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Volare, dimenticando il tempo



“Occorre volare in questo tempo, dove?
Senz’ali, senz’aereo, volare indubbiamente:
ormai i passi passarono senza rimedio,
non elevarono i piedi del viandante.

C’è stato un tempo in cui ho amato un uomo. Amato incondizionatamente sua. Incondizionatamente in disparte per consentirgli di consumare le sue passioni verso stravaganti donne distanti milioni di chilometri da me. Insieme ci confidavamo i reciproci timori. Insieme trascorrevamo intere notti a parlare, sotto una luna bianca abbracciata dalle stelle. Credevo fosse l’unica persona al mondo in grado di capirmi, di risolvere in un sorriso i miei malesseri esistenziali. Era un bicchiere di latte e menta. Era miele e cioccolato. Era dolcezza con retrogusto amaro. Tutto e niente. Todo y nada.
Non so se i sentimenti possano devastare sul serio un’anima. Se un cuore ferito sia capace di diventare l’eterno dolore di passati afflitti. Non v’è certezza in questo. Eppure. Eppure l’ambiguità dei giorni vissuti insieme, di quegli sguardi rubati, di quelle voci basse, di quell’esserci sempre e mai, m’ha portata per anni a cancellare la possibilità di nuovi incontri. M’ha portata, senza rendermene pienamente conto, a tenere bene alla larga chiunque volesse oltrepassare la soglia di un io rattrappito dentro se stesso. M’ha portata ad essere cieca davanti a individui biechi e falsi, nella vana illusione d’annientare la sua faccia nei recessi della memoria.
Me ne rendo conto solamente ora. Ora che sono passati tre anni. Ora che l’ho rivisto, per un fortuito caso del destino e ho avuto finalmente modo, occasione e minuti per capire d’essermi liberata del suo fantasma. Della sua stupida magia. Mi sono sentita leggera. In pace davvero. Privata dell’acerba paura di tornare a dare fiducia ad un altro. A chi si presenterà nel futuro.
È stato un segno. Lo voglio considerare così. Una purificazione da tutte le sue false lusinghe. Uno svegliarsi la mattina e avvertire nitida la sensazione di non provare più nulla per lui. Né affetto. Né nostalgia. Né rabbia. Nulla.
Ieri sera, mentre mi domandava cosa avessi fatto in questi anni, assumendo il suo classico atteggiamento, l’osservavo, rispondevo alle domande, sorridevo lontanissima da tutto ciò che era stato per me. E neanche per un attimo ho avvertito la necessità di riprendere i rapporti. Di riallacciare l’amicizia. Di chiedere cosa ne fosse stato dei suoi progetti e del suo lavoro. Non m’importava. Ho taciuto, felice di farlo. Felice di sussurrare che adesso sono pronta. Pronta a ricominciare sul serio a legarmi a un ragazzo senza il terrore di cercare i suoi occhi.
Occorre volare a ogni istante come
Le aquile, le mosche e i giorni,
occorre vincere gli occhi di Saturno
e stabilire lì nuove campane.

Ormai non bastan più scarpre né strade,
ormai non serve la terra agli erranti,
ormai attraversaron la notte le radici,

e tu apparirai in altra stella,
determinatamente transitoria,
trasformata alla fine in un papavero.”

(XCVII – Cento sonetti d’amore – Neruda)

Foto di AnkyShpanky
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