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Facce

Nella stanchezza di giornate trascorse a immergersi nei perché, nella vita, nelle viscere di autori lontani e vicinissimi a noi, leggo. Leggo con amarezza sempre viva del persistere di un’assoluta stagnazione di pensieri insopportabilmente tutti quanti uguali. Leggo l’inconsapevolezza che il mondo non si cambia con le parole o con le stolte lamentele di chi vorrebbe assurgere sul podio dei vincitori solo per il gusto di dire “io ci sono”. Leggo parole inutili. E mi domando come si possa proseguire ad essere ciechi. Ad ignorare l’evidenza. La realtà. Il cambiamento non si fa senza sforzo, abnegazione e volontà di fare. Pretendere di modificare i piani editoriali delle grandi major è ridicolo. È come tornare a essere bambini e sbattere i piedi a terra per essere ascoltati. Ci vorrebbe unione. Ci vorrebbe reale desiderio di far rinascere la cultura italiana arrivata ai minimi storici. Ma in giro c’è troppa fame di successo. Visibilità. Di facce stampate nel retro di copertine patinate. Di desiderio di salire nelle classifiche di vendita anche se coscienziosamente si sa, di non essere ancora pronti per quel genere di boom.
Ma d’altronde cosa importa? Cosa importa preoccuparsi di scrivere buone cose se poi ognuno pensa esclusivamente a riempire pagine di finto inchiostro? Cosa importa se i grandi talenti restano voci mute mentre chi può permettersi di scucire quattrini sforna l’ennesimo libro destinato al macero di un mercato inclemente?
A nessuno importa niente. Tranne che di SE STESSO. Del suo fallace orrendo digitare. E allora ecco il clan delle maschere di cera. Tutti quanti in fila pronti a indossarle. La mia, la tua, la nostra. Chi se ne frega. Intanto siamo nel museo delle cause perse e anche se entrano due visitatori al giorno ridiamo lo stesso felici della nostra illusione.
Mi domando se esiste qualcuno, tra coloro che aspirano, così umile da ammettere i propri errori. Così disposto a riconoscere di non aver prodotto il capolavoro del secolo. Di dover maturare ancora e sempre e tanto. Non credo esista una risposta affermativa da parte dei più.
Certo molti accusano gli editori. Dicono che sono i lettori i veri giudici, salvo poi non essere seguiti. Allora il pubblico diventa lo scemo del villaggio.
Teatrino di burattini. Questo vedo ergersi nelle città del mondo.
L’artista vero è chi riesce ad avvincere senza forgiarsi di alcun epiteto.

Foto di keslick
www.deviantart.com
http://keslick.deviantart.com
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