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Luis


Ho deciso di postare qui i primi capitoli di “Luis”, il mio primo vero libro. Non so quale effetto potrà produrre perché lo stile di allora è ben diverso da quello di oggi, sebbene certe scelte di forma siano anche state dettate dalla tematica affrontata e dai protagonisti scelti.
Esprimete il vostro parere, criticate se ne sentite la necessità e ditemi, alla fine, se siete curiosi di leggere il proseguo oppure no. Istituirò a tale scopo un sondaggio per dare modo anche ai viandanti giunti qui per caso di dire la loro senza bisogno di lasciare un commento.
Il romanzo si compone di due parti:
- Requiem
- Il peso del mondo
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1


Luis Fernandez De Cordoba. Un nome altisonante. Un nome da re, anzi, da principe ereditario. Di quelli che abitano in castelli enormi, circondati da una schiera di domestici infinita, dalla postura eretta e decisa, con il campanello di fianco pronto a farlo suonare se avessero avuto bisogno di qualcosa. Qualsiasi cosa. Un the, un vestito o semplicemente di sentirsi dire quanto sono importanti. Quanto gli uomini siano ai loro piedi.
Un’esistenza invidiabile. Luis lo sapeva bene e difatti ogni volta che ne aveva l’occasione deliziava le orecchie dei suoi amici con fantasmagoriche storie di lotte, duelli, dimore sognanti e belle principesse. Le belle principesse ci sono sempre. Biancaneve, La bella Addormentata nel bosco, Cenerentola, l’Angelica dell’Ariosto oppure l’Ofelia di Shakespeare. Ogni racconto che si rispetti e dunque, sia degno di essere chiamato tale, ha al suo centro l’amore e una donna. Nel suo caso, essendo solamente un bambino di nove anni, una ragazzina. Una ragazzina dal volto di Karen Wilson.
L’aveva incontrata per la prima volta nella mensa scolastica, esattamente l’8 aprile del 1985 (ricordarsi alla perfezione tutte le date era una sua grande fissazione, a detta del padre, una mania da curare) mentre si sedeva a uno dei tavoli insieme ad un folto gruppo di compagne.
«Vediamo. Aveva scelto purè di patate e un invisibile pezzettino di carne arrostita perché credo non le piacesse la salsa con cui l’avevano condita». Iniziava sempre così il discorso quando voleva parlare di lei e ormai, a distanza di sei mesi, Mark Twain e James Hutton conoscevano a memoria ogni parola che sarebbe seguita a quella nauseante introduzione. Protestavano i primi cinque minuti tentando di interromperlo, ma poi si arrendevano, perché tanto non sarebbe stato zitto fino a quando non fosse terminata la sua autobiografia. Perlomeno, e questo dovevano riconoscerlo per forza, aveva il buon senso di aggiungerci regolarmente una parte nuova: un saluto rubato, un sorriso appena accennato, uno scontro lungo il corridoio scolastico e la delusione di aver fallito il milionesimo tentativo di instaurare una specie di dialogo con lei.
La vita di un bambino poteva essere davvero dura alle volte. Il loro era un mondo visto dal basso. Un mondo dove gli oggetti e le persone assumevano consistenze enormi e spaventose. Un mondo non adatto a loro.
«Sali su una scala allora». Fernandez De Cordoba gli avrebbe risposto così, se si fosse azzardato a reclamare sulla sua abituale tendenza a sminuire i problemi che normalmente gli esponeva nel bel mezzo della cena, preferibilmente quando era concentrato ad ascoltare il telegiornale. Reputava, infatti, che i “consigli” dati distrattamente erano da considerarsi molto più attendibili di quelli “macchinosi” e “studiati” di una classica conversazione familiare. Se non avesse adottato questo metodo, forse, crederebbe ancora che i bimbi nascano in un fiore di campo.
