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Ogni storia rivela una parte di noi

Credo che ogni storia raccontata celi dentro di sé altre storie. Frammenti dell’autore, pezzi di vita sparsi qua e là a comporre il puzzle delle proprie danze interiori. Si lascia sempre una parte di se stessi quando si sceglie di comunicare un’emozione, un evento, un qualcosa attraverso la scrittura. Penso sia inevitabile. Accade anche quando siamo convinti di essere distanti milioni di chilometri da ciò che ci siamo presi l’impegno di rappresentare. E questo non vale soltanto per chi vuol far di mestiere l’artista. È una “legge universalmente valida per tutti”. Le parole specchio dell’anima. Le parole tasselli di noi. Le parole, solo le parole, sanno forse svelare i recessi più nascosti e segreti di un inconscio spesso inascoltato per timore di capire troppo.
Ieri il cielo ha pianto gran parte delle sue lacrime. Oggi pare aver intrapreso una lotta impari tra un vento ferocemente aggrappato a brandelli di città poco più alti del normale e nuvole grigio perla testardamente ribelli all’obbligo d’andar via. Sembrano in procinto di far le valigie, ma poi, basta un attimo ed eccole di nuovo qui. A coprire tutto. Persino i rumori delle automobili.
Ogni tanto mi piace osservare lo spicchio dei palazzi dalla finestra di camera mia. Ce n’è uno in particolare, architettura tipica dei mediocri fasti mussoliniani, che attira inevitabilmente il mio sguardo. Un terrazzo grande, con sedie verdi ordinatamente disposte sui lati, piastrellato color avorio, tavoli bianchi e la porta d’accesso aperta su una costruzione di mattoni dalla forma squadrata. Una volta ho scorto un ragazzo là, da solo, seduto, con il volto rivolto all’orizzonte. I tratti confusi a causa della distanza, hanno comunque attirato la mia attenzione. Quello starsene ostinatamente immobile, mi ha attirata. Il suo modo di voler afferrare l’inafferrabile.
Si possono carpire molte cose se s’impara ad osservare.
Non dico mai, quando realizzo qualche scritto, i motivi celati dietro ad esso. È una sorta di pudore personale, di vergogna, di timore a rivelare chi sono nella mia totalità. L’occasione di partecipare ad un’antologia online, mi ha dato modo di “confessare” il perché sono stata spinta a creare il racconto lungo “Amami”.
Questa è la prefazione che compare su Randagi, a proposito di quella causa scatenante fino ad ora celata.

Ho iniziato a scrivere “Amami” in una torrida giornata estiva, seduta sul letto, con la musica nelle orecchie e il portatile posato sulle gambe. Da tempo non affrontavo storie d’amore o che trattassero vicende inerenti i rapporti tra un uomo ed una donna e dunque decisi che era arrivato il momento di cimentarmi nuovamente in una tematica che nella vita mi aveva sempre lasciato l’amaro in bocca. Ma non fu solamente questa la ragione. Desideravo “regalare” una storia. Desideravo regalare una storia a mia madre. Mi piaceva l’idea di scrivere per lei, dedicandole a sua insaputa una piccola opera che sapevo avrebbe suscitato il suo entusiasmo (tranne per la conclusione!). E’ romantica e sentimentale come me. Un’idealista sognatrice che non ha mai deriso la mia intenzione di affermarmi nel mondo della letteratura. E’ stata tra le prime a leggere “Luis”, libro faticosamente portato alla luce dopo due anni e mezzo d’intenso lavoro. La redassi legandola al romanzo per la ripresa dell’ambientazione e di un personaggio e gliene feci dono. Sebbene non gliel’abbia mai espresso chiaramente. Sebbene lo “confessi” solo adesso. In “Amami” c’è molto di me. Più di quanto in apparenza si possa dedurre e comprendere”.

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