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La partita


3


La scuola, i compiti in classe, gli amici, l’armadietto nel quale riporre i propri oggetti personali, i libri, le offese, Karen Wilson. Erano queste le cose intorno alle quali girava il mondo di Luis. Cose semplici. Cose da bambini. Rese belle da una A presa al test di matematica (di solito se otteneva una misera C festeggiava per una settimana intera) oppure, ma questo era il sogno in cui amava crogiolarsi la domenica, un sorriso tutto per sé dalla ragazzina che gli aveva fatto letteralmente girare la testa.
Secondo i suoi calcoli quella sarebbe dovuta essere una normalissima mattinata scolastica, scandita dalla totale assenza di paurose interrogazioni e dalla flemmatica voce del professor Hardford. O almeno era la vacua certezza che lo accompagnò fino all’interno della classe. Un pensiero durato il tempo di avvicinarsi al banco, sedersi e tirare fuori dallo zaino, rattoppato qua e là, il libro di storia americana.
«Bubblegum ci ha sfidati!»
Il silenzio che seguì all’affermazione di James fu dovuto, senza dubbio, alla convinzione di Luis di non poter essere il destinatario di quelle parole. Ogni angolo dell’istituto conosceva la sua rinomata incapacità sportiva e nelle rare occasioni in cui aveva deciso di dare sfoggio della sua goffaggine, era finita molto peggio di quanto si fosse lontanamente immaginato. Cadute, rotolamenti a terra, sedere sbattuto chissà dove, risa divertite dei compagni. Un disastro. Non gli veniva in mente nessun altro vocabolo che potesse descriverlo nella maniera più appropriata.
Persino Fernandez, famoso per la sua incredibile cocciutaggine, aveva gettato la spugna. Suo figlio non sarebbe mai diventato la punta di diamante dei New York Yankees.
«Scrollo ma hai capito quello che ti ho detto oppure te lo devo scrivere?»
La scioccante consapevolezza di essere l’interlocutore, gli fece desiderare l’epica solitudine degli eroi. Alla fine, rassegnato all’idea che un «no» come risposta non sarebbe stato sufficiente, sospirò. Di sicuro (e accadeva regolarmente), Hutton avrebbe usato la faccenda del legame che li univa, che i fratelli si dovevano aiutare e che se l’avesse abbandonato nelle braccia, ben poco rassicuranti, di quei teppisti, non lo avrebbe mai perdonato. Neanche tra un triliardo di anni. I suoi amici sapevano essere davvero sadici alle volte.
«Com’è possibile che c’abbiano sfidati? Anzi, che ti abbiano sfidato dalla sera alla mattina?»
Lo osservò in attesa.
«E che ne so io? Lo sai quanto sono pezzenti!»
Jamie gesticolò con ampi cenni, delineando nel giro di pochi minuti la verità dei fatti, fino allora taciuta.
«Mi sfottevano perché avevo la maglietta bucata. Così gli dico, va di moda e quelli scoppiano a ridere»
L’espressione del viso si rabbuiò.
«Non ci ho visto più»
Abbassò lo sguardo mentre le dita si stringevano rabbiose.
«Volevo prenderli a pugni ma siccome ci avrei rimesso gli ho detto che li avrei aspettati al campetto stasera alle sei. Dopo la scuola»
«Vuoi che giochiamo a basket?»
Il piccolo De Cordoba spalancò gli occhi sconcertato. Detestava quello sport! Era troppo basso per fare canestro e troppo lento per correre. Il prototipo dell’anti-giocatore.
«Oh dai Scrollo! Li possiamo battere! A segnare i punti ci pensiamo io e Mark, tu farai azione di disturbo!»
«È…è…una pazzia! E magari ora mi vieni a dire che se perdiamo dobbiamo pure pagare penitenza!»
«Veramente sì»
Alla realizzazione del suo incubo peggiore si coprì con entrambe le mani il volto. E scuotendo piano la testa iniziò a ripetere «perché proprio io. Perché proprio io. Perché proprio io». Quindi, accettò, suo malgrado.

