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Il mare lontano


Il mare era sempre stato una cosa strana per la famiglia Funarioni. Un gigante blu, incastrato tra perle di sabbia, in un luogo lontanissimo dalla loro amata Priverno. L’enorme distanza (per quei tempi andati) poteva essere colmata solo con l’uso di pullman di linea o alla peggio con il carretto guidato da muli. Assuntina sarebbe tanto voluta andare a Foceverde. Tutti, d’estate, c’avevano l’abbronzatura tranne lei e le sue sorelle. Stare al passo con la moda era diventata la loro ragione di vita. In realtà a Elsa non gliene fregava niente di sembrare una mozzarella andata a male. Il costume che aveva era, tanto per non smentirsi, il residuo di un altro comprato e poi abbandonato da Assunta. Talmente stretto da segnarle fianchi e gambe , diventati di un colorito violaceo per l’assenza di circolazione. Pina, invece, si limitava ad attendere il responso dei genitori alla richiesta di poter espatriare quel fine settimana.
Quando Tommaso pronunciò un deciso «non se ne parla nemmanco che non so che ce sta laggiù» la povera figlia minore scoppiò in lacrime. Anzi per essere precisi e per onor di cronaca, prima tacque. Poi gli occhioni nocciola si deformarono in un’espressione disperata. Quindi emise un ululato lungo lungo e sinistro, accasciandosi in ginocchio ai piedi del padre, singhiozzando. I vicini a sentire quei versi insoliti si spaventarono parecchio. Da quelle parti non era strano incontrare lupi in libertà e il casino avvertito tra le pareti domestiche dei Funarioni li convinse che là dentro un terribile animale selvaggio stava facendo incetta di quei disgraziati. D’altronde i singulti della ragazzina si levavano mischiati alle urla del sor calzolaio che agitando la scarpa inveiva contro quell’atteggiamento irrispettoso.
«T’ho detto che nun ce poi annà allo maro! Ce sta troppa brutta gente in giro!»
«Pà tu m’ammazzi così! M’ammazzi de dolore al core mio! Tu non voi capì che semo troppo arruzzinite! Non ce se pia manco n’omo!»
«State sitta scostumata!»
Elsa, preoccupata dall’andamento della lite, tentò di calmare le acque, ma riuscì soltanto a beccarsi un pugno dalla sciagurata in preda a una crisi di nervi. Da quel momento in avanti nessuno capì più niente. Ognuno adirato per un motivo, si scagliò contro l’altro, creando una rissa storica conosciuta dalla popolazione del luogo come “le botte del mare lontano”. Calci, pugni, ringhiate. Sembrava stesse avvenendo il più turpe dei delitti.
Nello stesso istante, sora Carmela accanto al marito Fiacco Fiaschetti, fucile impugnato, s’avvicinarono alla porta dei confinanti decisi a intervenire per cacciare via la belva feroce.
«Bussa Fià»
«No, bussa tu che tengo le mani occupate»
«Ne tieni solo una occupata dal foco de la morte!»
«State sitta che lo lupo se ce sente ce magnà e ce ricaca pure a noi!»
«Bussa!»
«No! Se busso se n’accorge! Te devo insegnà sempre tutto Carmè!»
Il tira e molla non accennava a risolversi, fino a quando il tremendo serramento non fu spalancato da un’Elsa scapigliata, stravolta, con il vestito mezzo strappato e un’abbondante ciocca di capelli stretta nella mano sinistra, trofeo di un precedente scontro con Assuntina. Il rossore della faccia, misto a qualche filo di saliva appiccicato sulle labbra, fece pensare ai due consorti di trovarsi davanti ad un’ammalata di rabbia.
«Fià…Fià…lo mostro l’ha contaggiatta…Fià…pia lo fucile…»
«Carmè…Carmè…non me posso move…me so cacato sotto»
Sora Carmela a quell’ammissione sardonica, restò a fissare l’uomo con aria allucinata. Tradita nel momento del bisogno! Che fare? Non poteva certo permettersi d’essere assalita, per cui traendo un respiro profondo s’avventò sulla donna, ché a lei le armi non le erano mai andate a genio. Meglio menare!
Elsina se la vide piombare addosso stile caccia bombardiere e insieme rotolarono ai piedi di Pinetta che in lacrime, con la cornetta del telefono all’orecchio, gridava al fratello maggiore: «Titta! Titta nostro viè…che qua se ammazzano pe davero!».
Dall’altro capo del filo un ometto magrolino magrolino e alto alto, si aggiustò gli occhiali enormi sul naso cercando di calmare la sorella. Era il maschio di casa dopotutto e in certi casi doveva intervenire senza paura. Anche se nelle risse dei suoi familiari c’aveva rimesso sistematicamente un braccio rotto, una camicia ridotta a brandelli, una gamba azzoppata. Chissà cosa gli sarebbe accaduto adesso.
«Sto arrivà Pinè…sto arrivà!»
Titta (in realtà si chiamava Giovanni ma erano talmente tanti anni che usavano quel diminutivo, da aver praticamente scordato il nome vero!) arrivò a destinazione rapidamente. E quella che si trovò di fronte, era una scena “indimenticabile”.
Tommaso tentava di togliere da dosso a Elsa la sora Carmela, aggrappata alla vita della nemica per metterla K.O. (era la sua mossa dello schiacciamento terreno). Rosetta tirava il marito per aiutarlo a far maggior forza. Pinuccia, accucciata in un angolino, taceva rassegnata. Assuntina ululava alla finestra la sua devastante tristezza. Fiacco, invece, si era chiuso in bagno aggredito dalla meschina diarrea. La paura fa strani scherzi!
«E mo fatela finita! Che è sto macello? Pà, mà…e daje no?»
Giovanni esordendo con la massima determinazione, non venne ascoltato. Così si avvicinò alla madre, le batté con un dito sulla spalla per attirare l’attenzione e fu scaraventato all’indietro, da un calcio ben assestato, contro il camino. Il frastuono dell’urto (una catasta di legna cadde sul pavimento) riuscì tuttavia a mettere un punto alla questione. Tutti, infatti, si alzarono precipitandosi dal ferito e quando lo rianimarono con due sonori ceffoni, Titta sì offrì di portare al mare lontano le amate sorelline. Almeno si dava un taglio al pianto sinistro di Assuntina! Tommaso Funarioni stavolta accettò, convinto che il primogenito avrebbe correttamente badato alla situazione!
Non restava altro che preparare le borse. Il fine settimana stava arrivando.

P.S.
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Foto di Iguana Jo
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