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Mother and Dad (Luis Capitolo 2)


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Lo stereo abbandonato sul marciapiede sfatto della Lenox Avenue ripeteva le parole della medesima canzone da un tempo incalcolabile. Un ritornello che ti entrava nelle orecchie e tormentava i timpani, scatenando seppelliti ricordi e conosciute paure. La nenia di Harlem. La nenia del quartiere più popoloso di gente nera della metropoli statunitense, molto simile ad una specie di inno di battaglia invitante a guardarsi sempre alle spalle. A tenere una pistola sotto il bancone e ad essere pronto a non tornare a casa.
Anche Fernandez De Cordoba viveva nella consapevolezza di rischiare, ad ogni alba e ad ogni tramonto, la propria pelle. Quando alle cinque del mattino apriva la drogheria, prima di varcare la soglia, restava qualche minuto immobile ad osservare la strada fatiscente immerso nelle proprie riflessioni. Mai sufficientemente pronto a sfidare il destino perché per quanto un uomo fosse degno di chiamarsi tale, la coscienza di trovarsi legato ad una prigione fatta di palazzi semi distrutti, proiettili vaganti, ragazzi inghiottiti nelle ombre della notte, lo faceva restare interdetto, pieno di rabbia e di rancore per non poter aspirare a nulla di più. Per non avere la possibilità di trovare la chiave della cella, aprirla e spiccare il volo. Era per questo che aveva giurato, guardando negli occhi il figlio, di farlo diventare qualcuno d’importante. Un attore, un politico, uno scrittore o un operaio, fuorché lontano da lì. Lontano da quello schifo. Da tutta quella merda che vomitava dalle fogne odore di morte.
Il 4 febbraio del 1960 suo padre, Luis Fernandez De Cordoba, morì. Sedici anni dopo, nella decorrenza della sua scomparsa, il piccolo Luis emetteva il primo vagito tra le braccia di una Manuela commossa ed emozionata. Uno strano scherzo del destino o forse una possibilità di riscatto offerta da Dio a quella stirpe di spagnoli, fuggita dal proprio paese alla ricerca di una fortuna mai trovata. Dare al proprio successore il nome del capostipite rappresentava la speranza che le cose prima o poi sarebbero migliorate. La forza che lo spingeva ad andare avanti comunque e ovunque. Era stato Luis Fernandez ad imprimergli a fuoco nella mente un simile modo di pensare perché riteneva intollerabile vedere la sua creatura cadere senza essere in grado di rialzarsi. Inaccettabile. Una simile eventualità era inaccettabile. E sebbene fosse riuscito soltanto ad acquistare quel locale in un posto dimenticato dalla parte bene di New York, non aveva importanza. Ciò che contava era la firma sul contratto di proprietà. La sua e non quella di un altro. Desiderava lasciare traccia di sé nel cuore della famiglia quando se ne fosse andato. Desiderava qualcosa che riportasse immediatamente alla memoria la sua figura robusta e paterna. Desiderava una semplice e palpabile fotografia a colori.

La radio accesa sul canale a distribuzione nazionale ha appena finito di comunicare che l’ondata di freddo piovuta su New York e la gran parte degli Stati Uniti continuerà ancora per almeno due settimane. La gente è indaffarata a spalare la coltre bianca dall’entrata dei negozi e dai cortili delle abitazioni e in quest’atmosfera da tipico film americano, persino Harlem riesce ad assumere un insolito aspetto sognante. Forse perché il marciume delle vie e dei palazzi è ricoperto dal manto nevoso.
Luis ha trascorso praticamente metà del mattino a liberare il passaggio all’entrata dell’alimentari, borbottando a cadenza quasi regolare, che il governo dovrebbe dare degli incentivi per simili situazioni. Lui deve pensare agli ordini da fare al grossista. Ad aggiustare i nuovi prodotti. A scrivere il listino dei prezzi. Non può fare lo spazzaneve. Fortuna che almeno gli studenti sono rimasti a casa, così ha potuto usufruire dell’aiuto del figlio. Uno che piega la testa e lavora senza discutere, almeno se non c’è qualcosa di cui discutere, perché in quel caso diventa un vero e proprio avvocato. Accusa o difesa non importa. Polemizza a spada tratta su qualsiasi questione non incontri il suo consenso.