La prima volta che erano stati al campo, Fernandez aveva ripulito il vecchio canestro, restituendogli uno splendore forse mai avuto. Desiderava farlo diventare il luogo di ritrovo dei tre ragazzini, un posto dove potersi rifugiare se le cose andavano male o la vita gli stava stretta, per un solo motivo: era ubicato nel retro del negozio e questo gli permetteva di controllarli. Se stavano insieme nessuno poteva tornare a casa non accompagnato dopo il tramonto del sole e di conseguenza nel periodo invernale, quando le ore di luce erano troppo brevi per godersele al di fuori dell’orario scolastico, aspettavano la chiusura della drogheria seduti a terra accanto al bancone oppure girovagando qua e là tra gli scaffali, fingendo di essere persone molto importanti: cowboy, vampiri, supereroi, spadaccini.
Lo spiazzale di cemento esibiva con orgoglio i disegni fatti col gesso dai bambini, mentre in fondo, una parete bianca, mostrava orgogliosa un maestoso murales raffigurante New York con un arcobaleno che l’attraversava tutta quanta. Vista così, la città, acquisiva un aspetto inaspettatamente rassicurante e benevolo.
Il primo a presentarsi all’appuntamento fu James. Luis era dovuto andare a cambiarsi maglione. Non voleva assolutamente che si sgualcisse o peggio si strappasse. Manuela glielo aveva appena comprato.
Mani infilate nella giacca a vento più grande di una taglia, sguardo assorto e meditabondo, piedi puntati a terra, Jamie osservava la “torre” dove tra poco meno di mezz’ora avrebbe dovuto tentare di infilare più palloni possibili. Se avessero perso la sfida l’indomani li aspettava un’umiliante entrata a scuola al seguito di Bubblegum che sarebbe stato il loro “signore” per un’intera settimana.
Quando il resto della truppa aveva saputo cosa rischiava, Mark non aveva battuto ciglio sicuro di vincere com’era, mentre Scrollo aveva imprecato per circa cinque minuti sull’assoluta mancanza di sanità mentale da parte degli amici. E come biasimarlo dopotutto? Essere visto nella parte dello schiavo da Karen avrebbe decretato la fine della microscopica possibilità di conquistarla. Ma loro ce l’avrebbero fatta. Dovevano.
Riempì d’aria i polmoni assaporando l’odore dell’inverno ormai arrivato. Poi, voltandosi indietro, sorrise nello scorgere in lontananza la slanciata figura di Twain avvicinarsi. Indossava il cappellino a visiera autografato da Don Mattingly, campione degli Yankees (suo autentico tesoro), perché era convinto gli portasse fortuna e un cappotto nero di lana.
«Sei arrivato»
«Sì. Ho ritardato perché il grassone mi è venuto dietro per tre isolati»
Tirò fuori dalla tasca una mela. La pulì strofinandosela sul braccio e la morse.
«È incredibile come la gente sia attaccata alle cose. Quello finirà senza dubbio all’Inferno tra i ciccioni»
«L’hai rubata di nuovo al signor Pearson?»
Il ragazzino, in risposta, si limitò ad alzare le spalle. Fregare quell’uomo era diventato da qualche mese il suo sport preferito. Gli altri fruttivendoli erano troppo giovani e veloci per essere messi nel sacco e lui non poteva certo permettersi di essere acciuffato.
«Scrollo?»
«Deve ancora arrivare»
«Sarà andato a pregare Dio di farlo restar vivo per tutta la partita?!»
Rise divertito. Riusciva a immaginarselo in ginocchio davanti al letto, tutto rannicchiato, mentre supplicava di non fare brutta figura.
«E dai Oz…lo sai che è negato in queste cose»
“Oz” era il nomignolo attribuito a Mark dalla combriccola. La sua decantata abilità a far “sparire le cose” aveva stimolato l’accesa fantasia di De Cordoba che stabilì di assomigliarlo al fantomatico Mago di Oz.
«Ragazzi!»
L’arrivo del terzo ed ultimo membro della squadra interruppe bruscamente il discorso ed entrambi i ragazzi si voltarono nella sua direzione.
A trovarselo di fronte nella classica tenuta sportiva corredata da un bizzarro berretto che gli arrivava fin sopra le orecchie (Manuela pensava che tenerle coperte fosse un ottimo rimedio contro eventuali otiti) assunsero un’espressione accigliata.
«È una partita di basket oppure una gita sulla neve?»
«Dovrei ridere Mark?»
Luis non aveva molta voglia di scherzare. Era troppo preoccupato per lasciarsi andare a risate serene e senza pensieri. Trasse una serie di respiri profondi e poi sfilandosi il pesante giaccone di velluto si guardò intorno alla ricerca di un posto dove lasciarlo. Alla fine, non trovando nessun altra alternativa, lo abbandonò in un angolo del cortile. I compagni fecero lo stesso. Ormai mancava poco all’appuntamento. Solo pochi minuti e il canestro avrebbe iniziato a vibrare.

