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Katia: emblema d'una generazione di dispersi.


C’era qualcosa di semplice negli occhi della gente di qualche anno fa. Il tipico sapore delle cose antiche. Di quelle guadagnate col sudore della fronte. Di quelle vere, senza i conservanti e le imitazioni odierne. Persino la strada sotto casa mia, per quanto abbia accolto dentro di sé l’asfalto della modernità, ha conservato gelosamente i brandelli del passato. Tutto era diverso. Aspettative. Sogni. Divertimenti. Bastava una passeggiata sull’auto nuova del fidanzatino di turno, un bagno al mare fuori stagione, una chiacchierata tra amiche sedute su panchine di ferro dipinto d’azzurro, per stare bene. Bastava poco per molte cose. Anche per essere felici. Anche per essere dei bambini o degli adolescenti in crescita. Ognuno si viveva la sua età. Non c’era fretta di calcare le orme dei “grandi”, di dimenticare fantasie e paure fanciullesche. S’assaporavano gli attimi pienamente, così che al momento giusto, il sesso, il lavoro, il matrimonio, divenivano l’esatta parabola dell'esistenza di ciascuno.
Non era certo come oggi. Non era certo come oggi dove i singoli valori sono stati spazzati via da spacciatori d’illusioni. Dall’incapacità di vivere eticamente nel rispetto della dignità propria e di quella altrui. Nemmeno la scuola si salva più. Totalmente travolta dal barbaro annullamento di qualsiasi comune decenza.

Mi chiamo Katia. I miei genitori non hanno mai saputo cosa facessi nelle ore di ricreazione a scuola, insieme ai miei compagni di classe. Ero brava a nasconderlo. Ero brava a fare la faccia da bambina perbene davanti a tutti quelli più grandi di me. Nonna mi diceva che ero la sua stellina. E a Natale mi portava a messa per farmi prendere l’ostia sacra. Per farmi benedire da Gesù. Io non ci volevo andare perché sapevo di non meritare di mettere piede in quella sacralità, di lasciarmi travolgere i sensi dall’odore dell’incenso. Dovevo sempre fare una marea di respiri profondi prima di varcare la soglia, attraversare la navata centrale e sedermi sulle panchine di legno. Stavo male per due giorni dopo la celebrazione. Era come se il senso di colpa s’infilasse nelle mutande, strappandomi via quel poco di consapevolezza di me che m’era rimasta dentro. Io non so per quale motivo permisi a Marco di toccarmi. A Marco e poi a Carlo. A Carlo e poi a Luigi. Eravamo curiosi di esplorarci, anche se avevamo solo quattordici anni. Alla televisione vedevo tutte quelle femmine bellissime nei loro abiti corti, con i seni su. I sederi sodi. Io non mi vedevo così perfetta. Allora per esserlo e per stare anche al passo con le mie amiche, comprai di nascosto ombretti, fard, rimmel e lucidalabbra. Le prime volte ero un disastro a mettermi quella roba, ma poi divenni brava. Un’esperta. Ogni mattina uscivo in anticipo per eseguire la trasformazione nel bagno delle medie. È così che è iniziato tutto. Appena gli amici si accorsero di me, da anonima bimbetta divenni dea. A ricreazione chiudevamo la porta per scambiarci baci, carezze, fotografie da finti modelli di riviste erotiche. Poi non so. Decidemmo di spingerci sempre più oltre. Divenne un’abitudine fare sesso in due o tutti insieme. Divenne un’abitudine scambiarci il fighetto di turno. Mi sentivo grande. Forte. Padrona. Mi sentivo superlativa. E sporca. E peccatrice. E vergognosamente bugiarda. Bugiarda perché per i miei restavo innocente. Bugiarda perché non avevo il coraggio di confessare a Dio la mia colpa. Anche se Lui sapeva. Come si fa a nascondergli le cose? Non ci si riesce mai. Alla fine si è stupidi burattini vanitosi. Alla fine il ciclo smise di arrivare. Certo io pensavo che fosse per lo stress di tutti i compiti di scuola. Insomma, non è facile mantenersi a galla. Quando scoprii d’essere incinta il mio mondo si spezzò. Inesorabile. Io portavo una creatura nel grembo? Non riuscivo a capacitarmene, come non riuscivo a trovare le parole giuste con cui raccontare la verità. Poi, un giorno, di sera, vomitai tutta quanta la storia. D’un fiato. Senza prendere respiro. Se mi fossi fermata, non avrei avuto lo stomaco di proseguire. Il silenzio che seguì, i loro occhi, la delusione marchiata sui contorni delle rughe di mio padre, le lacrime di mia madre, mi devastarono. È in quel momento che capii. Capii lo schifoso errore commesso. Capii d’aver scelto d’essere puttana per sentirmi accettata dagli altri. Per ottenere sguardi fintamente amichevoli. Ho rinunciato a essere una ragazzina ed una donna. E ora, non so se tornerò mai ad esserlo.
Quando guardo mio figlio scalciare nella carrozzina, riesco solo a pensare che non so chi sia il suo papà. Riesco solo a pensare a cosa ne sarà di noi
”.


È dunque questo ciò che bramiamo donare ai nostri bimbi? È dunque questa la società che stiamo costruendo giorno dopo giorno? Se è così io, dico NO. Io dico RICOMINCIAMO DA CAPO. Io dico INSEGNAMO a queste generazioni di dispersi cosa vuol dire divertimento. Che cosa vuol dire fare sesso. Che cosa vuol dire amare. Che cosa vuol dire far parte di un gruppo. Rieduchiamoci tutti armandoci di forza di volontà. E del coraggio di cambiare.

N.B.
La confessione di Katia è tutto frutto della mia fantasia. E' pura invenzione letteraria.

Foto di Kathabores
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