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Lapsus

La vita scorre come un cerchio. Eventi che accadono, ricordi che tornano, consapevolezze che si smarriscono nei terrori di sogni impressi sulle solide facce della realtà. Siamo vortice. Siamo pena e peccato. Siamo favole raccontate da bambini appesi a rami d’amarene succose.

C’era una volta una principessa che ingoiò il nocciolo di un’amarena. Quando apriva la bocca le usciva un’amarena, tanto che non riusciva a parlare. Ma chi gustava quel frutto riusciva a capire quello che lei voleva…

In una città che può essere, è e sarà tutte le città del mondo si tessono i ricami di speranze irrealizzate. La gente s’ammassa nelle strade simile ad altra gente raccolta su metrò o in un teatro di marionette, uguale e diversa. Identica e ombra di se stessa. Un commissario indaga su un omicidio. Un uomo scappa mentre il ricordo di un amore gli resta aggrappato sulle spalle in un peso insostenibile.

C’era una volta un regno che esisteva soltanto dietro le palpebre abbassate del suo re. I sudditi di quel regno camminavano in punta di piedi, parlavano sussurrando, danzavano trattenendo il respiro, guidavano trattenendo il clacson, per paura che, svegliando il monarca, svanisse la favola.

Il favoliere narra le sue storie incantando il silenzio. Alice s’inoltra in un giardino scavalcando siepi e fuggendo dal caos di una metropoli sempre in corsa. Sempre assurda. Sempre pronta a morderti le mani. Eva vagheggia antiche illusioni.
E tutto s’ordina davanti agli occhi del lettore ricucendo l’inizio al finale già scritto.


Ecco, hai scorto questi due punti?
Non si tratta di uno sguardo, di due pupille
nere come l’inchiostro, ma di una coppia, vista dall’alto,
che cammina in un’immensa distesa di bianco.


(Lapsus di Flavio Pagani, casa editrice I sognatori.
I pezzi in corsivo sono tratti dal libro, gli altri sono miei)
L'immagine è la copertina del libro Lapsus.
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