«Giuro che se apri un’altra volta quella bocca te la chiudo a suon di ceffoni». Solitamente è così che l’uomo pone fine ai loro battibecchi. Regge per circa una ventina di minuti e poi crolla imponendo il silenzio forte della sua posizione di preminenza. Se avesse visto Fernandez da adulto sarebbe stato fiero di lui e di se stesso, per non aver fallito come genitore. Ma nel 1960 non conosce cosa gli ha riservato la vita. Pensa che domani andrà a vedere la partita dei New York Yankees allo stadio. Pensa a come convincere la moglie a fargli portare dietro il bambino. Pensa a quanto si divertiranno. Non è certamente in grado di prevedere che il “giorno dopo” non arriverà mai.
«Fernandez! Vieni qui!»
«Cosa c’è pà?»
Con aria interrogativa il piccolo si è avvicinato all’entrata e tirando su col naso, un po’ gocciolante per via dell’aria gelida, attende un ordine, una richiesta o un rimprovero.
Gli occhi scuri dell’uomo lo osservano qualche attimo, come se volessero scrutare oltre quel faccino biricchino e capire come sarebbe diventato all’età di trent’anni, per poi rivolgergli una carezza affettuosa sulla nuca.
«Va a pulirti, che altrimenti mi tocca sentire le lagne di tua madre per averti fatto tornare a casa con la maglia sporca».
Fernandez sorride. Gli piace tanto quando riceve qualche coccola. Il che, è facile capire, non avviene molto spesso. Il padre ha le sue idee a proposito di educazione ed è convinto che concedere troppi gesti affettuosi al suo “campione” significhi farlo crescere rammollito e mammone. Aggettivi da tenere alla larga dal vocabolario De Cordoba.
Il ragazzino annuendo allegro corre dietro al bancone, prende lo sgabello, ci sale sopra e apre il cassetto dove sa dovrebbe esserci il fazzoletto. Lo afferra e torna a guardare il genitore.
Quel momento non lo avrebbe mai dimenticato. A discapito del tempo che cancella e corrode i ricordi, quell’attimo lunghissimo gli resterà stampato a fuoco negli occhi e nelle orecchie.
Un colpo sordo di pistola. Proiettili che rimbalzano nel negozio distruggendo la vetrina. Cibo e prodotti scaraventati a terra. Il suo corpo indifeso piombato sul pavimento. Con violenza. Senza pietà. E poi il silenzio. Solo silenzio. Silenzio e sangue. Sangue ovunque. Sangue sulla neve. Sangue sugli scaffali. Sangue sul maglioncino di lana cucito dalla mamma. Sangue sul suo amatissimo papà che se ne sta disteso supino. Gli occhi sbarrati in un’espressione di stupore.
Fernandez non riesce a dire nulla. È totalmente immobilizzato a pancia in sotto. Trema vistosamente ma non sa o meglio non riesce ancora a rendersi conto che quello a pochi metri da lui è ormai un cadavere. Per diversi minuti pensa sia ferito e continua a pensarlo anche quando gli si inginocchia accanto, toccandogli il viso. E ancora quando i paramedici lo portano via, chiuso in un sacco di plastica.
«Così non respira»
Sono le uniche parole che la polizia gli sente pronunciare.

Ogni volta che ricordava il passato sentiva il cuore lacerarsi e il dolore di non aver potuto condividere con il padre i momenti più importanti della sua vita lo gettava in una spirale di sconforto e rammarico. C’erano tante cose che avrebbe voluto fare con lui. Come ad esempio andare allo stadio a vedere una partita di baseball. E chissà se la madre, in quell’ormai lontano 1960, gli avrebbe dato il permesso cedendo alle pressanti richieste del marito.
I mesi seguiti alla tragica scomparsa li rammendava come mesi oscuri, costellati di lacrime, imprecazioni fatte persino contro Dio dal quale si sentiva abbandonato ed inutili tentativi di confortare la disperazione della donna. Inconsolabile. Sola. Incapace di reagire.
Ma riuscirono a rialzarsi. Si tennero per mano e ripresero a camminare continuando l’attività paterna, destinata all’unico erede di casa.
Fernandez, aveva racchiuso nelle sue aspettative di bambino, la volontà di laurearsi e d’intraprendere la carriera di avvocato per aiutare tutte le persone oneste che non potevano permettersi una difesa decente. Durante le lezioni scolastiche si perdeva nell’immaginarsi in un rinomato studio legale mentre portava avanti cause più o meno importanti. E se qualcuno lo trascinava bruscamente alla realtà, si ripeteva che presto o tardi avrebbe ottenuto esattamente quanto desiderava. Luis, dopotutto, glielo diceva fino allo sfinimento: volere è potere.
