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Lo zio che lavorava sui treni


Nonna mi raccontava delle storie, da bambina. Soprattutto d’estate, quando il caldo ci bloccava sotto gli ombrelloni instabili del chiosco. Lei si sventolava con il ventaglio o, se quello mancava per una dimenticanza delle più classiche, con qualsiasi altra cosa potesse fungere da sostituito: fogli di giornale (puntualmente rubati all’avventore di turno…tanto non se ne sarebbe accorto preso dal ringraziare l’invenzione della birra), fazzoletti ripiegati, quaderni (dove nonno annotava i conti sospesi, ovvero i debiti delle persone). Si sventolava, lanciando ogni tanto sospiri e poi, dietro mia domanda, mi raccontava le vicende di famiglia. Del suo tempo di guerra. Dico suo perché ne esistevano diversi. C’era quello di zia Assunta, di zia Elsa, di zio Titta e naturalmente di nonno. Ognuno ne aveva un’idea, un punto di vista talmente diverso che potevi passare delle ore a chiederti se avessero vissuto realmente nel medesimo periodo storico. Piuttosto pirandelliana come situazione. Di racconti ce n’erano una varietà infinita ma giorni fa me n’è tornato in mente uno particolarmente assurdo. Uno di uno zio mai conosciuto che viaggiava sui treni. Credo facesse il controllore in non so quale imprecisato anno. Sicuramente io dovevo ancora nascere. Era, a quanto pare, originario di Priverno e molto amato dall’intero parentado. Si dava da fare nella vita, non lasciava mai niente al caso. Meticoloso. Serio. Un bel giovine insomma. Sposato, mi pare, anche se non so a chi. C’è un macello di gente dalla parte di nonna e spesso è avvolta dal più intricato mistero.
Ma non divaghiamo. Dicevo, stava sui treni e viaggiava viaggiava ovunque. Ovunque le rotaie scegliessero di condurlo. E quando rientrava era sempre una grande festa. Gioia apertamente manifestata con trombette, balli, cene, lunghissime cene ed altrettanto lunghissimi pranzi.
Lui sembrava felice, per questo nessuno si spiegò mai il fatto.
Un pomeriggio, durante una classica traversata Roma – Napoli, s’era messo di punta a controllare ogni biglietto, dissero che s’annoiava a star senza far niente. Una donna, vedendolo così volenteroso, accomodata sui seggiolini vicino all’uscita, ché dentro al vagone non c’era posto neanche per respirare, lo fermò. Sarebbe dovuta scendere a una frazione, una di quelle stazioni piccolissime, conosciute solo da chi ci vive. Intorno estesa campagna. Silenzio totale, a parte il brusio dei passeggeri e il to to to del mezzo.
«Che ce semo allo paesello mio? No, perché devo scenne e nun posso rischià de finì chissà dove. Sa na femmina come me, se la ponno portà via come gnente!»
Zio sorrise (la leggenda racconta che sorrise proprio) e poi rispose.
«E controllamo subito no?»
Quelle furono le ultime parole che gli sentirono pronunciare. Con calma, in modo naturalmente folle, forzò la porta (difettosa…non avrebbe dovuto cedere) e l’aprì sporgendosi. Il risucchio d’aria se lo portò via all’istante e nessuno seppe più nulla di quel bravo ferroviere. La sconosciuta restò costernata, immobile, aggrappata al suo posto per non fare la stessa fine. Riuscì solo a balbettare:
«Ammazza oh…ma non poteva guardamme dallo finestrone?»

Foto di shaggyred3839
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