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Dave Sonnenberg


Aveva ricordato tutto. Strade. Vicoli. Giardini. Case ammalate di grigie nostalgie. Aveva ricordato tutto e cancellato niente. Fermo sul finire del sentiero, osservava i resti chiedendosi cosa avrebbe fatto adesso. Cosa avrebbe fatto adesso che era tornato da laggiù. Da laggiù senza i suoi compagni. Da laggiù senza le voci del decimo plotone. Aquile bianche divorate dall’eterno tramonto di rantoli spenti. La città non era così diversa da come l’aveva lasciata vent’anni prima. Un minuscolo borgo abbracciato da una cintura di mura antiche, residuo di un Medioevo mai completamente scomparso. Mai completamente superato. Il buio s’era affezionato al mondo e a grandi morsi gli strappava di dosso il velo della speranza, il mantello del coraggio e la forza d’andare avanti.

Ti chiamavano Sonnenberg.
Dave Sonnenberg.
Il nome che era di tuo padre.
Scritto a sangue sul petto
per non fartelo dimenticare
sdraiato nella melma
di cadaveri venduti
dall’impavido inno del destino.

Ti chiamavano Sonnenberg.
Dave Sonnenberg.
Ed eri l’uomo invisibile.
Il cavaliere inesistente
nella trama
in ferro di quel cimitero
senza croci.

La bocca s’arcuò in un sorriso amaro. Il sangue dei caduti se lo sentiva ancora addosso. Se lo sentiva appiccicato in ogni cellula di sé. L’odore dei morti gli devastava le narici e scombussolava lo stomaco. Avvertì nitido il bisogno di rimettere, di vomitare fuori tutto il suo dolore. Tutto il suo sconforto. Tutta la sua dannata afflizione.
S’era salvato lui. Sì, lui s’era salvato dalla guerra. L’unico. S’era salvato quando avrebbe preferito restare seppellito sotto le viscere degli ammazzati. Non si poteva vivere con le grida degli amici ficcate nelle orecchie in una flagellante litania di disperazione. Non si poteva guardare avanti con il passato aggrappato sulle spalle in un peso ingombrante. Non si poteva raccontare alla gente dov’era stato in quel tempo. Chi era stato in quei giorni.

Sonnenberg, Sonnenberg,
avresti incisoi ricordi dei dispersi
se te l’avessero permesso.
Sonnenberg, Sonnenberg,
ripetevi sempre
- conservate la memoria –
Ripetevi sempre
- combattete per il paese –
Ripetevi sempre
- le radici stanno dove siamo nati –

Vergogna. Provava solamente vergogna. Vergogna per riuscire ancora a respirare. A vedere il dannato sole investirgli il viso, donando alla sua divisa verde, consunta dall’orrore, vividi riflessi dorati. Li vedeva gli arruolati. Li vedeva davanti a sé, rattrappiti sotto i salici, con le facce nascoste tra le gambe a ripararsi dal vento caldo delle esplosioni. Abbi pietà di noi Dio. Abbi pietà di noi, ti prego. Salvaci. Salvaci. Salvaci. Pregavano in mezzo al fango delle trincee. Pregavano nell’illusione che qualcuno sarebbe arrivato a portarli via, restituendogli la libertà. Ma nessuno venne mai. Li lasciarono là, nella melma, a marcire con gli insetti. Solo i più fortunati erano riusciti a trascinarsi nelle fosse comuni, chiudendo gli occhi in compagnia dei già morti.

E mentre la fuliggine stracciava
i sogni della gente,
invocavi il tuo perdono.
Perché le colpe dei padri
ricadono sui figli.
Perché se il peso delle responsabilità
s’è ammutolito troppo presto
la vendetta delle voci
viene a farsi sentire
col suo bagaglio di torture.

Era felice ora Dave Sonnenberg? Era orgoglioso della sua scelta? Lui l’aveva cercato quel conflitto. L’aveva cercato impugnando il fucile e onorando il nome del padre, generale del destino. S’era bendato i sensi inseguendo la volontà d’una giustizia marcia.
Tremò coprendosi il volto con entrambe le mani. È colpa tua. È colpa tua tenente. L’accusa degli smarriti risaliva dal silenzio schiaffeggiandolo impunemente. Odiosamente. Inesorabilmente. Ordini sbagliati. Egoismo bastardo. Salvezza rimediata quando tutto intorno svaniva in una pioggia color cenere. Se la meritava la vita?

Sonnenberg, Sonnenberg,
avresti incisoi nomi dei dispersi
se te l’avessero permesso.
Sonnenberg, Sonnenberg,
ripetevi sempre
-conservate la memoria-
Ripetevi sempre
- combattete per il paese –
Ripetevi sempre
- le radici stanno dove siamo nati –

No. Non se la meritava. Non si meritava nulla. Né perdono. Né possibilità di riscatto.
Si voltò attirato dal rumore di passi incerti. Erano i popolani. Popolani armati di cieca angoscia. Dove sta mio figlio? Me lo sai dire dove sta? Dove hai lasciato Roberto? Sei una carogna! Con che coraggio sei venuto qua? Eh? Non ce l’hai una morale tu? Non ce l’hai un po’ di rispetto per noi?
Urla. Insulti si mescolavano al frastuono della colpa. Della sua colpa.
Tacque, reclinando in avanti la testa.
Era tornato per pagare il suo debito.

Era la tua canzone.
Te l’abbiamo
sentita recitare
di fronte al plotone
con lo stesso sguardo fiero
di quell’ Ingiusto generale
di figli di nessuno.

Foto di CoolingPT
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