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Un uomo importante


Oggi m’è capitato un frammento di me. Un frammento del passato. Un frammento di quando, nell’anno successivo al diploma, il preside realizzò una mia raccolta di racconti. A leggere la sua prefazione, un moto di malinconia s’è infilato in ogni antro della mia memoria.
Lui fu un grande uomo. Amante della cultura riuscì a portare il nostro istituto agli onori della cronaca locale e nazionale. Dal carattere tutto d’un pezzo, tipico di chi ha vissuto altri tempi, durante le lezioni girovagava per le viuzze studiando i dettagli di quegli aspetti da migliorare o da rivalutare del patrimonio architettonico. Se chiudo gli occhi, lo rivedo ancora, con quell’aria decisa e orgogliosa, fermo al bancone del bar, con l’immancabile sigaro spento stretto tra le labbra, mentre sorseggia il caffè. Mentre parla col vicepreside di quello studente indisciplinato, delle lamentele dei professori, dei progetti in cantiere da realizzare quanto prima.
Era un’artista della vita. Uno che se prendeva in mano una cosa la tramutava in oro. Se non fosse stato alla nostra guida in modo così dannatamente fiero, la RAI non ci avrebbe mai scelti per una puntata del format Mixer, dedicata ai reportage scolastici. Se non fosse stato alla nostra guida io, non avrei potuto presentarmi all’esame di maturità portando come materia Letteratura Italiana, totalmente “fuori” dai principali insegnamenti elargiti nel corso dei giorni. Se non fosse stato alla nostra guida, non avrei neanche potuto provare l’ebbrezza di partecipare al giornale della scuola.
Spirito d’iniziativa. Voglia di fare. Lottare contro chi lo reputava un “condottiero troppo pieno di sé”. Erano il suo marchio. Il suo DNA. E certo come i grandi personaggi possedeva le sue stranezze. Discutibili, ovviamente. Ricordo con dolorosa dolcezza, una mattina durante l’ora di agronomia. Credo frequentassi il secondo superiore o il primo. Il prof parlava del modo con cui coltivare il melo, con la sua tipica monotona cadenza. Fuori, all’aperto, in mezzo ai ritagli verdi dominava la quiete della primavera. D’un tratto una musica ruppe il silenzio esterno. Io, con i miei compagni, ci scambiammo delle occhiate perplesse. Ma che è sto rumore? C’è una festa? Oh la banda! Non ci volle molto per capire. Non ci volle molto per capire che il preside aveva organizzato una specie d’inaugurazione all’aereo fatto montare, stile monumento, poco dopo l’entrata. Celebrazione accompagnata dalle inconfondibili note dell’inno italiano. Non so quali fossero le facce dei presenti. So solo che la sua era probabilmente piena d’orgoglio. Emblema della sua incapacità ad arrendersi di fronte alle difficoltà. Al dolore. Alla malattia che stabilì di portarselo via qualche anno dopo il conseguimento del mio diploma.
Se l’importanza avuta da un uomo si misura con i partecipanti al suo funerale, Mario S. appartenne a quella categoria di speciali senza alcun dubbio.
Parte di quello che sono oggi, artisticamente e umanamente parlando, lo devo anche ai suoi insegnamenti, radicati in ogni fibra del mio essere. Lo devo a lui in grado di sorridere sempre e comunque.

“E. R., ha conseguito la maturità di agrotecnico nel luglio del 1996 ed è risultata la migliore studentessa dell’Istituto per quell’anno e per quell’indirizzo. Allieva “modello” per dolcezza e gentilezza di comportamento, per sobrietà oltre ovviamente (ma questo è scontato) per impegno e profitto; ha tentato impegni ed esperienze anche al di fuori del quotidiano scolastico.
Di qui, un impegno di scrittrice, di giovane scrittrice, forse immatura o forse no. Ai critici letterari la risposta. A me preme solo sottolineare che, oggi nella scuola, continuano ad essere presenti espressioni di ricchezze intellettive e di modelli comportamentali tutti in positivo dei quali taluni ritenevano essersi persa ogni traccia.
E. R. è una di quelle studentesse, e non la sola, che gratifica il lavoro del proprio Preside e lo fa sentire più importante. Di questo io la ringrazio.”


Ed io ringrazio lui per quello che ha saputo darmi.

Foto di Confusedvision
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