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Figli di nessuno

Ci sono figli che partono e figli che restano. Ci sono figli che diventano orfani della guerra. Ci sono figli che si perdono e che non sanno più dove poter essere ritrovati. Ci sono figli che rimangono tali perché non hanno avuto padri o madri. Esistono identici cieli e identiche terre. Prati similmente verdi. Colori che non smettono di essere tali solo perché sono dipinti su superfici diverse. Eppure l’umanità continua a percepirsi irrimediabilmente diversa. Come se distanza fosse sinonimo di disuguaglianza. Dov’è l’equità per un genitore disperato nel vedere il proprio ragazzo invischiato in un conflitto di cui si è dimenticata la causa? Cosa stabilisce la giustezza di un intervento armato? E perché questo mondo deve lottare e seminare sangue per ripristinare o mantenere la pace? Poteri e interessi la fanno da padrone, qualcuno sosterrà. Ma la vita non dovrebbe essere difesa comunque e sempre, al di là del denaro, del petrolio, di linee geografiche? Io non vorrei più vedere partire nessuno. Io non vorrei più vedere la gente che non ritorna da laggiù.

Se sono mobilitato in questa guerra, questa guerra è la mia, essa è a mia immagine e la merito. La merito dapprima perché potevo sottrarmici con il suicidio o la diserzione: queste possibilità estreme devono essere presenti allorché si tratta di considerare una situazione. Non essendomi sottratto, l’ho scelta: questo può essere per debolezza, per vigliaccheria di fronte all’opinione pubblica, perché preferisco certi valori a quello del rifiuto di fare la guerra (la stima dei miei vicini, l’onore della mia famiglia ecc.) ”.
[Sartre]

Alcune guerre sono necessarie. È indubbio. Ma se cambiassimo cosa le rende tali, forse, progrediremmo realmente in avanti. Senza restare ancorati al perpetuarsi di orrori che non hanno mai cessato di esistere.


Foto di [auro]
(Licenza Creative Commons)
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