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Il cappotto


Assuntina era sempre stata una gran patita di abiti e accessori in genere. Appena racimolava qualche lira dai lavoretti che riusciva a svolgere qua e là a Priverno, correva al negozio di Zi Francescetto per spenderli in gonne, magliette, stivali, borsette. Unico neo di questa sua indomabile passione (ma nessuno è perfetto dopotutto…) era la sua assoluta incontentabilità. Qualsiasi cosa prendesse l’indomani diventava brutta, insopportabile alla sua delicata vista e per evitare le critiche di suo padre, poco incline a vedere i soldi buttati, invocava l’aiuto della fedele Elsa. Chiusa in camera operava la prova del vestito sulla sorellona che essendo grassottella rispetto a lei, finiva sempre con il trovarsi in situazioni infelici.
Una volta le rimase incastrata la maglia sulla testa e per impedire un sicuro soffocamento la dovettero tagliare, con buona pace di una grossa ciocca di capelli della povera sventurata, costretta per due mesi buoni ad andarsene in giro con mezza capa rapata. «Damme lo cappello Assuntì, che qua tira aria e senza li capelletti miei me pijo quarche polmonite», intimava alla minore mentre camminavano per le strade piccole e strette del loro paesino. Tommaso Funarioni, calzolaio tutto d’un pezzo, da buon genitore premuroso a vedere la figlia ridotta in quelle condizioni si preoccupò non poco. Pensò addirittura che fosse stata colta da qualche strana allergia e così per salvarla la obbligò a bere l’intruglio di famiglia contro casi del genere. Una poltiglia verdastra talmente amara da farla chiudere in bagno per un intero giorno.
«Oi Oi Oi! Assuntì aspetta che esco e te faccio vedè quello che te combino!»
Nella sofferenza delle coliche si udiva minacciare la donna avente l’unica colpa di non sapersi accontentare. Pina, consapevole di quanto potessero essere pericolose le ire della maggiore, cercò di calmarla ma peggiorò le cose soprattutto quando se ne uscì a dirle che tutta Priverno pensava si fosse voluta arruolare nell’esercito italiano. Avevano persino eretto un mini monumento in suo onore alla piazza centrale, dove i viandanti lasciavano fiori in onore della prima ragazza con un fucile in mano. «Ce sta bisogno de una così» sostenevano le femmine ferme davanti alla statua con un fazzoletto in mano per asciugare le lacrime della commozione. Nessuna di loro, infatti, aveva mai avuto il coraggio di sacrificarsi per la nazione.
Ma una simile falsità non la poteva mica accettare l’Elsa che furiosa come mai era stata prima, armata di piccone, se ne andò al fallace mausoleo (oltretutto raffigurante un centurione romano perché lo scultore non era in grado di scolpire altro…) a distruggerlo pezzo dopo pezzo. La rissa derivata da quel gesto rimase storica in paese. Pugni, calci, cazzotti, tirate di capelli tra lei impavida nella propria missione di riguadagnare l’identità perduta e l’artista con famigliari al seguito avvilito e demoralizzato da quello scempio. Fu uno scontro epico impresso nella memoria come “il giorno in cui l’Elsina se magnò lo centurione romano”. E sì perché era così violenta da sembrare affamata!
Ma torniamo alla nostra Assuntina. Reduce da quel guaio scatenato per causa sua, decise al guadagno dell’ennesimo misero stipendio di espatriare per ventiquattro ore a Roma. Là, tra tanti negozi, era sicura avrebbe trovato il capo giusto giusto per i suoi desideri.
Il viaggio in pullman fu titanico. Dovette sopportare le alitate del suo compagno di posto senza potersi muovere di un millimetro, poiché l’individuo in questione era incredibilmente grasso da averla incastrata nella sua posizione! Quando scese dal bus, le ci vollero dieci minuti per recuperare il corretto uso degli arti addormentati! Superato quest’ ostacolo, camminò lungo via Nazionale assolutamente presa dai luccichii provenienti dalle vetrine. Era come trovarsi in un’anticipata festa del patrono locale.
Un passetto qui, un passetto lì fu invasa dalla visione perfetta. Esposto in una boutique, c’era un cappotto, anzi, il cappotto per eccellenza. Se ne innamorò all’istante e lo comprò senza nemmeno perdere tempo a misurarlo, tanto temeva che qualcuno glielo rubasse prima di uscire dal camerino.
Tornata a casetta, tutta quanta felice, stese sul ripiano del tavolo in cucina l’acquisto per farlo ammirare all’intera famiglia.
«A Pì guarda! Guarda! È perfetto! È beglio no? Marone bruciato propeta come lo volevo io! Non ce potevo crede quando lo s’ho visto!»
E Pinetta temendo il peggio da tanto entusiasmo, annuiva poco convinta.
«Ma sei sicura Assuntì? Non è che rifai la storia de sempre?»
«No! No! Non dì ingiurie Pì! È il cappotto meo!»
Andò avanti così per tutta la notte. Assuntina che inneggiava, Pina che temeva ed Elsa che si addormentò sfinita sulla poltrona.
Al mattino, mentre il sole abbracciava Priverno dando il buongiorno ai suoi abitanti, a casa Funarioni avvenne l’inaspettato.
Il cappotto marone bruciato, divenne color cacarella. La bellissima stoffa fu ritenuta alla pari di pezza per pulirsi i piedi e giù lacrime della giovane Assuntina per le lire perse e della povera Elsina costretta a sacrificarsi infilandosi quel soprabito di due taglie più piccole rispetto alla propria.
«Lassame perde! Nun me entra! Nun me entra! Lassame perde!»
Lei ci provava a liberarsi dalla morsa della minore, ma ogni tentativo era inutile. Aveva stabilito che l’avrebbe indossato e non era disposta a cedere.
Così tira de qua, tira su, tira giù, la disgraziata maggiore se lo infilò tra i singhiozzi. Ma essendo effettivamente troppo stretto sentì subito mancarle l’aria e svenne sul freddo pavimento della camera.
Al risveglio, circondata da madre, padre e sorelle, si ritrovò sul letto con la sua maglietta preferita ridotta a un cencio. Dopotutto, le dissero, «te dovevamo salvà e in certe situazioni non se po’ mica sta a guardà ar capello! »


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