Facile immaginare perché l’uomo reputasse le scuole «una stalla con troppe vacche e pochi pastori», e suo figlio «uno dei vitelli senza padrone». Poco incline a lasciarsi contraddire, era capace di parlare per ore intere su come, lui, si era fatto da solo, su quanti sacrifici aveva dovuto affrontare, sulle vesciche che gli erano venute per il lavoro svolto nei campi agricoli. In fondo i proverbi nascondevano un sottile velo di verità: “tale padre…tale figlio”. E Manuela lo pensava spesso. Tanto che osservandoli non poteva fare a meno di notare la loro incredibile somiglianza fisica e caratteriale. Luis aveva ripreso dal padre gli zigomi pronunciati, le sopracciglia arcuate, il castano dei capelli corti e spettinati, il naso dritto e regolare. L’incarnato olivastro, tipico degli uomini del sud. Tipico di spagnoli come loro.
Ma la cosa più bella di entrambi, era il sorriso. Luminoso. Raggiante. Vitale.

«Lo sconosciuto venne circondato da una luce verde che andò a raccogliersi sulla punta delle dita, mentre le labbra sillabarono parole in antico dialetto elfico, quindi, ponendo le mani davanti a sé liberò la magia che implacabile si diresse in direzione della creatura»
La piccola luce accesa sotto il manto delle pesanti coperte di lana illuminava il libro tenuto da Luis mentre, completamente assorto, girava frettolosamente le pagine, incuriosito di conoscere la fine della storia. Affamato di parole e soprattutto di sogni. Sapeva perfettamente che l’ora (decisa senza chiedergli alcun parere) in cui andare a letto era passata da un pezzo, ma l’espediente inventato per non dare nell’occhio e sfuggire ai serrati controlli materni, gli aveva assicurato un abbondante margine di libertà.
«Cavolo. Cavolo. E se me lo fa fuori? No, Egon è il protagonista e i buoni non muoiono mai»
Tacque assorto. Una piccola smorfia di disappunto gli si dipinse sul viso. Non sempre era così. Spesso morivano per lasciare il posto a qualcun altro e magari quello era uno di quei casi da colpo di scena. E lui li detestava i colpi di scena. Ricordava ancora il giorno in cui andò al cinema con i suoi a vedere Bambi e altrettanto nitidamente aveva presente le lacrime trattenute a stento quando la mamma del cerbiatto morì. Ovviamente fosse stato solo non si sarebbe fatto tante remore a piangere, ma Fernandez gliene avrebbe cantate chissà quante. Un uomo tiene il dolore per sé. Chi caspita l’aveva inventato quel detto? Forse nessuno, forse era uno dei tanti modi di interpretare la vita del genitore. Un modo che non gli andava poi tanto a genio.
Proseguì nella lettura quasi tremante al pensiero di poter perdere il suo mitico eroe tanto in fretta. Sarebbe stata una vera ingiustizia e promise a se stesso che se davvero accadeva il peggio avrebbe protestato con l’autrice del romanzo. Una lettera scritta in bella copia, facendo attenzione a non fare errori grammaticali. Magari era meglio farla correggere alla maestra per andar tranquilli.
«Il quale con un’ estrema agilità riuscì a schivarla colpendo l’altro con uno dei suoi incantesimi. L’energia che gli ferì la spalla sinistra ridusse a brandelli il mantello svelando finalmente la sua identità. Come Shinsei aveva immaginato, ferma ad osservare la battaglia a pochi metri da loro, si trattava di un elfo nero»
Sorrise. A questo mondo ogni tanto le cose vanno esattamente come si vorrebbe. È vero, il futuro era ancora molto incerto, ma l’andamento della battaglia lo faceva ben sperare.
«Gli eroi non muoiono mai, che scemo, è naturale, altrimenti che senso avrebbe la storia?»
Il rumore improvviso di un sasso lo fece sussultare. Restò immobile per alcuni minuti credendo di aver avuto una specie di allucinazione uditiva.
Un altro colpo e stavolta più forte del precedente gli causò un brivido lungo la schiena. Un ladro? Impossibile. I ladri non sono interessati ad entrare nella camera di un bambino.
Ennesimo urto. Le pareti vibrarono un po’.
« È venuto…è lui…è lui…oddio…oddio»
Si circondò intimorito le spalle con le braccia. Il suo incubo peggiore era diventato realtà. L’uomo della notte era venuto a cercarlo. Anzi era venuto a rubargli l’anima. Ed ora? Non sapeva come difendersi. Contro quell’essere dalle fattezze sconosciute non c’erano armi che potessero avere effetto e poi aveva solo nove anni! Era troppo impegnativo per uno alto appena un metro e trenta.
