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Zio Ugo

Zio Ugo era un uomo come pochi. Acuto. Intelligente. Ironico. Un lupo solitario. Uno che non aveva bisogno di niente, fuorché di se stesso, di qualche buona puntata ai cavalli e di spiccioli di sogni da regalare a chi aveva voglia di starlo ad ascoltare.
Abitava a Roma, all’Alberone. Ricordo che da piccola quando i miei mi portavano a trovarlo, al vedermi esordiva sempre con “la mia commarella!”. Eh sì, m’aveva battezzata e sembrava perennemente un evento il mio camminare tra le mura del piccolo appartamento, in mezzo a una cucina claustrofobica, chiedendogli di come faceva a saper cucinare così bene. Con pochi semplici ingredienti era capace di crearti un mondo. E se chiudo gli occhi posso ancora vederlo, là, in piedi, con il viso scarnito, il corpo magrissimo e la parannanzi ben salda sui fianchi, mentre gira il cucchiaio nel fondo del ragù.
Il suo sguardo racchiudeva un costante senso di malinconia. Una profonda nostalgia di chissà cosa. Non me lo sapevo spiegare da dove gli derivasse, ma d’altronde ero solo una bambina. Non ero in grado di comprendere. Non ero in grado di sapere che lui se n’era stato per vent’anni alla legione straniera.
Una mattina, una come le altre, era uscito col suo classico berretto da passeggio, salutato la madre con un timido bacio sulla guancia e salito sul primo treno utile per raggiungere una terra lontana. Così lontana da portarti a pensare ad una fuga da fantasmi personali. Brutti ricordi da mettere a tacere. Brutti ricordi da seppellire con ennesime orripilanti memorie. Nessuno seppe più nulla di lui. Nella capitale lo dettero per morto, tanto da celebrare un funerale ed erigere un altarino in casa in suo onore. Per non dimenticare il caro Ughetto, scomparso malauguratamente nel corso di un freddo inverno.
La guerra ti cambia. È inevitabile. E chi ha trascorso tanto tempo in quel posto, chi ha imbracciato le armi, chi ha visto morire compagni. Uomini. Innocenti. Non può tornare in paese col medesimo volto e sorriso. Credo derivassero da quello i suoi silenzi, intrisi di segreti incoffessabili. Il suo essere presente eppure distante.
Pareva quasi che lo svolgere il ruolo di padrino, rasentasse un modo tutto suo per riscattarsi da qualche peccato troppo pesante da dimenticare. Troppo pesante da sopportare su quelle spalle incurvate dal dolore. Incurvate dalla malattia.
La dolcezza. L’amore per i cani. Le ricette. Le mani sui miei capelli arruffati dopo qualche corsa, nello stradone sotto il palazzo romano. Attimi da conservare nel cuore. Sangue mescolato al mio ed eredità imprescindibile.

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