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George Stevenson


Oggi concludiamo il nostro viaggio tra le pagine di Luis e lo facciamo con l'antagonista per eccellenza, George Stevenson. Ho dovuto eliminare una parte perchè rivelava cose importanti sull'andamento della vicenda, per cui leggerete, sebbene di seguito, due pezzi separati. Vi ringrazio per aver apprezzato il poco che ho postato sul libro e per dimostrarmi sempre il vostro appoggio. Ogni tanto ho bisogno di conferme, perchè divento insicura! Buona lettura!

(…) Immerso nella poltrona in pelle del suo studio privato, George Stevenson, leggeva e rileggeva senza alcun interesse i documenti di un affare da concludere. L’appartamento, sito in un palazzo a Chelsea, tranquillo quartiere residenziale, spiccava rispetto a tutto il resto del vicinato per gli intarsi fatti sui balconi e l’architettura tipica degli anni trenta. Un piccolo gioiello riservato a soddisfare i gusti di famiglie benestanti, innamorate del lusso ma anche della storia, dall’opportunità di respirare in ogni angolo i ricordi di un passato svanito per sempre ma conservato negli angoli dei muri, nella scala antica, nei quadri appesi all’entrata del portone. La scelta di vivere là, anziché in una zona più centrale della metropoli, apparteneva totalmente ai gusti di Hanna Thompson Stevenson. Donna dagli atteggiamenti e dall’aspetto di una signora d’altri tempi. Educata in un collegio di suore su espresso ordine dei genitori, era cresciuta in un mondo ovattato, illusorio, cristallizzato nelle usanze aristocratiche di chi non era mai stato nobile per davvero. E come nei migliori film d’autore, aveva trasferito i suoi modi raffinati e il suo aspetto austero nell’arredamento della casa. Nulla era fuori posto. Ogni stanza era costruita con un’attenzione ossessiva per i dettagli, divenendo un universo privato dove potersi perdere tra gli aromi dei fiori sempre freschi dimenticando il respiro del mondo vero.
Vi era una tale ansia di perfezione là dentro che George, in più di un’occasione, aveva avuto il desiderio d'interrompere quell’ordine, trasformandosi nell’emblema della più turpe imperfezione.
(…) Stanco da quei pensieri, si alzò dalla poltrona e avvicinandosi al carrello del bar si versò del liquore. Lo bevve avidamente, con gli occhi chiusi, sperando di dimenticare quelle orribili sensazioni. Augurandosi di non doversi più confrontare con il rimpianto. Intorno la casa era immersa nella quiete tipica dei quartieri residenziali, appena disturbata dai cigolii dei mobili d’epoca e dal respiro regolare di Hanna addormentata da poco meno di mezz’ora tra lenzuola di seta. Denise, invece, in ritardo sul programma di letteratura inglese, se ne stava seduta davanti alla scrivania cercando di memorizzare gli ultimi dettagli sulla vita di Oscar Wilde. Non aveva sentito il genitore rientrare ma sapeva che c’era. Riusciva sempre a saperlo perché ne riconosceva i passi. E li riconobbe anche nell’istante in cui avvertì qualcuno bussare.
«Vieni pure!»
George aprì la porta ed entrò.
«Ancora sveglia?»
La ragazzina chiuse il libro dando una scrollata di spalle annuendo.
«Stavo finendo di studiare»
Stevenson l’osservò tacendo.
«Va a letto…è tardi»
«Si, ora vado»
Accennò ad un sorriso e l’uomo ricambiò lasciandola pochi attimi dopo nella culla delle tenebre. Se avesse saputo la verità avrebbe continuato a guardarlo con la medesima dolcezza? Avrebbe comunque nutrito verso di lui l’affetto di allora? Se lo domandava spesso, ma ogni volta preferiva non rispondersi. Quella notte, immobile di fronte al proprio letto, decise di farlo. Non l’avrebbe mai perdonato (…).

Foto di haley77

N.B.
Luis è un libro depositato alla SIAE. Quindi ne è SEVERAMENTE VIETATA qualsiasi tipo di riproduzione totale o parziale.
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