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Vent'anni prima

Di domenica mattina, la città tace. Di domenica mattina, appena il cielo rischiara dalla notte appena passata, il sole riscalda feroce l’asfalto, senza lasciarti tregua alcuna. Di domenica mattina, sembra di vivere in un capoluogo fantasma. Nessun rumore. Nessuna voce. Solo lo sporadico passaggio di motociclette d’epoca, quelle dal frastornante rombo, rompono la temporanea ragnatela di silenzio. Persino i vecchi chioschi dell’incrocio principale se ne restano con le serrande abbassate. E le rade bancarelle erette in onore della Santa del quartiere ancora non inondano la strada con gli odori tipici da festa cittadina. Zucchero filato. Carne cotta su improvvisate piastre roventi. Verdure immerse in contenitori straripanti di sapori mediterranei.
Gli archi con appese le luci luminose non partono più a inizio vialone. Il nuovo parroco ha stabilito di ridurre tutto quanto a misura di villaggio. A qualche ambulante messo vicino alla Chiesa o poco più giù. Forse neanche le mettono le transenne per chiudere il traffico. Ed è un peccato.
In passato era diverso. I giorni precedenti il 6 luglio erano giorni di trepidante attesa. Di preparativi. Di operai arrampicati su lunghe scale impegnati a montare gli addobbi per la celebrazione. Di giostrai arrivati col loro carico di giochi ad ammaliare i sensi di ragazzini curiosi d’infilarsi dentro al tunnel dell’orrore. Sul bruco magico. Sui traballanti calci in culo.
Quella era l’occasione per la gente d’indossare l’abito bello, uscire di sera con la famiglia e sedersi all’aperto nei bar, smarrendosi nelle solite chiacchiere dell’hai visto quello, ce lo sai che la sora Nina s’è fatta lo vestito da na sarta? Li panni l’ho stesi al mattino che devono esse freschi pe domani, eh sì sì c’avemo la comunione de mi nipote. Era l’occasione per fingere d’essere importanti.
All’epoca c’era ancora il nostro locale verde. E per tenere a bada una clientela improvvisamente cresciuta, nonno imponeva a zio di prendere le sedie al magazzino, sedie in più perché quelle che c’erano non erano sufficienti. Lui andava, un po’ sbuffando, un po’ chiedendosi come disincagliare quelle cose dal marasma di cianfrusaglie messe là dentro senza apparentemente alcun criterio.
A me piaceva la Santa Maria Goretti. Da piccola m’avevano portata a visitare le Ferriere dove lei s’era fatta ammazzare pur di non cedere al tentativo di violenza di un uomo. Ero rimasta colpita da quella storia e poi amavo stare in mezzo alle persone del lotto popolare osservandone i comportamenti, le stranezze, le aspettative quasi gridate tra un brindisi e l’altro. Tra una birra e l’altra.
Cambiare nel tempo è inevitabile. Ma dispiace sempre quando l’evoluzione conosce una parabola discendente, anziché ascendente. Osservo queste strade quiete. Le assenze. E ricerco nella memoria le vecchie, ingiallite immagini di vent’anni prima.

Foto di doganphotography
www.deviantart.com

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