Ma spesso i sogni si infrangono o si perdono chissà dove. I suoi erano morti alla tenera età di dieci anni.
Stanco, sedette dietro il bancone, come se le forze lo avessero repentinamente abbandonato e adagiando il viso su un braccio si volse in direzione dell’entrata. Non c’era molta clientela in quel momento, anzi in generale ce n’era sempre poca, appena sufficiente a mantenere dignitosamente la famiglia. Sopravvivenza, questa, garantita anche dal lavoro svolto dalla moglie. Non amava pensarla con quella sudicia divisa mentre sbarcava il lunario in un’industria siderurgica, preferiva immaginarla impegnata in cucina oppure con il figlio a svolgere i compiti di scuola. Appena riusciva a scorgere nella memoria un frammento del sorriso o della dolcezza di Manuela, le labbra si arcuavano in un riso ricolmo d’affetto.
La porta si aprì. A quel rumore trasaliva sempre. Sedici anni non erano niente per dimenticare un assassinio.
Voltò il viso lentamente mentre cercava nel cassetto l’impugnatura della pistola. Quando scorse la sagoma appesantita di Robert Hutton varcare la soglia, lo sguardo divenne duro e contratto, mentre le dita esitavano sull’arma da fuoco.
«Che cosa vuoi?»
La domanda secca ruppe il silenzio mattutino. L’uomo non replicò, restando qualche attimo a fissarlo attonito.
«Allora? Ti ho fatto una domanda!»
Si alzò, mostrandosi in tutta la sua notevole statura.
«È così che si salutano gli amici?»
«Amici? Qui non ne vedo nessuno»
Robert tacque. Si grattò la nuca dando l’impressione di non conoscere esattamente il motivo della sua presenza là. L’odore dell’alcol emanato confermò l’ipotesi. Ubriaco già di prima mattina. Per fortuna che James aveva dormito da loro. Si era risparmiato, almeno per una volta, quella patetica scena.
«Senti…voglio solo una bottiglia di wisky…e me ne vado»
Fernandez non riuscì a spiegarsi, neanche a distanza di ore, cosa lo avesse trattenuto dall’avventarsi addosso allo sgradito ospite spaccandogli la faccia a suon di pugni. Forse era stato solo il suo buon senso ad impedirgli di farlo. Un buon senso utile a suggerirgli di evitare una denuncia per aggressione da un essere del genere.
Avvicinandosi agli scaffali afferrò uno dei più scadenti liquori. Glielo mise in mano e dopo averlo afferrato di peso lo buttò fuori dalla drogheria. Assistere all’ennesimo spettacolo di una vita rovinata gli dava il volta stomaco. C’era solo da sperare che Jamie non finisse in quella maniera. Avrebbe fatto di tutto per toglierlo da quell’orrore. Sia lui che Luis meritavano un’esistenza migliore. E quando avrebbero avuto l’età giusta quel quartiere sarebbe stato per loro solo un brutto e triste ricordo. Un ricordo da cancellare.
Hutton barcollò avanti e indietro per qualche metro. Poi, riuscito finalmente a riacquistare una postura vagamente eretta, si incamminò via..
Il signor De Cordoba restò un momento a fissare il punto in cui era scomparso. Augurandosi ardentemente di non vederlo più, indietreggiò verso l’interno.

Quando il sole tramontava Harlem diveniva ancor più pauroso ed inclemente. Le mura in decadenza, gli alberi stecchiti, l’immondizia accatastata agli angoli delle vie, i gruppi di bande rivali pronti a scontrarsi per la conquista di una parte di territorio o per vendicare i propri caduti, le prostitute in attesa di vendersi al miglior offerente, dipingevano nell’aria invisibile i contorni di un mondo fuori dal mondo. Una sorta di dimensione infernale nella quale le madri tenevano in casa i bambini nel timore che se fossero usciti non li avrebbero più rivisti. Ma la situazione di James Hutton era molto diversa da quella degli altri.
Un ragazzo poco seguito che manifesta chiari segni di violenze domestiche. Disattenzione a scuola. Irrequietezza. Isolamento. Scarsa capacità di inserirsi in gruppo. Quando lo psicologo della scuola aveva scritto il giudizio conclusivo della visita condotta sul ragazzino, era cosciente che nessuno si sarebbe presentato nel suo ufficio per discuterne e cercare di trovare una soluzione. Per studenti come quelli il futuro, nella maggioranza delle volte, offriva solo il carcere e una morte prematura. Erano il cibo preferito dai teppisti.
