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Santa Claus


Quando ero bambina aspettavo con impazienza il mese di dicembre, perché era il periodo in cui la città si vestiva letteralmente a festa. Le vetrine dei negozi ospitavano mille luci colorate, addobbi scarlatti, babbi natale appesi lungo le finestre a simulare la loro venuta nella notte della Vigilia. Mi piaceva scrivere la classica letterina in cui chiedere i doni che avrei amato ricevere. Attendere sotto la cappa del camino di nonna il segnale della sicura presenza della Befana ed immaginare i modi più strani in cui cogliere sul fatto l'uomo barbuto mentre deponeva i regali sotto un abete ricoperto da fili d'oro e d'argento. Anche all'ora ero un'inguaribile sognatrice. La ragazzina che dopo aver visto Peter Pan, voleva lasciare aperta la finestra per consentirgli d'entrare, prenderla per mano, inondarla di polvere di fate e trascinarla sull'Isola che non c'è. Aspettative al sapore di miele.
Per questo motivo quando una compagna decise, liberamente, di distruggere il mio mondo fantastico rivelandomi laconica l'inesistenza di Santa Claus, restai per non so quanto tempo in silenzio a capacitarmi dell'orribile rivelazione. Mi sembrava d'aver subito la più terribile delle ingiustizie. Un'inutile crudeltà senza senso.
Non ricordo se piansi. Non ricordo neanche cosa le risposi. Ricordo solamente d'essere tornata a casa, d'aver acceso la televisione e visto, stupita, un pacioso signore vestito di rosso narrare la sua vita nelle gelide terre della Svezia. Quelle con la neve quasi perenne. Quelle dove la gente girava con le slitte trainate da cani.
Allora gli occhi ospitarono nuovamente la loro luce. Allora sorrisi, ché quella non aveva capito niente della verità. Un sogno non è mai finto.

Foto di Writevli
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