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Bontà natalizia

A Natale siamo tutti più buoni…
E Assuntina lo sapeva bene. Così bene che ogni volta si spaccava la schiena per trasportare dalla cantina di casa il gigantesco abete acquistato dalla madre, su consiglio delle amabili sorelle, cinque anni prima. Se la ricordava ancora la svendita ai magazzini all’ingrosso e il ritornello sentito a ripetizione dalla bocca degli altoparlanti gli risuonava nelle orecchie come se non fosse trascorso neanche un giorno: “Vieni all'emporio Priverno e sarai felice!”. Felicissima. Talmente superbamente entusiasta della vita da essere coinvolta in una rissa all’ultima pallina, all’ultimo cappone, all’ultimo zampone e in altri centinaia di ultimi da avere coscienza soltanto delle sue braccia mosse in mezzo ad un marasma di facce stravolte dalla malattia dell’offerta festiva. Pugni, calci, accidenti lanciati contro chi aveva ideato quel tugurio insano di prodotti. Maledizioni consumate in silenzio, nel tentativo di riparare la sua bella dentatura dallo stivale di Elsa, sfilato per colpire a tradimento l’anziana signora che, suo malgrado, aveva adocchiato lo stesso identico pino. Valla a capire la “sorellona”. Disposta a tutto pur d’appropriarsi dell’oggetto verde, persino troppo alto per il loro soffitto, da dovergli segare la cima a discapito del punteruolo a forma di angelo comprato con i suoi sudati risparmi. Ché mica era cosa da poco rompere il salvadanaio (suo padre purtroppo gliene aveva regalato uno senza tappo…), correre disperatamente dalla sora Maria, pregarla, fino a piangere, di dargli quel cavolo di addobbo natalizio, tanto bramato dalla mamma. Non avrebbe potuto sopportare l’espressione appesa del suo viso, mentre le diceva sospirando «Ehhhh Assuntina mia…quanto me sarebbe piaciuto lo angiolo bianco bianco comme lo nonno tuo lo giorno de lo matrimonio mio».
Erano tutti molto melodrammatici dalle sue parti. Scendevano lacrime per qualsiasi sciocchezza. Soprattutto la minore, Pina, precipitava nel panico per ogni genere di problema, ma dopo tutto non se la sentiva di biasimarla troppo, considerando che il padre, in tempo di guerra, la spediva a comprare le sigarette sotto la minaccia delle bombe! E a nulla servivano le sue suppliche accorate, i suoi «papetto ma do vado mo? Salto pe l’aria!». Lui, con la sua classica quiete, lucidando vecchie paia di scarpe, sosteneva: «Non te preoccupà Pinè! Nun te po’ capità gnente!». O quasi. Spesso restava bloccata sotto sporadici ripari per evitare di essere travolta dalle esplosioni. La commissione la portava a termine, non c’era alcun dubbio. Anche a distanza di due giorni di cammino o trascorsi immobile in attesa della fine delle deflagrazioni. Gran donna!
Ma a Natale si doveva essere tutti più buoni. Perciò Assuntina accantonava le stranezze dei suoi per esaudire ogni loro sacrosanto, insopportabile, assurdo desiderio. Non fece rimostranze neanche all’uscita del magazzino, quando dopo la lotta, s’accorse di avere un lunghissimo strappo dietro al vestito. Così grande da sentire parecchia aria trapassarle il sedere. Fortuna che Elsa era una pratica. Nel giro di un attimo le ficcò sopra l’oscena fessura la tovaglia nuova nuova, anch’essa trofeo della dura battaglia vinta. E tacque anche quando si rese conto d’essere osservata dall’intero staff del supermercato, appiccicato con i nasi contro i vetri ad ammirare i suoi mutandoni rosa pallido. L’aveva detto che quell’intimo era inguardabile! Solo a Claudietto poteva piacere. Ma a lui piacevano un sacco di cose che a qualsiasi essere umano sano di mente, avrebbero fatto accapponare la pelle. Era un uomo semplice. Amante di un quotidiano senza pretese. Tanto innamorato della sua Assuntina Bella, da emozionarsi sempre a ogni loro incontro. Uno stravolgimento degli ormoni tale da causargli una sudorazione abbondante persino durante i gelidi mesi invernali. Situazione non certo facile ma sopportabile dalla sua donna con qualche piccolo accorgimento. Boccetta di profumo in tasca e riscaldamento rigorosamente spento, nonostante soffrisse di polmonite cronica. Cosa non si fa per amore!
Peccato che anche la pazienza abbia un limite. Quella di questa giovane terminò la sera del 24 dicembre, quando Claudietto Pizzicagnolo si presentò davanti all’uscio di casa Funarioni. Suonò. La porta si aprì.
«Bonasera, che è casa del signor Funarioni Tommasotto?»
Quelle furono le ultime parole sentite pronunciare dalla famiglia. Assuntina, infatti, udendo storpiare il nome del genitore a quella maniera, cedette allo spirito della vigilia. E lo mollò, senza neanche sentire le sue repliche. Repliche che d’altronde erano stracolme di altre assurde deformazioni.
A poco servirono le sue invocazioni di perdono, fatte sotto una pioggia battente, mentre il vento gli violentava la testa pelata. La serratura fu chiusa a quattro mandate e del povero Claudietto nessuno ebbe più notizia.
A Natale non si è mai più buoni…


Foto di mehmeturgut
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