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La rissa

Al lotto popolare che frequentavo da bambina, quello oltre le scalette in pietra del bar dei nonni, esisteva una rivalità vecchia di anni. Uno scontro acceso fatto di sguardi penetranti, di se fai n’altra mossa te stiro, di battutine sagaci e scherzi pensati in lunghissime giornate estive accompagnate dall’insopportabile canto delle cicale. I grandi contro i piccoli. Le ”medie” contro le “elementari”. Noi, combriccola mista di maschi e femmine, ben poco abituati ad accumulare vittorie, fermi davanti ai nemici, pallone tra le mani, finivamo inevitabilmente con il ritrovarci a correre tra i vicoli alla ricerca di un rifugio di fortuna. Vieni de qua! Ce beccano! Stavolta ce beccano! Alessà movite che se te pijano io nun te vengo a ripiglià!Bimbi sconfitti, anziché bimbi dispersi. Ben riuscita parodia dell’amato Peter Pan. L’eroe di tutti. Il vincente per eccellenza. Icona da tenere sempre bene a mente nei momenti del peggiore sconforto, soprattutto quando, esausti dalla fatica, con le maglie appiccicate sulla pelle dal sudore, chiusi nell’androne di una delle palazzine, sbirciavamo fuori (rigorosamente a turno, per non far torto a nessuno) assicurandoci della salvezza guadagnata. O ancora lontana se le guardie di Nestor Gambe Secche, girovagavano alla ricerca delle prede. Vittime fintamente sacrificali di una guerra condotta sul filo del rasoio.
Da quando c’erano loro, non eravamo più liberi di giocare. Ogni angolo era preso. Persino il giardinetto del signore al primo piano era diventato meta inavvicinabile. Notizia testimoniata dalla meravigliosa fioritura delle ortensie, dispensate dall’obbligo d’essere sacrificate dalle nostre strampalate trovate. Come l’usarle per giocare a pallavolo. Inutile sottolineare la pioggia di poveri petali sparsi sul selciato marrone…e le ennesime fughe in massa per scampare dall’occhio indagatore dell’anziano Anselmo.
Non c’era neanche data la possibilità di organizzare partite di calcio in mezzo al vialone principale perché quando Davide tentò l’impresa (grande merito al coraggio!) venne derubato della sfera e cacciato via a forza di spintoni. Sembrava fosse impossibile reagire e abbattere la tirannia, fino a quando non riuscimmo a ribellarci.
Quel giorno non si respirava a causa dell’afa. I lecci, disposti a perimetro intorno ai lati della carreggiata principale, esattamente di fronte al chiosco, se ne stavano statici nella loro posizione, trasudando calore. Le auto passavano raramente, inghiottite dal silenzio. Mio zio, il famoso zio del tiro bomba, serviva ai clienti granatine all’orzata, mentre nonna tentava di farsi aria con il ventaglio, seduta sotto l’unico ombrellone montato in una struttura di ferro e pietra. Fa troppo caldo, me se sta a coce pure il core.Fu lo sbattere improvviso di biciclette contro il muretto a rompere la quiete apparente. Alessandro, piccolo e magro nella sua folta capigliatura nera, si precipitò con il fratello sul prato accanto al locale. Io, insieme a Sara e a Ilaria, gli andammo dietro agguerrite più che mai. Incuranti del rischio avevamo sfidato a viso aperto i grandi, per la resa dei conti decisiva. Gli antagonisti, Nestor, Massimo e Benedetto non tardarono ad arrivare. E appena misero piede nel “nostro territorio”, si scatenò il caos. Caos vero. Tanto da lasciare basito zio Riccardo che mi vide aggrappata sulle spalle di Gamba Secca, stile koala per intenderci, mentre gli arruffavo la già poco felice pettinatura bruna. Un modo di combattere alquanto particolare, ma incitato dal resto della truppa che stoicamente riusciva a tenere testa agli altri due. Ale e Davide, uniti nel sangue e nei gesti, avevano afferrato chi per un braccio chi per l’altro, Massimo, lanciandolo dritto sul terriccio. Benedetto invece, dovette soccombere alle manate in faccia delle due ragazzine. La vittoria, la prima ed unica, fu finalmente nostra.
Sconvolti e sporchi, dopo la terribile battaglia, potemmo toglierci la soddisfazione di vedere i bulletti abbandonare il campo con la coda fra le gambe e la messa in piega scomposta, delusi dal dover rinunciare alla propria insopportabile dittatura.
I piccoli ce l’avevano fatta! Con la poca convinzione di nonna che scuotendo la testa non poté fare a meno di sospirare rassegnata. Elì ma nun t’ho detto che le fimmine non se devono da comportà così?

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