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Pensieri sparsi

Sono alla ricerca di una storia. Alla ricerca di una storia che parli di Ortensia. Di questa ragazzina dagli arruffati capelli biondi, affacciata a una finestra, ad aspettare. Non so ancora bene cosa. O forse lo so, ma non riesco a tradurlo in parole. Frasi. Pensieri compiuti. È un’affastellarsi di domande, ritorni indietro e passi in avanti senza riuscire a trovare il bandolo della matassa. Quel famoso input che conduce le mani a fissare sullo schermo del PC quanto m’alberga dentro l’anima.
L’assenza d’ispirazione somiglia molto a una canzone senza musica. Le note si smarriscono inghiottite dal vento e noi non riusciamo più a ritrovarle, finendo con il restare immobili nelle nostre mille paure. In quel labirintico deserto di sogni spezzati, dove ogni casa diviene l’emblema di un’aspettativa irrealizzata. Le mura sono invisibili sussulti ad occhi chiusi. Il pavimento, avana sporco, s’inonda di grigio. Scende il silenzio. Silenzio che ascolto. Silenzio che assolvo da ogni colpa perché ogni tanto sei obbligato ad arrenderti alla mancanza di radici artistiche. Ogni tanto sei obbligato ad ATTENDERE e basta. Senza frustarti inutilmente di rabbia per l’incapacità di dipingere quella bimba nella dimensione che le appartiene di diritto. Taci, rifiutando un po’ il mondo, oggi particolarmente stretto, ieri dannatamente soffocante e ti siedi. Ad osservare il sole. Meravigliosa non creatura inondante i giganti di mattoni e calce dei suoi riverberi gialli. Le torri di ferro si muovono lente trascinando il sudore di chi non può concedersi altro lavoro. Le scorgo da qui, dalla mia scrivania, assieme alle vetrate di un edificio concentrate a risucchiare i riflessi di un quotidiano morente.
A quest’ora del giorno sembrano tutti scomparsi. Le strade sono vuote persino all’incrocio principale, dove un tempo, un benzinaio sbarcava il lunario riempiendo i serbatoi di viandanti sulle proprie piccole utilitarie. È cambiato tutto da allora. E la morsa della nostalgia si fa sentire. Si fa sentire insieme alla dolce consapevolezza d’aver vissuto pienamente l’infanzia.

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