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Cani


Eravamo tutti lì noi figli della terra. Davanti alla fotocamera del vecchio Jim a chiederci come fosse il mondo oltre quell’occhio artificiale. Eravamo tutti lì seduti su gelide rotaie a cacciare sorrisi storti per nascondere la miseria. State fermi che sennò ci uscite mezzi sulla pellicola! Marco sta dritto! Giovanni non fare la faccia da rimbambito! E tu Michele pulisciti la bocca! Il fotografo, sigaro spento tra le labbra, guance rugose e mani tremanti, tremanti di stenti, ci riuniva nello stesso posto ogni domenica mattina. Ci riuniva per fissarci dentro la macchina e spedirci alla ricerca di qualcuno disposto ad allevarci, ché mica si poteva sempre stare nella merda. Ma a che serve? Nessuno ce se pija! Io avevo smesso da tempo di credere nelle favole e non volevo illudermi. Quelli come me, quelli come il nostro gruppo, erano l’avanzo di uomini violenti. Di famiglie inesistenti. Di terriccio appiccicato sotto le suole delle scarpe. Appiccicato e vomitato fuori da baracche tappezzate di dolore.
Che ne sarà di noi? Era la domanda costantemente presente nei nostri pensieri. Era la falsa promessa di un futuro diverso. Era la condanna di un’età rimasta a spegnersi in se stessa. Nulla sarebbe mai cambiato. Lo sapevamo bene. Lo sapevamo bene eppure proseguivamo ad andare da quell’uomo a farci immortalare nei suoi scatti. Marco si fidava talmente tanto da dispiacersi se si presentava spettinato e lurido di notti vagabonde. Piangeva con le braccia strette intorno alle spalle. Piangeva chiedendomi dove fosse andato a finire Dio. Il nostro Dio. Noi non ce l’abbiamo un Dio. Riuscivo a rispondere solo questo. Perennemente questo. Senza guardarlo.
Il flash illuminava i nostri volti. Luce bianca catturata in iridi nere di carbone. Nere di un buio infinito. E ridete no? Se non ridete chi ve se fila? Già. Chi avrebbe dovuto curarsi di tre ragazzini abbandonati? Stavamo nel deserto. Emarginati. Rifiutati. Cani. Esatto. Ci gridavano cani i bambini ricchi. Cani schifosi. Giovanni si rattrappiva terrorizzato quando li incrociava per caso. Miche’ non me lascia’. E no che non lo mollavo. Neanche per un attimo. Neanche quando c’arsero vivi nella nostra casa di cartone.


Foto di kangman

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