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La festa annuale

Una decina d’anni fa c’era un’usanza nella fabbrica dove lavora mia madre. Festeggiare l’anniversario di nascita con una grande festa, organizzata all’interno e corredata da spettacoli, bancarelle e venditori ambulanti di bianco zucchero filato. Quella era l’occasione per conoscere il luogo dove i propri genitori trascorrevano più della metà del giorno. Per vedere da vicino l’ufficio e il laboratorio. Per incontrare i colleghi.
Noi partivamo da casa vestiti di tutto punto, con la vecchia Ascot di papà e i nonni. Ricordo che seduta sul sedile posteriore dell’auto, osservavo la strada curiosa ed emozionata, scansandomi dietro le spalle i lunghi capelli d’un caldo biondo. Ogni tanto, stufa del tragitto, mi sporgevo in avanti dicendo quanto manca? Mentre la mano di nonna mi tirava giù a sedere. Sta composta Elì che se frena de colpo te fai male.
Arrivati a destinazione restavamo qualche attimo immobili di fronte al cancello. Sembrava tutto incredibilmente enorme ai nostri occhi, soprattutto ai miei che piccola di statura per l’età, vedevo il mondo come un enorme gigante di segrete promesse.
La gente s’ammassava all’entrata salutando i presenti, cercando gli assenti, sorridendo curiosa e stampando carezze sulle teste dei bimbi fermi accanto alle colonne d’ingresso. Alcune donne, impiegate e operaie, sembravano uscite da strampalati film dell’orrore. Rossetti accesi e capelli gonfi. Ogni invitato, ma questo lo notai dopo, s’era dotato di enormi buste per l’immondizia, nere e capienti. Ovviamente i miei familiari non erano da meno.
«Ma che ce dobbiamo fa’ con queste?»
«Hanno detto che se magna gratis.»
«E allora?»
«Lascia perde Elì che co’questo non se potrebbe anda’ da nessuna parte! Se vole carica’ de roba!»
Nonna parlava tra la vergogna per gli eccessi del marito e la rassegnazione alla suprema legge dell’approfitta se puoi. Io non capivo granché di quel discorso, riuscii solo a sentire la voce di mamma che si raccomandava di non prendere da bere perché distribuivano le bibite già aperte. Una premonizione di quello che sarebbe successo?
Lentamente, in un flusso omogeneo di facce sconosciute, c’avviammo al cuore della celebrazione, dove in un grande prato incolto avevano allestito i banchi con ogni genere di leccornia. Rosette con salsicce, wusterl, abbacchio, peperoni, melanzane, salame e altri affettati, patatine fritte, noccioline. Il profumo delle braci inondava l’ambiente, carezzava i sensi della gente e l’incantava con la più ingannevole delle magie: la gola.
Attirati dagli odori, gli invitati, iniziarono a correre verso gli ambulanti, agitati dalla possibilità d’arrivare tardi e di non trovare più nulla. Là davanti caricavano i grossi contenitori di plastica buttandovi dentro tutto ciò che gli capitava a tiro, con brevi pause per divorare qualche panino al volo. Gli ultimi delle sconquassate file non furono mai primi. Anzi. Molti rischiarono d’essere abbattuti tra calci, spintoni e minacce del tipo nun ce prova’ ad avvicinatte che qua è mio! Se lo tocchi te sdrumo!
Io me ne restai ferma, a breve distanza, sconcertata. Dove caspita poteva andare una bambina con quel caos? Sarei finita di sicuro schiacciata. I miei tacevano perplessi. Nessuno sapeva come muoversi quando nonno giunse da noi con il suo sacco strapieno. Era persino riuscito a portarsi via acqua e aranciata!
«Ma…come ci sei riuscito nonno?»
«E che ce voleva? ‘Na spinta qua, una de là ed ecco. Secondo te io me facevo mette i piedi in testa da quelli?»
Sorrisi sollevando la nuca verso di lui. L’eroe della festa annuale!

Una nota.
Dopo simili incresciosi eventi la fabbrica ha abolito la celebrazione. Al di là dell’esorbitante costo in generi alimentari, ha voluto tutelare le persone dal rischio d’essere massacrate di botte per un pezzo di porchetta!

Foto di "Riccio", il colore del ricordo inganna
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