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Il mare che cuoceva


Il litorale latinense non è sempre stato come lo si vede ora. Non c’erano i chioschi affacciati direttamente sul mare. Non c’erano le luci colorate della sera e le scalette in legno per scendere comodamente sulla spiaggia. Era tutto molto spartano. Abusivo. Avventuroso. Le auto si parcheggiavano su entrambi i lati della carreggiata e questo creava lunghissime file di traffico. Interminabili ingorghi, dove se eri particolarmente sfortunato, finivi con il prenderti una pioggia di accidenti da chi voleva passare ma non riusciva a passare. Da chi, riuscito miracolosamente a trovare un buco, era rimasto intrappolato nella propria vettura sotto un sole caldo. Cocente. Insopportabile.
Per questo motivo andare a Foceverde diventava una specie di “missione” militare. Sveglia alle sette. Ghiaccio sintetico nel frigo. Panini. Ombrellone. E via, veloci, ché altrimenti se fa tardi e non trovamo andò mettece.
Zio Titta con la sua serafica calma, non veniva quasi mai da noi, ma una volta dietro le varie insistenze della moglie, cedette e raggiunse i miei zii (io non ero ancora nata). Era una domenica mattina e nessuno s’aspettava di vederlo arrivare con la sua piccolissima Seicento, talmente carica da procedere non oltre i 40 km orari.
Quando la inserì in mezzo a due Diane, sembrava una sorta di pulce condannata ad essere schiacciata dai giganti. Afferrò il bagaglio, stando attento a non rovesciare i contenitori con il pranzo e lentamente s’avviò in compagnia della consorte alla duna più percorribile rispetto alle altre.
«Giulià, ma non è che me daresti na mano? Me se stanno a caccià gli occhi dalla fatica»
«Ah Tì non je la faccio poi a scende giù, che nun la vedi la strada com’è tutta smossa?»
Buono di natura non replicava mai, accettando il doloroso ruolo di uomo forte. Cavaliere senza macchia e senza paura. Peccato che il fisico non gli consentisse di assolvere adeguatamente ai suoi doveri. Peccato che arrampicarsi per quelle ripide discese fosse impresa d’altri tempi. Peccato davvero.
Non appena mosse l’incerto passo sulla sabbia, percepì il suo rovente calore fondergli le suole delle ciabatte.
«Oh porca miseriaccia»
Imprecò ad alta voce e mentre continuava a gridare un oh oh oh, tanto da far credere a un bambino là nei pressi a far pipì che fosse giunto, in netto anticipo sulle stagioni, Babbo Natale, acquisì una velocità sempre maggiore. Corse. Corse. Corse e inciampò su una frasca. Piombò a terra. Tentò di rialzarsi ma fallì perché la roba era troppo pesante per togliersela di dosso. Allora che fare?
C’è una caratteristica dei parenti di nonna veramente ammirevole: la praticità e la capacità di cavarsela in ogni occasione. Quella volta non fu un’eccezione.
Titta, in preda alla disperazione, sentendosi bollire, dette un colpo deciso con i fianchi stendendo verticalmente le braccia e rotolò per il tratto rimasto da percorrere. La polvere sollevata rese difficile la visibilità, tanto da fargli travolgere il ragazzino ancora con le brache calate. Una signora in procinto d’andarsene. Un cagnolino allegramente zampettante. Fino ad arrestare la valanga estiva sotto un gruppo d’ombrelloni di anziani in gita premio.
Gli ci volle qualche istante prima di capire dove si trovasse, cosa fosse accaduto e soprattutto quale infausto destino lo attendesse. Mettendosi a sedere faticosamente, si tolse di dosso i residui di pasta fuoriusciti dai barattoli aperti e si voltò in direzione di un vecchietto con gli occhi sgranati per la scena alla quale aveva assistito suo malgrado.
«Eh lo so, lo so. Se n’è accorto pure lei vè quanto coce sto mare!»

Foto di celesblur

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