e a toccare, eco lontano, le orecchie del giovane soldato. Un sorriso sbiadito dal tempo si stampò agli angoli delle labbra. Aspettame. Disse muto. Parole raccolte nonostante il caos.
Lui la promessa l’aveva mantenuta in mezzo alla campagna annientata dalle bombe tedesche, accasciato sui corpi straziati dei genitori. Sordo alle minacce degli uomini con la svastica impressa nelle iridi blu. Gli avevano intimato di dargli tutto se non voleva crepare come un lurido verme vomitato dal suolo, ma testardo s’era caricato i suoi quattro stracci e trovato rifugio in centro, nella bicocca di un amico, aveva atteso l’arrivo del 1945.
Sospirò, a lungo, ricordando quel passato ancora troppo presente a se stesso. Le risate allegre di un gruppo di ragazzini gli arrivavano attutite, mescolate al suo respiro affaticato. A stento posò il piede nudo sul pavimento e s’alzò facendo leva sulla stampella. La gamba destra non era riuscita a sottrarla dall’arrivo imprevisto di una granata. Se la sentì smembrare e quando riaprì gli occhi si rese conto di averle finite tutte le lacrime per piangere anche quella disgrazia.
Lentamente si accostò al davanzale, togliendo le tende tirate. Lo sguardo si posò sulla maniglia della finestra. Le dita indugiarono su di essa. La girarono in senso antiorario. La fessura che venne a crearsi tra uno stipite e l’altro, consentì alla brezza estiva di penetrare nella stanza, inondandola del forte odore di sabbia e salsedine.
Luca sussultò stordito. I contorni degli edifici di fronte divennero sfocati. I polmoni si serrarono in una morsa, impedendogli di prendere ossigeno. Agitato, indietreggiò in gesti scomposti, spostando il peso sulla protesi. L’equilibrio si spezzò e lui crollò a terra in un tonfo sordo. Le urla dei bambini invasero impunite ogni angolo del loculo accompagnate da violente sferzate di vento.
«Zitti…zi…zi…zitti…state…state…zitti! Zitti!»
Riverso su un fianco ansimava. Quel baccano gli opprimeva anima e pensieri. Era stare di nuovo in mezzo alle ostilità. Sentire i lamenti dei morti. Vedere Alessandro partire e supplicare in silenzio di non perderlo. Patire una bieca sofferenza, impastato di sangue. Il suo e di chi gli era stato accanto fino a qualche minuto prima nel tentativo di salvarsi. Orfano d’ogni speranza aveva smarrito la capacità di vivere. E nessuno gliel’avrebbe potuta restituire. Nessuno tranne suo fratello.
Per questo continuava ad aspettarlo, consumato dalla disperazione. Ridotto a brandelli dal terrore d’essere rimasto solo per davvero.
«Zitti…zitti…zitti! NON…NON…NON VE…VE VOGLIO PIÙ SE…SENTÍ!»
Ripeté a voce alta, strozzata e spezzata dall’asfissia.
Il corpo magrissimo, scosso da spasmi violenti, tremava e con un enorme sforzo riuscì a circondarsi il ventre con le braccia.
«Alessa’…Alessa’…mme l’hai promesso…mme l’hai promesso…che…che…che non…non te lo ricordi più? Che…che tte lo ssei dimenticato?»
Tossì. La fronte imperlata di sudore.
«Io…io…mme ricordo tutto…tutto…»

«Alessa’ e perché te…te devi a…a…arruolarre?»
«Perché m’hanno chiamato, Luca. M’hanno chiamato e non te poi rifiuta’ de indossa’ ‘sta divisa.»
Alessandro sta fermo davanti allo specchio della camera. La campagna ha ancora il profumo dell’erba tagliata e del fieno accatastato nelle stalle. A luglio il caldo non concede tregua e si respira a fatica persino all’ombra. Luca lo guarda ammirato con la bella divisa verde, stirata di tutto punto, gli stivali e il berretto. L’osserva e in fondo al nero dell’iride una macchia di timore si fa largo, distorcendo la bocca in una smorfia d’angoscia.
«E sse non torni…i…i…io a…a…ando’ vado?»
«Luca come ando’ vai? Io torno e certo che torno, figurate. Tu me devi aspetta’, capito?»
«Mamma piagne e…e…di…dice che…che…c’ha paura che…che…t’ammazzano!»
«Non m’ammazza nessuno a me.»
Il soldato, viso abbronzato e sguardo topazio, si china sul minore, accovacciandosi sulle gambe muscolose.
«Stamme a senti’ Luca e guai a te se te dimentichi ‘ste parole mie.»
Adagia una mano sulla sua spalla e gliela stringe deciso.
«La guerra ce potra’ toglie tutto, ma le radici, quelle no. Quelle so’ solo nostre, capito? Le radici ce restano appiccicate addosso, so’ il cuore e la testa e rimangono per sempre. Me stai a capi’?»
«E che sso ’ste…’ste radici? Ando’ sse…sse trovano Alessa’?»
«Luca…»
Sorride e se lo stringe al petto.
«…semo noi le radici. So’ mamma, papà, io e tu. Il sangue è sangue e nessuno lo strappa via. Resta dentro de noi.»
«C’hai…c’hai ragione…re…re….resta de…dentro de noi.»

I giuramenti andavano mantenuti. Alessandro non ne aveva mai mancato uno ma quel conflitto s’era inghiottito il mondo. Magari pure lui.
Dieci anni di silenzio erano tanti.
Spostò la nuca verso il soffitto, fissandolo stravolto. Non era niente senza l’altro, la famiglia, i vecchi amici. Cos’era rimasto di loro?
Tombe.
Fosse comuni.
Cimiteri.
Chiese.
Menomazione.
Questo e il vuoto dell’attesa.
«Che…che…mme…mme i…illudo…illudo a ffa’ a…ancora?»
Posò i palmi sul pavimento incendiato dal sole e spingendo verso l’alto riuscì ad alzarsi. La camera girava ma non gli interessava più.
«Non…non…se…se…to…to…torna da…da laggiù…Alessa’…tu…tu…non ce torni…da…da me…»
Afferrò la stampella. I ragazzini avevano smesso di giocare, richiamati dalle madri. Una quiete stantia era tornata a impossessarsi del paese.
Luca arrancò sulla terrazza, lottando contro il panico di sapersi fuori, all’aperto, preda dell’aria.
Feroce gettò lontano da sé la gruccia, scivolando giù, seduto, con la schiena contro il muro. Il calore di luglio gli inzuppò la camicia.
«Alessa’…non…non c’ha più senso…»
Strappò rabbioso la protesi in uno scatto rapido e deciso.
Respirò a fondo.
Chiuse gli occhi.
L’avrebbe aspettata così la morte.


Foto di Fabbio
Licenza Creative Commons

1 commenti:

Alberto ha detto...

PRIMOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO...
:-D

Quello con la Grande Mietitrice è l'unico appuntamento che siamo sicuri di avere.
E lei sa aspettare... :-/

Un abbraccio amicale :-)