«Luis!»
Spalancò gli occhi in un fremito di puro terrore. Sapeva persino il suo nome! Rimase immobile per un lasso di tempo incalcolabile. Pensò davvero che quella sarebbe stata la fine. E chissà che cose orribili avrebbe commesso il suo corpo senza più coscienza.
«Luis! Idiota ti affacci o no? Sto morendo di freddo!»
L’espressione del ragazzino spagnolo mutò repentinamente. Quella cadenza tipicamente americana della voce, quel modo di parlare spazientito, lo conosceva bene e se lo conosceva significava che non era il Cacciatore. Equazione perfetta.
Sgattaiolò fuori dal giaciglio togliendosi di dosso il piumone e corse alla cassapanca posata contro il muro sotto la finestra. Si sporse sulla maniglia e a fatica (doveva crescere ancora parecchio!) aprì i vetri. Immediatamente una ventata di vento gelido gli sferzò le guance costringendolo a ritirarsi all’interno, scaldato dal tepore della stufa elettrica. Trasse un respiro profondo e si affacciò puntando lo sguardo a terra.
In piedi, con la testa rivolta verso l’alto, c’era James che totalmente infreddolito si stringeva nelle spalle sfregandosi di tanto in tanto le mani.
«Era ora che ti decidessi a muovere il culetto!»
Piuttosto indispettito si muoveva da destra a sinistra, in attesa di ricevere una qualche giustificazione.
«Lo so. Lo so, ma credevo fosse lui!»
«Lui?»
«Sì»
Luis si guardò per un attimo intorno quasi a sincerarsi di non essere ascoltato da nessuno.
«Il Cacciatore di anime!»
L’amico tacque. Forse perché non aveva nulla da controbattere o forse perché ormai era rassegnato a quei vaneggiamenti fantastici. Borbottando tra sé qualcosa di inerente all’effetto deleterio della televisione, si arrampicò attento sulla grondaia. Quando fu dentro, si smarrì qualche secondo nell’assaporare il calore delle mura, apparentemente in grado di sciogliere il freddo del suo cuore.
«Le hai prese di nuovo?»
Divenuto improvvisamente serio e contratto, il figlio di Fernandez chiuse bene le imposte e poi voltandosi verso l’altro rimase in silenzio in attesa di una spiegazione. In realtà avrebbe preferito non chiedere nulla. Le risposte ricevute in quegli anni non gli erano mai piaciute.
«No»
James sedette sul letto gesticolando.
«Voglio dire, me la sono data a gambe prima che potesse suonarmele»
Non dissero più nulla. Entrambi immersi nei loro pensieri. Entrambi consapevoli che affrontare quel “discorso” non li avrebbe condotti né ad una soluzione né tanto meno alla salvezza. Una realtà tessuta intorno come una ragnatela soffocante e perversa non poteva essere rotta con un semplice taglio di forbici. Serviva uno strumento molto più robusto. Un’arma di cui al momento non disponevano, perché in quel quartiere erano poco più di un granello di polvere sulla strada. Perché i “grandi” erano troppo concentrati su se stessi per guardare veramente. Perché c’era il terrore, meschino adulatore degli incubi notturni e insieme a lui l’amara consapevolezza di non poter fuggire.
Luis, tolse la luce e il libro mentre James salendo in ginocchio sul materasso, gattonò vicino al cuscino e si infilò, rannicchiato, sotto le coperte. Amava dormire lì. Si sentiva stranamente al sicuro. Per lui era come tornare a stare nel grembo materno. Tornare indietro e pregare, nel suo intimo, di non essere messo al mondo.
Gli venivano spesso idee simili, soprattutto quando il corpo gli faceva così male da non riuscire quasi a muoversi. Allora supplicava Dio di farlo morire. Non sapeva se lassù ci sarebbe stato posto per un ragazzino povero e nero, magari quelli come lui erano cacciati chissà dove. Un dove, però, sicuramente meglio di quell’ora. Di quel presente. Di quell’odiosa casa piccola e stretta che emanava odore d’odio frammisto a quello di sangue ed alcol. Ogni cosa avrebbe cessato di essere. Meraviglioso.
