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Una riflessione sulla scrittura

Credo che il nostro paese sia davvero strano. Abbiamo un moltiplicarsi infinito di gente impegnata a scrivere ma non a leggere. Impegnata a spedire le proprie “fatiche” senza avere la minima intenzione d’acquistare un’opera della casa editrice alla quale si sta chiedendo di valutare il proprio libro. Impegnata a consumare fior di pixel nella realizzazione di un numero impressionante di romanzi. Mi stupisco sempre nel sapere di persone (coetanee o addirittura più piccole di me) che hanno tre o quattro romanzi nel cassetto e una quantità immane di racconti. E questo mio restare basita deriva dal paragone inevitabile fatto con me stessa. Io a differenza loro sono una lumaca storica. Prolifica sì, ma lenta. Per me è impensabile riuscire a sfornare componimenti come niente. Per scrivere “Luis” ho impiegato due anni e mezzo e da quanto ricordi capitava che per concludere una parte mi ci volessero tre o quattro giorni. Ora con “Memorie di noi” la musica non cambia. Anzi. Per realizzare il terzo capitolo, la stima è stata di una settimana e per il settimo, appena iniziato, non so ancora quando ne verrò a capo. Forse sono troppo pignola. Forse riservo un’importanza eccessiva alla cura della forma. Ma è più forte di me. Non riesco a fare cose approssimative. Il brano deve filare liscio come l’olio e per esserne sicura leggo sempre a voce alta. Solo con le storie brevi capita di crearle tutte d’un fiato, di getto insomma. Con le lunghe, come “Quella Berlino dimenticata”, sono stata a dannarmi un mese, tra riprese, eliminazioni, correzioni e limature varie.
Con questo non voglio dire che il mio metodo sia quello giusto. È una semplice riflessione mossa da una consapevolezza personale. La parola ha un valore. Un sapore. Una musicalità. Un brano letterario dovrebbe coinvolgere non solo per la vicenda, ma anche per un procedere di frasi fantasticamente legate insieme come in una canzone. A scuola mi hanno insegnato a tenere conto dello stile. La professoressa ripeteva «non è importante la lunghezza, ma la qualità». Ed io non posso fare a meno di abbracciare questo “credo”. Se mi capita tra le mani un testo “approssimativo” sotto molti aspetti, rinuncio all’acquisto dello stesso. Il "buongiorno si vede dal mattino”, sostiene un vecchio proverbio. Penso funzioni così anche per le opere. Una buona apertura è sintomo, quasi sempre, di un bel romanzo. Inciampare sulle lettere già dopo i primi righi, non è un apprezzabile biglietto da visita.
Enrico Brizzi in un’intervista rilasciata a me e Spratz per il nostro sito (in rinnovo grafico al momento) ha affermato, a proposito di un consiglio da offrire ai giovani esordienti: «Leggere molto, e sottoporre i propri scritti ai critici più feroci a portata di mano. Non alla mamma, per intendersi». Personalmente trovo abbia ragione. Bisogna guardare il proprio lavoro con una certa ostilità, per tentare di limarlo il più possibile e renderlo scorrevole e senza intoppi. Considerarsi arrivati, considerarsi al di sopra di tutti, pensare di “aver partorito il capolavoro del secolo” è un errore che impedisce di crescere. A nessuno piacciono le critiche, ma è necessario ingoiarle, digerirle e rivedere il proprio scritto.

Foto di chocolate-chandelier
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