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Raccontami il rumore

Raccontami il rumore nonno. Raccontami cosa succedeva quando te ne stavi in mezzo alle granate, ad ascoltare gli spari e l’ultimo respiro di quel soldato ammazzato dentro fosse, scavate per nascondere i vivi e i morti. Raccontami il rumore nonno.

Non esisteva niente laggiù che non fosse fumo, mitragliatrici, urla e corpi smembrati. Non esisteva pace, né riparo. Non esisteva niente a parte noi, quelli del terzo reggimento. Ricordo che pioveva. Sì, pioveva quando partimmo per il Paese. Il fango s’attaccava agli stivali, lasciando sul treno tracce scure. Qualcuno di noi cercava di toglierlo strusciando i piedi sulle scale ma c’era fila e spinte e strilli, tanti strilli e saluti. Saluti di madri, nonne, figli. Saluti che quanno ce guardavano tutti belli fermi davanti alli finestrini, piagnevano perché sapevano che la metà de noi, da laggiù non sarebbe mai tornata.

Non avevate paura? Non volevate essere altrove?

Sempre. Sempre bambina. Appena il vagone s’allontanò, appena la gente rimasta a casa se fece piccola, il cuore non batté più. È difficile da spiegare. Eravamo diventati statue di sale incapaci persino di girare la testa, di fissare i compagni e scambiarci un sorriso. Una parola. Un conforto. Nessuno voleva togliere lo sguardo dal vetro per non ammettere la verità. Per non pensare a quanto sarebbe accaduto. Era inutile pijasse in giro. In guerra ce se lasciava ogni cosa. E pure se te salvavi alla fine nun eri più lo stesso. Non potevi esserlo perché il ricordo t’avrebbe comunque perseguitato tutte quante le notti. Io non ho mai dimenticato. Mai. Né un minuto. Né un’ora. Né un secondo. Niente. Sta tutto, tutto qui, nella testa. Immobile. Tutto l’orrore. Il sangue. Tanto sangue. E le viscere dei trucidati. Le viscere sparse sui terrapieni, davanti a me.

Perché non te ne sei andato via?

Perché non potevo. Perché non sarebbe stato giusto abbandonare gli altri. Perché quando stai lì, pensi solo a trovare il modo per salvare i compagni. Non ci credere alla storia della patria. Non ci credere mai Chiara. L’Italia era lontana e noi, ognuno di noi, se sparava lo faceva solo pe’difendese, non ce ne fregava niente de quelle faccende de razza, de eserciti, dei nemici. Niente. Non esistevano vincitori. Là non ce so mai stati. Là eravamo tutti uguali. Vittime sacrificate per il potere. Il potere dei capi, mica il nostro. Mica quello della povera gente. Mica quello dei lavoratori semplici. Non te lo scorda’mai bambina. So’morti gli innocenti. So’morti i piccoli. Solo alla fine se ne so’andati i grandi. Se ne so’andati lasciando lacrime buie. Disperazione. Tristezza, quella tristezza bastarda che s’appiccica alla gola e te toglie il respiro. Quando so'tornato sulle facce delle persone vedevo quelle de Marco, Giulio, Francesco, Ferdinando, Michele, Silvano. E troppi ancora ne dovrei nomina’. Dammi la mano. Ecco brava, mettila qui, sul petto. Lo senti? Lo senti come s’agita? So’ i ricordi di quei giorni a scalpitare forte. Fosse stato per me non sarei andato avanti. Fosse stato per me non sarei tornato indietro. Se sto qui adesso, con te, è per loro. Per non rendere inutile il dolore. Io sono la somma di quegli uomini giusti. Giustissimi. Forti. Avrei voluto farteli conoscere.
Il rumore da raccontare è soltanto questo. Il lamento dei cadaveri. Il silenzio dopo un’esplosione. Le preghiere dei mutilati. Non conta altro Chiara. Non conta altro.


Foto di Goodfoot42

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