Nonostante tutto, però, non aveva mai visto James lamentarsi, cedere e desiderare di distruggersi nell’ultimo disperato tentativo di ottenere attenzioni. Stringeva i denti e andava avanti sostenuto da chissà quale strana speranza. Diceva di credere in Dio e che Dio prima o poi avrebbe trovato un posto anche per lui. Tutti avevano un posto giusto dove stare. Bello o brutto che fosse. Chissà, magari era tale forza d’animo ad aver spinto il medico a nascondere la cartella clinica dietro la supplica di non chiamare gli assistenti sociali. Era una cosa che andava contro qualsiasi etica professionale, lo sapeva, ma sapeva anche che entrare in un “determinato circolo” di denunce spesso e volentieri fruttava solo guai per il bambino. A quell’età non c’erano famiglie disposte ad adottarli e così finivano per essere sbattuti da un genitore affidatario all’altro. Senza tener conto di Nina. Nina la madre di Jamie, affetta da tre anni da una gravissima forma di leucemia. La sua unica possibilità di salvezza risiedeva in un trapianto di midollo, ma fino a quel momento non si erano trovati donatori e ormai, date le sue condizioni, le restava poco tempo.
Hutton ne era consapevole. Non si aspettava un miracolo. Desiderava solo che smettesse di soffrire. Ogni sera correva il più veloce possibile tra le vie senza fermarsi, né voltarsi indietro, perché lì uno sguardo di troppo poteva costarti la vita. Correva e arrivato a casa si fermava al centro della sala, immobile, con le spalle strette e le mani intorno allo zaino consunto.
Si preparava a vederla esanime. Muoveva qualche passo nel corridoio con il cuore che batteva tanto forte da temere gli scoppiasse nel petto o peggio si fermasse, ripetendo sommessamente un ti prego Dio non oggi. Non oggi. È stata già una giornata bruttissima. Non oggi. Ti prego, fino a quando la debole voce della donna non rompeva l’orribile incantesimo. Era viva. Allora gli occhi scuri si riempivano di lacrime, la borsa scivolava sul pavimento e lui si precipitava da lei ricoprendola di baci. Aveva ancora la sua mamma. Il Signore l’aveva ascoltato. E magari avrebbe esaudito anche la preghiera di farla star bene.
«No. Questo non succederà mai. E io mi ci devo abituare»
Asciugandosi le guance rigate di pianto, dialogava con la parte di se stesso che ancora invocava un aiuto del destino, facendola bruscamente ripiombare nella realtà. Nulla sarebbe cambiato. Doveva smetterla con certe stupide richieste. I bambini poveri e neri potevano augurarsi soltanto di farla finita senza troppo dolore. E quel tugurio, se fosse crollato per la forza devastante di un terremoto, lo avrebbe sollevato dallo stress di vivere. Una buona giustificazione per andarsene.
«Com’è andata oggi a scuola?»
James si sdraiò accanto alla donna abbracciandola. Non aveva voglia di parlare. Non aveva voglia di rispondere. Lo premeva esclusivamente di affondare la testa nel suo petto, rannicchiato, illudendosi di essere sereno e al sicuro.
Nina lo guardò addolorata. In quei momenti gli sembrava piccolo e indifeso. E cosa più straziante era la coscienza che lo fosse veramente. Dieci anni erano troppo pochi per starsene praticamente da solo, agguantando quello che offriva il frigo perché non c’era nessuno in grado di preparare il pranzo o la cena. Troppo pochi per tornare a casa di sera in un quartiere come quello. Dieci anni erano troppo pochi per tutto.
Per questo quando lo sapeva dai De Cordoba si sentiva sollevata. Li reputava brava gente e con loro non correva rischi. Ma poi riflettendo sul futuro avvertiva freddo. Paura. Incertezza. Chi si sarebbe preso cura del suo bimbo? Come sarebbe cresciuto senza la sua debole guida? L’eventualità di vederlo finire al modo del marito la faceva impazzire. Jamie era una persona con tantissime qualità e lasciare che si spegnesse senza sogni e senza prospettive sarebbe stato un delitto.
«Mà»
«Mmh? Sì, tesoro?»
«Io me la cavo. Non preoccuparti»
Furono sufficienti queste parole per farle comprendere che la resa era soltanto per i vigliacchi. E lei, per il bene di suo figlio, doveva credere in un domani meno buio del presente.

Foto di Jey-Heich
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