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Er bucone de la stella de Gesù


Il Natale per la famiglia Funarioni era sempre un evento memorabile. Una di quelle cose da ricordare in eterno. Dopo le risse per la conquista dell’abete più bello dell’anno precedente e la cacciata da casa del povero Claudietto, le sorelle Assunta, Pina ed Elsa decisero di festeggiare, almeno per una volta, in modo assolutamente semplice e normale. L’abete con la cima tagliata stava ancora giù in cantina, bello e pronto per essere addobbato, restava solo da superare il problema principale: portarlo di nuovo dentro la piccola e angusta sala.
«Io nun posso annacce che ciò male dappertutto»
Esordì la più giovane delle donne, Assuntina, sbracata sul divano con una mano sul fondoschiena.
«E che ce devo anna’ io? E che me chiamo fessa?»
Rispose Elsina già sul piede di guerra e pronta a dargliene di santa ragione se avesse continuato la recita dell’ammalata per forza.
«Ma se chiamiamo a Titta?»
Pinuccia, saggia quanto bastava, suggerì la soluzione timorosa. Là dentro bastava una parola di troppo per scatenare la furia delle due sorellone. Se la ricordava bene quella volta, da bambine, quando suggerì d’andare a prendere il gelato da sor Antonio, in fondo alla strada, mentre lei aspettava nella sua cameretta fresca fresca. Nel giro di un secondo fu travolta dalle infauste grida della maggiore, talmente infervorata da iniziare a ululare come un lupo della steppa. Inutili i suoi tentativi di prostrarsi in ginocchio a chiedere perdono, facendosi pure il segno della croce per rendere più credibile il suo pentimento. Elsa ringhiava e digrignava i denti scuotendola per le spalle, manco fosse stata un calzino vecchio e rattoppato. Tommaso, il papà, che stava sotto la cantina ad aggiustare le scarpe consumate del giovane Franceschino, perennemente in giro per Priverno a raccogliere non si sa cosa, lui diceva l’aria di Dio ché te purifica tutto e quindi nun deve mai manca’, sollevò la testa perplesso verso il piano superiore.
«Ao’ ma che sta a capita’?»
Il signor Funarioni era molto protettivo con le sue figlie (tranne quando voleva le sigarette e mandava Pinuccia a comprarle sotto i bombardamenti nemici che tanto se vive ‘na vorta sola) per cui quando avvertì quel verso tipicamente cagnesco pensò fosse della terribile bestia del bosco. Un cagnone di dimensioni spropositate che seminava panico da oltre dieci anni per tutto il quartiere. Il suo nemico giurato.
«E no è, mo’ te faccio vede’ co’chi stai a tratta’ belva de Satana»
Afferrò il fucile da sotto il camino, lo caricò con uno scatto rapido e corse nella stanza delle ragazzine pronto a far fuoco. Dentro, la disperata Pina, supplicava d’avere pietà di lei mentre Assunta scuoteva la testa, dicendo:
«No! Devi paga’ che nun ce s’approfitta così de le bone anime de le parenti tue!»
«Belva de Satana te cavo l’occhi come a n’oliva marcia!»
Gridò l’uomo spalancando la porta, arma alla mano.
A vederlo piombare in quel modo all’interno della stanza, le tre bimbette sgranarono gli occhi impallidendo. Pina svenne all’istante, Assuntina restò pietrificata ed Elsa, sbavando un po’, fissò il genitore sgomenta.
«Ah papà ma che te sta a inventa’? Ma che te sei impazzito?»
Tommaso vergognoso di quel gesto avventato, ripose subito il fucile a terra e se ne tornò giù bofonchiando che dalle donne era meglio star lontani.
Dunque la giovane Pina remore di quell’orribile avvenimento, pensò fosse meglio delegare il fratello a svolgere il complesso compito.
Quando Giovanni arrivò, occhiali enormi sul naso e fisico smilzo, talmente smilzo da dover sempre tenere in tasca dei sassi per evitare d’essere portato via da un soffio di vento, osservò l’abete gigante rassegnato ai propri doveri.
«Allora frate’ famo così»
Elsa gli s’era avvicinata con espressione solenne. Essendo la grande ne sapeva più degli altri.
«Noi te lo caricamo sulle spalle, lo fissamo co’sta cordicella qui e te sali su lemme lemme»
«Sì…ma…è pesantino»
«Ohhh ma sì ommo o femmena?»
Il ragazzo evitò di rispondere a quella domanda. Sapeva era inutile opporsi.
Appena l’albero venne fissato sulla sua povera schiena iniziò la lunga e impervia risalita sulla scala stretta stretta.
«Daje così! Metti quer piede bene che si tutto storto! Me pari la torre de Pisa!»
Urlava la sorellona. Titta arrancava ansimando e sperando che il cuore gli reggesse. Morire in quel modo sarebbe stato davvero brutto e tanto triste.
Pina, a vederlo in seria difficoltà, si sentì in colpa per essere stata lei a volerlo coinvolgere e allora corse ad aiutarlo con Assunta, poco sicura di quell’intervento. Presero saldamente la base della pianta finta e fecero leva convinte d’alleggerire il peso. Peccato non avessero calcolato l’estrema leggerezza del fratello. Peccato non s’accorsero che lui aveva appena messo male una gamba. Peccato non lo sentirono gemere sto a pija er volo chiamate i pompieri.
Pinuccia e Assuntina, per la prima volta all’unisono spinsero il pino con un gesto netto e deciso.
«Oissa!»
E quel disgraziato di Giovannino volò via, planando, pieno d’aghi nel sedere, nel giardino di casa, mezzo schiacciato dal troncone.
Di lui si riuscivano a vedere solo gli occhialoni.
Elsa, che era una pratica quando voleva, lo guardò in silenzio e poi dette una scrollata di spalle.
«Almeno si arivato su!»
Nel giro di poco tutto il paese si riunì intorno al prato dei Funarioni e non si sa come si sparse la voce che Titta era stato travolto da una meteora natalizia tutta verde. A poco servirono le spiegazioni delle donne. Il buco lasciato dalla caduta venne circondato da un recinto bianco, sul quale venne affisso un cartello con su scritto:
-Er bucone de la stella de Gesù. Er miracolo de Natale -

Foto di euart
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