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Rifugi infantili

Noi siamo composti di ricordi. Siamo scatole chiuse concepite per contenere quanto viviamo quotidianamente. Un’esperienza trascorsa è l’humus sul quale sorgerà il nostro futuro e nel caso un’anima diversa rispetto a quella conosciuta fino ad un determinato momento di un tempo attraversato.
Da bambina avevo un luogo segreto dove rifugiarmi quando il mondo mi stava stretto e gli amici non accudivano il mio bisogno di affetto o comprensione. Era un luogo speciale, celato agli sguardi indiscreti delle persone e poco distante dal vecchio e logoro magazzino dove mio nonno conservava vecchi giornali, riviste, attrezzi e le sedie usate nell’amato bar. Sito dietro ad una pianta rampicante, un’edera forse, immerso in un pezzo di natura. Stradina di cemento nella quale, in sella alla mia bella bicicletta rossa, mi fermavo. Mi fermavo ed immaginavo sogni. Assaporavo il gusto dell’erba bagnata dopo una mattinata di pioggia o un’alba umida e convincevo me stessa di essere la ragazzina più forte e fantastica.
È buffo ripensarci ora. Ma funzionava davvero quell’autoconvincimento interiore. Aveva davvero il potere di invadere ogni singola cellula del mio essere della certezza di volare entro cieli infiniti e territori sconosciuti. Tutto sembrava bello ed una stanza vuota poteva improvvisamente assumere i contorni di un universo fatato. O, immersa nel logorio di una fatiscente cantina, ero in grado di divenire agente segreto nascosto alle spie venute da lontano.
Così niente era più lo stesso. Né la città. Né il sole. La luna o le stelle. Impagabile.
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