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11 Settembre. Un omaggio ai caduti

Questo è un articolo, scritto da me, pubblicato su un quotidiano in occasione dell'uscita di una tavola a fumetti commemorativa dell'undici settembre.

Ungaretti recitava così: “Di che reggimento siete fratelli? / Parola tremante nella notte / Foglia appena nata / Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua / fragilità / Fratelli”.
Sconvolto dalle atrocità della guerra, il poeta esprime nel ritmo serrato delle parole l’orrore del sangue, di morti non volute, di innocenti straziati in nome di un credo dimenticato nelle fosse di cadaveri ammuffiti.
Ieri come oggi la storia si ripete. Ieri come oggi ci ritroviamo a piangere i caduti di un mondo che pare specchiarsi costantemente, inesorabilmente, impietosamente, nell’odiosa necessità di combattere e distruggere per ritrovare una pace, solo apparentemente definitiva. Una Terra fatta di illusioni perdute infrange le proprie speranze di fronte al muro del pianto di cuori inariditi da un eccesso di disperazione.
Chi mai potrà dimenticare questa data, l’11 settembre. Chi mai potrà dire di vivere percependo nel palpito del quotidiano, le medesime sensazioni del prima? Nessuno. Ogni singolo individuo rammenda a se stesso, dolente o meno, quel giorno. Rivive negli occhi dei sopravvissuti l’apocalisse del sentimento e forse si chiede un perché condannato a restare una voce unica nello stagno delle masse. Siamo stati testimoni e continuiamo ad esserlo della fine di tutto. Muniti di spugna recitiamo la parte “del tutto va bene”, del “non occorre preoccuparsi di nulla” e se il pavimento frana sotto i piedi, scuotiamo semplicemente la testa e proseguiamo nelle nostre faccende. Come fantasmi. Come esseri mummificati che non sanno di essere già morti.
La tavola di questa domenica, solo immagini senza accompagnamento delle parole, vuole essere un omaggio a quel dramma. Vuole essere una foto in bianco e nero in grado di cristallizzare l’inizio del TERRORE nella testa di chiunque desideri confrontarsi con la propria memoria, disseppellendo i visi, le membra, l’angoscia, l’assoluto sconvolgimento di una data che ha cambiato per sempre l’evolversi della realtà.
Scena dopo scena, l'autore, sigilla il coraggio di pompieri impotenti, di persone prostrate di fronte ad un infame destino, schizzando con l’inchiostro fattezze segnate dal cancro dell’agonia. Tutto si compone in un canto muto, riproducendo nelle orecchie del lettore il silenzio del momento. Il silenzio in cui tutto tacque. Il silenzio del pianto. Il silenzio dei defunti. Delle parole. Dei ricordi.
Ungaretti nella drammatica intensità di “Fratelli”, invitava l’uomo a riflettere sull’inutilità di uno scontro armato. A vedere i cimiteri sparsi ovunque e ad ascoltare i rantoli di vittime devastate da una granata. “Fratelli”, un grido che si spegne perché sembra che nessuno ne conosca il significato. Dopo di lui altri artisti hanno espresso la propria completa ribellione alla guerra, rincorrendo la pretesa di restituire all’eco del mondo il valore della vita.
Lecito chiedersi se abbiano ottenuto dei consensi. Lecito cercarli, forse, nel divenire perenne dell’uomo. Amaro accettare l’evidenza di una risposta, contenuta nelle macerie delle Torri Gemelle. In Iraq sotto i colpi di un’artiglieria superata. In Spagna nel singulto di assordanti esplosioni. A Londra, nelle grida della gente, dove sembra risuonare tra corpi mutilati, l’emblema dello spettacolo appena andato in onda: «VERGOGNA».
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