Simon Davis, meglio conosciuto come Bubblegum, arrivò alle sei e cinque scortato dalla sua banda di piccoli delinquenti. Masticava, come il resto dei trecentosessantacinque giorni dell’anno (fatta eccezione per le pause pranzo), un chewing gum al gusto di fragola. Mangiare gomme era in assoluto la pratica che più gli dava soddisfazione. Una sorta di “valium” nei momenti di maggiore stress e di “cibo degli dei” quando si crogiolava sul letto ad osservare i piccoli movimenti del ragno stabilitosi esattamente sul suo lampadario. Gli aveva persino dato un nome: Nero.
Fermo a poca distanza da James lo fissò con aria strafottente, sicuro che alla fine di quel gelido pomeriggio avrebbe gustato il sapore di una vittoria praticamente scontata e in parte già decisa. Hutton, senza tirarsi indietro, ricambiò l’occhiata, condendola di una buona dose di rabbia. Non gli avrebbe mai permesso di batterlo. Fosse stata anche l’ultima cosa che faceva.
«Allora pivelli, siete pronti o avete bisogno di bere una camomilla?»
Arcuò le labbra in un sorriso beffardo.
«Alle volte la paura fa brutti scherzi»
«Non abbiamo paura di te grassone!»
La voce cristallina di Luis si levò nell’aria decisa e sufficientemente irosa.
«Se pensi che ci faremo fregare da te o da qualsiasi altro dei tuoi leccapiedi ti sbagli di grosso!»
Lo indicò con il dito indice.
«Perché noi ti daremo del filo da torcere! È garantito!»
Oz lo osservò con aria interrogativa. Vedere il ragazzino spagnolo in quell’inconsueto atteggiamento di “onnipotenza” lo lasciava alquanto interdetto. Forse, nel tragitto da casa al campo, qualcuno gli aveva insegnato le cinque regole fondamentali per non mostrare di avere fifa, quando in realtà ne hai per un anno intero?
Bubblegum rispose all’arroganza dei nemici con una scrollata di spalle e in un mugugno adirato ordinò ai compagni di prepararsi allo scontro. Era già fin troppo stanco di martoriarsi le orecchie con quel treno di stupidaggini gratuite. La sua superiorità era evidente.
Dalton ed Henry gettarono a terra le giacche imbottite. Poi, obbedendo all’imperativo del capo, si disposero al suo fianco, mentre il resto dei membri sedette ai lati del rettangolo. Contemporaneamente Luis, James e Mark avanzarono al centro. Tesi e nervosi, a discapito delle apparenze, potevano nitidamente ascoltare il battito accelerato dei loro cuori, la testa scoppiare dall’emozione e le dita fremere.
Era arrivato il momento.
La palla fu lanciata in aria da un esterno e nel giro di un attimo, Hutton, saltando di diversi centimetri la colpì, spedendola dritta tra le mani di Twain che, rapido nei movimenti, riuscì ad evitare la serrata marcatura di Henry filando direttamente sotto canestro. I primi due punti erano stati fatti.
«Grande!»
De Cordoba saltellò euforico. Non gli sembrava possibile di essere in vantaggio. Erano trascorsi solo pochi minuti dall’inizio della partita, è vero, ma suo padre gli ripeteva sempre che «chi ben comincia è a metà dell’opera». E lui ascoltava sempre i consigli di Fernandez. Ovviamente quando incontravano il suo punto di vista.
La sfera marroncino scuro gli balzò davanti spiazzandolo. Si era distratto e notando l’arrivo di Dalton a grandi falcate, cercò maldestramente di proteggerla facendo ostruzione col corpo, ma la stazza superiore dell’altro ebbe la meglio. Piedi fermi al limite dell’area, braccia alzate e un bel tre sull’invisibile tabellone del punteggio.
Deluso di essere stata la causa del capovolgimento, si strinse nelle spalle vergognandosi profondamente di se stesso. Il solito imbranato.
«Non importa! Li recuperiamo!»
James, di fronte a lui, sorrise pacato. Non era pronto a gettare la spugna così facilmente, avevano tanto tempo per risalire la china e a conferma di questo, Oz era scivolato dietro le spalle di Bubblegum, entrato da poco meno di dieci secondi in possesso della palla e senza troppa difficoltà gliela rubò. Troppo lento per uno abituato a correre come lui.