«Senti domani mattina fai colazione da me e poi andiamo a scuola insieme»
«No, non voglio dar disturbo ai tuoi»
«Non dire cavolate! Lo sai che sei di famiglia»
Gli sorrise col suo solito fare rassicurante e Jamie fissandolo, si perse in quei profondi occhi scuri. Se non avesse avuto quel luogo dove trovare scampo con molta probabilità sarebbe finito rinchiuso in qualche orfanotrofio o peggio. Magari, in fondo, poteva considerarsi fortunato. In quella città, che ancora non capiva perché venisse chiamata “grande mela”, c’era chi poteva disporre a malapena dei suoi sensi.
«Scrollo»
“Scrollo” era l’appellativo coniato da Hutton per il fratello acquisito. Non aveva mai spiegato il perché di quel buffo nomignolo. Gli piaceva semplicemente la sonorità delle lettere messe insieme.
«Mmh?»
«Me ne racconti una?»
L’amico emise un risolino di soddisfazione. Lo invitava a nozze. Proprio quel pomeriggio mentre guardava in tv le avventure di Spider Man gli era venuta in mente una storia da sballo, di quelle che ti tengono inchiodato dall’inizio alla fine, ovvero fino a quando non leggi il the end sui titoli di coda.
Piegò le braccia dietro la nuca e con lo sguardo rivolto al soffitto parlò.

La porta si aprì. Lo spicchio di luce nel corridoio ruppe prepotentemente l’oscurità della stanza, disegnando sui muri tappezzati di poster ombre dalle forme inusuali e terrificanti.
Manuela, ferma pochi metri oltre la soglia, osservava preoccupata i bambini dormire profondamente raggomitolati insieme. Era successo ancora.
Fece altri passi all’interno e chinandosi su di loro gli rimboccò le coperte. Avrebbe voluto fare di più. Denunciare quell’individuo, vergognoso padre. Annientare la paura. Ma farlo avrebbe significato peggiorare le cose. James, al momento, non aveva alcuna intenzione d’abbandonare il proprio inferno.
Quindi non restava che tacere e aiutarlo a sostenere sulle fragili spalle quel peso ingombrante.
«Era lui vero?»
La voce del signor De Cordoba risuonò nelle orecchie della donna in una carezza gentile e affranta. Annuì, tornando dritta con il busto. L’uomo non aggiunse altro, ma la mano stretta fortemente sulla gamba, tanto da far diventare bianche le nocche, lasciava intuire il profondo e accecante grido di rabbia spentosi nell’animo.
Indietreggiò un poco e non appena la moglie gli fu accanto si avviarono insieme in camera.
«Quel fottuto bastardo merita il rogo»
«Lo sai che non possiamo intervenire»
Fernandez sbatté con violenza il pugno contro lo stipite.
«Se aspettiamo ancora finirà per ammazzarlo sul serio! E allora cosa racconteremo a nostro figlio?»
«Luis è consapevole della situazione»
«Luis ha appena nove anni! Come puoi credere nella maturità di un ragazzino che ha paura d’essere rapito dall’uomo nero?»
«Ha solo una fervida immaginazione!»
«Ma per favore! Non dire assurdità!»
Si sfilò la camicia gettandola sulla sedia accanto all’armadio. Era un uomo irascibile, con le proprie idee ma giusto e onesto. Una delle poche persone pulite rimaste sulla terra. Per i suoi famigliari avrebbe dato la vita senza neppure bisogno di pensarci e forse era per questo che gli riusciva impossibile capire la scelleratezza di quel verme. I motivi celati dietro ad azioni tanto abiette.
Sedette pesantemente sul bordo del letto esausto.
«Tesoro»
Manuela si accovacciò di fronte a lui. Lo guardò con dolcezza e amore nel tentativo di calmarlo. Prima o poi la situazione si sarebbe messa per il meglio. Dio non abbandona mai le sue creature.
«E se invece lo facesse?»
«Lo pensi davvero?»
Indugiò prima di rispondere.
«No»
L’abbracciò tirandola piano a sé.
«No, non lo penso»
La donna accennò ad un sorriso pacato.
Quel lungo giorno aveva avuto termine.


N.B.
Il libro è depositato alla SIAE.

Foto di Professor Bop
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