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Tra saluti, mare e libri

Ho diverse cose da raccontare e ho deciso d’inglobarle in un unico post, scandito in tre momenti distinti.

La cena. Ieri sera nel corso di una cena organizzata in pizzeria, ho dato il mio personale saluto ad un caro amico che a settembre inizierà un’avventura lavorativa a Milano. Un inaspettato futuro da scrivere. Un’inaspettata opportunità che gli aprirà tante strade per diventare esattamente ciò che desidera. C’è nostalgia dentro di me a pensarlo così lontano, ma è una nostalgia mista a gioia ed orgoglio. Dopotutto ci conosciamo da quasi vent’anni. Dopotutto abbiamo vissuto insieme gli anni scolastici, tra risate, compiti fatti insieme, cene, serate sul vecchio motorino sì, mentre una falce di luna illuminava volti adolescenti. Erano gli anni novanta. Lo studio ci trascinava nei meandri di materie complesse. Di bilanci aziendali. Di piante e agrumi impressi sulle pagine di libri sottolineate da strisce giallo / rosa. L’amore occupava i giorni freddi dell’inverno, regalandoci interessi per persone alle volte strane, alle volte irraggiungibili, alle volte poco adatte. Delusioni da sopportare insieme, mentre le aspettative del domani s’annidavano dentro noi. Lui è stato e spero sarà sempre un porto sicuro. Un punto di riferimento. Una spalla su cui posare la testa quando la vita decide d’opprimermi i sensi.
Le nostre diversità sono assolute. Lui biologo, amante della scienza e del dato di fatto. Io umanista, sempre immersa nella lettura e nello scrivere, una romantica idealista potrei definirmi. Lui odia i musei, le gallerie d’arte, i concerti live di gruppi sconosciuti. Io li adoro. Eppure nonostante questo riusciamo a trovare un punto d’incontro, a condividere i reciproci successi o quando arrivano, i fallimenti. Eppure nonostante questo m’ha promesso di “sacrificarsi” portandomi a visitare la Pinacoteca di Brera e al Blue Note per ascoltare Luca Jurman, quando l’andrò a trovare.
Buon viaggio amico mio!

La giornata al mare. Questa mattina reduce dalla serata in pizzeria, mi sono ritrovata, non so bene né come né quando perché ho iniziato a capire dove fossi solo dopo aver messo piede in macchina, al mare. Bella mattina. Rilassante e trascorsa sotto un sole non eccessivamente caldo, con mia zia, la cuginetta e lo zio. Certo anche questa volta siamo stati costretti a pagare il “pedaggio parenti pelosi”. E sì perché se c’è una cosa che ho sicuramente ripreso dai miei familiari è l’essere un pochino abitudinari. Per cui trovato un posto in spiaggia particolarmente apprezzabile (cosa questa risalente alla notte dei tempi) non c’è verso di cambiarlo. Il che va anche bene se non fosse per l’obbligo imprescindibile di fermarsi a salutare. A salutare e a parlare. A parlare e a chiedersi quando si potrà riprendere il cammino. Qualcuno dei nostri ha tentato di eludere quella dogana marina, ma la fuga s’è rivelata un fallimento. Zio con la figlia al seguito, sicuri d’aver trovato la soluzione ideale al problema, hanno scelto d’arrivare in spiaggia direttamente dalla duna, ma prima che potessero mettere lo zoccolo sulla ripida discesa, sono stati intercettati da compare ed erede, intenti a scaricare i bagagli dall’auto, casualmente parcheggiata là. Scoraggiamento totale per i due poveri avventurieri. Meno fortunata zia, bloccata per venti minuti a riassumere la sua intera esistenza. Io, ignorando i tentativi di coinvolgermi nel discorso con ripetute richieste di dove fosse mia madre, sono scappata il più lontano possibile da quegli enormi orchi sommersi da infausta peluria.
L’acqua purtroppo era gelata, per cui il bagno è stato brevissimo. Ele continuava a ripetere “è calda, è calda”, però il mio fisico non era dello stesso avviso, considerando che dopo dieci minuti avevo le gambe in ibernazione. Beata gioventù sprezzante del freddo!

Memorie di noi. Il mio secondo libro è arrivato al ventunesimo capitolo, dopo uno stop dovuto ad un problema di trama. Per la prima volta mi sono ritrovata in seria difficoltà, perché essendo notoriamente una mezza schiappa in economia aziendale, non sapevo dove sbattere la testa per comporre il resto del puzzle. Come accadde con Luis ho avuto il piacere di ricevere un prezioso, preziosissimo aiuto, stavolta da un imprenditore (il suocero di zio del tiro bomba) che m’ha fornito tutte le informazioni di cui necessitavo. Così ho potuto riprendere a scrivere, avvicinandomi al cuore della storia. Un cuore che sento pulsare nelle mani mentre i personaggi assumono sempre più contorni reali. Credo sia una vera e propria storia di famiglia. Una storia dove conflitti, dolori e memorie si confondono in un marasma d’emozioni contrastanti. Mi piacerebbe vedere pubblicato questo romanzo e sapere che la gente ha patteggiato per Andrea, Michele, Irene o qualche altro protagonista. Mi piacerebbe sapere che un lettore s’è commosso. Alle volte fa male immergersi in questa vicenda. Ma se non fosse così risulterebbe meno viva e intensa.

Le foto sono mie e lo ho scattate oggi!
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