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Ci rivedremo

Le letteriadi si sono concluse con la vittoria di “Dolce” di Eventounico. Il secondo posto è andato a “Solo per il tuo bene”, quello per cui ho tifato fin dall’inizio, di Milvia e il terzo posto a “Stormy Weather” di Enrico Gregori. Vi consiglio di leggerli tutti e tre perché ne vale davvero la pena. Tre diversi stili per tre diverse storie. Cliccate sui link e gustatele dall’inizio alla fine…stando attenti a non fare indigestione di glassa alla fragola!
Di seguito invece trovate un mio racconto, sempre legato all’incipit delle brave Laura e Lory, che fuori gara è stato postato oggi sul loro blog. Buona lettura!


Degli altri quattro sensi non c’era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola. Ma che ci ha messo dentro? Pensai mentre tentavo di mandar giù la fetta di dolce. Sembra una meringa. Ed io odio le meringhe. Soprattutto se preparate nel peggiore dei modi. Sospirai. Abbandonarlo lì, come se niente fosse, non era possibile. Lui me l’aveva confezionato con tanto di quell’amore, con tanta di quella premura, da rendere ogni protesta inutile. Lo guardai, scansando dietro le orecchie i capelli biondi. Sembrava così felice di essere riuscito in quella piccola impresa. Felice. Soddisfatto. Emozionato. Un bambino. Aveva l’aspetto di un bambino precocemente invecchiato, dalla pelle avvizzita, gli occhi spenti e le mani insicure sul ripiano della nostra cucina. Da quant’era che non cucinava più? Giorni? No. Anni. Erano anni. Sette oppure dieci non aveva molta importanza. Il tempo s’era cristallizzato in un presente immobile. Rapito dall’incertezza. Rapito dalla paura. Rapito e basta. Dal momento in cui avvertii il suo corpo cadere a terra in un tonfo, tutto cambiò. La sua vita e la mia. Uniti per mia precisa scelta perché non volevo lasciarlo solo. Perché avevo bisogno di continuare a sentirlo vicino col suo respiro lento, nonostante tutto. Nonostante dimenticasse i singoli dettagli del mondo, conservando nella memoria ricordi stonati dal dolore.
«C’ho messo gli ingredienti precisi precisi. Come piace a te. E sì perché bisogna sta attenti sa! Li dolci so peggio de le mogli. Sbagli ‘na vorta, sbagli per sempre.»
Parlava gesticolando e dipingendo nell’aria figure d’incauti mostri. Sorrisi. Ricambiò. Non era più l’uomo della mia adolescenza. Non era più Peppe del chiosco verde militare. L’ex soldato con la bella divisa inamidata pronto a partire per il fronte e a difendere un paese inondato di sangue, morti e scelte sbagliate.
Mi sporsi su di lui, adagiandogli le dita sul viso.
«È buono, nonno. Proprio buono.»
«Andrà bene?»
Ancora quella domanda. Ancora quella richiesta. Cosa potevo dirgli io? Io che ero solo una nipote terrorizzata da cosa sarebbe accaduto da lì in avanti. Io che quando me l’ero ritrovato per strada, in pigiama e spaesato, non avevo saputo dove sbattere la testa, zitta e pallida peggio di una ragazzina. Il futuro era incerto. La sentenza una.
«Andrà bene. Andrà tutto bene.»
Risposi carezzandogli la guancia e smarrendomi dentro il suo sguardo scuro. Scuro quanto il buio più infinito.

Elì devi da sapere che quando ci stava Mussolini qua, io lavoravo al ristorante de un certo sor Antonio. Ero bravo a fa il cameriere. Me volevano tutti. Nessuno se scordava il nome mio ‘na vorta che me conosceva. Peppe de qua, Peppe de là, era sempre ‘na festa. Me ricordo ancora, come se fosse ieri, sì proprio come se fosse ieri, un pomeriggio. Era d’estate me sembra. Faceva un caldo che solo Dio lo sa. Io stavo a servì li tavoli fuori, quando so sentito un suono de fanfare e la gente che urlava, urlava. È arivato il duce. È arivato il duce inchinamoce tutti. E il Duce ce stava per davero. Io non ce capivo niente dall’emozione ma lo volevo saluta’ quell’uomo importante ché mica capita sempre de fa certi incontri. Così me so levato la parannanzi da dosso e so corso all’entrata, mettendome davanti a quella cagnara de facce rosse. Elisa mia Mussolini se avvicinò, proprio così come te sto a fa vede’, me guardò e me strinse la mano. Tu magari pensi che nun ce sta da esse troppo contenti visto quello che ha combinato dopo ma qualcosa de bono l’ha fatto pure lui. Eh sì. Peccato. Il potere te comanda e te trascina sotto a montagne de merda. Nun risparmia nessuno.

Mi staccai, ingoiando un altro boccone. La glassa scivolò nella gola affogando nella memoria d’istanti passati e mai realmente trascorsi. Violenta quanto la sua malinconia. Quanto il timore di non riuscire a salutarmi al momento giusto. Prima d’andar via. Prima d’arrendersi a un’estenuante lotta.
Era talmente indifeso davanti a me. Taceva adesso, intento a osservare il pavimento screziato da finto oro. Nuovamente inerme. Nuovamente avvinto da speranze assenti.
Allontanai il piatto.
«Ci rivedremo, lo sai vero?»
Silenzio.
«Te lo dico io. Ci rivedremo.»

Foto di Confusedvision
http://www.flickr.com/photos/confusedvision/
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