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Vent'anni

Scrivo questa lettera mentre osservo il sole tramontare dietro quelle colline che da giovani hanno accompagnato i nostri passi. Quei passi verso sogni di cartone. Te li ricordi? Te li ricordi, anche se sono trascorsi vent’anni? Io non ho cancellato nulla di quei giorni. Ce li ho tutti, tutti quanti appiccicati dentro al cuore. Non poteva essere diversamente. Come potevo dimenticare? Mia casa. Mia anima. Mio pezzo di vita infinita. Questo eri, sei e continuerai a essere tu.

Nonostante il dolore. Nonostante la sofferenza non ho mai dimenticato. Non ho mai dimenticato Manuela. Manuela impressa sull’unica foto sopravvissuta e conservata in un cassetto. Sorrideva. La mano sinistra a farle da visiera, i seni pieni, le gambe nascoste da una di quelle sue imbarazzanti gonne da figlia dei fiori, la destra a stringere un piccolo fiore. Dovevamo essere appena usciti da scuola. Mi è sembrato di riconoscere, sul muro scrostato alle sue spalle, piccoli segni delle nostre incisioni destinate all’eternità.

T’immagino ora, seduto sul divano, ad abbozzare un sorriso di circostanza. A tentare di capire il perché. Per quanto tempo te la sei fatta questa domanda? Quando ti ho lasciato, là, sui gradini del liceo, non hai detto niente. Te ne sei rimasto zitto. Mi conoscevi troppo per credere si trattasse di una crisi passeggera. Te ne sei rimasto zitto e mi hai guardato. Dio, se solo mi avesse dato la forza di reagire. Se solo mi avesse costretto a non arrendermi davanti a loro, le cose, forse, sarebbero andate diversamente. No. Dio non c’entra niente nella mia incapacità a oppormi a papà e mamma. Inizi a comprendere amore mio? Ho cercato di cancellarti da me. In ogni modo. Persino fingendo sentimenti verso chi neanche conoscevo bene. Che schifo. Che donna da poco sono stata. Avvertivo il tuo odore ovunque, addirittura sulla pelle degli altri.

La tensione mi divora il cuore. Teso stringo il volante. Teso mi abbandono alla consapevolezza di correre nel tuo mondo dorato a farti sputare la verità. Tutta la verità. Le uniche parole che sono ancora disposto ad ascoltare. L’autostrada è solo un flusso disomogeneo di ricordi. Noi due nella macchina di Carlo, noi due inseguiti dalla polizia, noi due che lasciamo perdere tutto e andiamo al mare, noi due. Accelero e avverto le ruote bruciare l’asfalto caldo. Ho fretta di sapere. Ho fretta di comprendere, perché non bisogna mai restare sospesi a metà. Perché l’anno scorso un male viscido m’ha rubato preziosi respiri. E mentre la gente mi guardava come se fossi già morto, io pensavo d’essere buffo. Amaramente buffo. Il clown delle cause perse. Il clown che ha stretto i denti per vincere sulla malattia e sul nostro passato. Incerto sfioro la pancia con le dita. Aveva ragione lei. La birra ha lasciato ben visibile il suo passaggio, ma è rimasta mia fedele compagna, anche qui, anche ora in questa merdosa stazione di servizio a duecento chilometri dalla sua villa.
I ricordi si confondono. Vedo le sue lacrime. Sento la sua voce. Scorgo i nostri corpi allontanarsi, mentre Rossana, amante di una sera, compagna di classe, mette a tacere il mio schifoso mondo. Dove sei finita Manuela? Sei stata un incubo da dimenticare in fretta. Un incubo costantemente presente in ogni istante della giornata.

Mi sentivo morire. E più precipitavo, più volevo precipitare. Non sarei mai potuta tornare indietro a dirti che t’avevo abbandonato per nostra figlia. Perché ero rimasta incinta e la scelta che m’avevano imposto era o te o lei. Per restare insieme dovevo abortire. Troppa vergogna stare con uno della tua specie in via tanto ufficiale e con radici così strette a noi. Troppa inesprimibile vergogna. Ma non potevo. Non potevo ucciderla. Io me la sentivo dentro fin dal primo minuto in cui ho avvertito il suo respiro fondersi col mio. Non potevo rendermi responsabile di una simile colpa. E allora ti ho estirpato. Tranne che dai pensieri. Tranne che dal fondo della mia anima. Tu eri lì e hai proseguito a esserci. La sua bocca, il suo sguardo sono i tuoi. Maldestra esattamente come capitava a te. Distratta ma meravigliosamente attenta. Diventerà una donna forte, vero? Certo che sì. Certo che sì, ti dico.

L’auto arresta la sua corsa. Scendo calpestando la terra arsa. Mi sembra tutto così diverso qui, non so più neanche perché abbia sentito il bisogno di fare questa stronzata. Questo viaggio. Il portone è lo stesso, con il grande nome merlettato sul finto oro e la scritta Cav a marcare le distanze. Chi mi ha risposto mi è sembrato stupito della richiesta. Il cancello si è aperto. Ricordo che impazzivo di piacere a correre tra i profumi del lungo viale. Quasi sono tentato di riacciuffare le trascorse sensazioni, ma prima di poter muovere un passo la vedo. Vedo una ragazza dagli occhi belli. Dagli occhi identici ai miei. La vedo e la gola s’asciuga. S’asciuga e l’aria mi viene a mancare. Quella chi è? Somiglia a Manu, a guardarla.
«Tu sei Michele, vero?»
Biascico un sì. Debolissimo. Mi porge una lettera e un piccolo fiore. L’afferro e comprendo senza bisogno di parole.

Sarà lei a raccontarti gli anni in cui non avete potuto stare insieme. Sii dolce. Sarà spaventata. Prenditi cura del suo futuro e afferrale la mano quando sentirà di non avere abbastanza coraggio per mordere il presente.
Perdonami se puoi. Perdonatemi se potete entrambi. Ma morire per restituirvi l’uno all’altro mi è sembrato il dono più grande da farvi per riscattarmi dai miei peccati.

Con tutto il mio amore,
Manuela

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Questo è il racconto breve scritto con Dario in occasione del "concorso" indetto da Remo, Racconti a quattro mani (è stato rivisto e corretto rispetto alla prima versione).

Foto di vampire-zombie
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http://vampire-zombie.deviantart.com

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