La supremazia venne ristabilita. E di fronte ad un’azione perfetta come quella il ragazzino spagnolo si convinse che potevano davvero uscire trionfanti da quella battaglia. Ecco perché, quando mancavano soltanto dieci secondi al termine dell’incontro, sul punteggio di 60 a 58, Hutton si trovò tra le mani il compito di effettuare il tiro della vittoria. Nessuno di loro pensava alla possibilità di un errore, anzi, gli sembrava già di scorgere il canestro tremare e le facce dei teppisti livide di rabbia.
Il bambino, passandosi il braccio sulla fronte sudata, puntò lo sguardo alla “torre” concentrato e deciso. Non poteva permettersi uno sbaglio. Doveva farcela. Era la sola opportunità per non essere schiavizzato da Simon nel corso di un’intera settimana.
Strofinò entrambe le mani sui jeans. Poi, scambiandosi per un momento un’occhiata d’intesa con gli amici, sfidò il destino.

Il pallone, abbandonato in un angolo del cortile, appena illuminato dal biancore di una luna nascente, aveva urtato contro l’anello di ferro e dopo aver traballato per un po’, indeciso se entrare o meno, era rimbalzato a terra, per l’ultima volta, alle sette e quindici, decretando il termine dell’incontro. Punteggio finale 60 a 58. Forse erano stati troppo ottimisti nell’illudersi di poterla spuntare contro quella banda, ma stavano giocando così bene che sperare era d’obbligo. Ogni cosa era filata alla perfezione, persino Luis aveva dato il meglio di sé e da quanto i compagni ricordassero, quella, era stata la prima volta in assoluto.
«Merda!»
Il piccolo De Cordoba camminava nervosamente avanti e indietro. Non riusciva a capacitarsi della sconfitta, gli sembrava la più grande ingiustizia del mondo. Un errore madornale che in qualche modo doveva essere risanato.
Jamie, seduto con le gambe incrociate, disegnava sul campo invisibili cerchietti con le dita, chiuso in un ostinato silenzio. Era toccato a lui il ruolo chiave e aveva fallito. Vuoi per l’agitazione, vuoi per la sua incancellabile sfortuna, vuoi per chissà quale congiunzione stellare, aveva sbagliato. E loro avevano perso .
«Cavolo! Cavolo! Cavolo!»
Chiuse la mano a pugno sbattendola con ira sull’asfalto. Come aveva potuto coordinarsi così male? Che fine aveva fatto il ragazzino destinato a diventare un campione dell’NBA? I tiri fuori area erano la sua specialità, ma la sfera si era spenta nell’angolo. Demoralizzato, chinò la testa in avanti incapace persino di chiedere scusa ai suoi amici. Si sentiva alla stregua di un fallito.
«Ehi non fa niente»
Mark, accovacciato accanto a lui, si accarezzò i capelli biondi cortissimi cercando di trovare le parole giuste da dirgli.
«Pagheremo pegno perché siamo dei veri uomini e alla prossima occasione ci rifaremo»
Frase scontata, ma l’unica che gli venne in mente.
Hutton rispose con una scrollata di spalle. Non aveva voglia di intavolare nessun tipo di discorso. Desiderava soltanto correre a casa, infilarsi sotto le coperte e pregare che l’indomani giungesse il più tardi possibile. Così, quando scorse l’imponente figura di Fernandez affacciarsi sul retro del negozio, si sentì sollevato. Quell’incubo stava per finire.
«Su, andiamo»
La voce alta e profonda dell’uomo risuonò in un eco sordo per il campetto, inghiottita dalle ombre dell’oscurità fattasi più fitta. La temperatura, scesa di diversi gradi rispetto al pomeriggio, aveva ghiacciato i vetri delle auto e mescolandosi con il fiato delle persone lo rendeva visibile in un fumo bianco.
Luis, stringendosi addosso il giaccone, corse dal padre sperando di ricevere un abbraccio di consolazione, ma l’unica cosa che ottenne fu un sorriso ed un colpetto sulla testa. Meglio di niente.
Dietro di lui, in un’improvvisata fila indiana, il resto del gruppetto infreddolito entrò nell’alimentari dirigendosi in silenzio verso l’uscita aperta direttamente sulla 123th strada. Ognuno, immerso nelle proprie riflessioni personali, si domandava come affrontare l’incombente mattino scolastico.


Foto di joy55
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