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Intervista


La casa editrice I Sognatori mi ha intervistata in coppia con l’autrice di Angelus, Caterina Armentano. Mi sembra piuttosto strano scrivere questo post perché fino ad ora le domande le ho sempre fatte io. Essere dall’altra parte, diciamo così, è una sensazione nuova e bella. Vi posto qui la prima parte. Per leggere il resto vi rimando al blog dell’editore (ovviamente io sono Elisabetta, voi però, chiamatemi sempre Elys!).

1) Care ragazze, inizierei questa piccola intervista con una domanda che caratterizzerà tutti gli appuntamenti coi vincitori del concorso: il racconto pubblicato nell’antologia ha avuto origine da qualcosa in particolare? Una lettura, un evento, una riflessione specifica…

CATERINA: L’idea di scrivere qualcosa riguardante la Shoa è nata in me molto tempo fa (quando ancora adolescente lessi per la prima volta Il diario di Anna Frank), ma non mi sono mai cimentata in un’impresa che consideravo ardua. Poi un giorno l’immagine di un bambino chiuso in un grande stanzone, rivolto con il naso all’insù, in attesa che una goccia d’acqua scivolasse da un rubinetto rugginoso, è apparsa in me, e da lì ho capito che stava venendo a galla qualcosa che si riferiva allo sterminio degli ebrei. Una volta dato il nome a quel bambino la storia si è delineata da sola.
ELISABETTA: Non proprio. Diciamo piuttosto che la mia ispirazione, la mia spinta creativa solitamente nasce attraverso la focalizzazione mentale di un’immagine che può rappresentare il protagonista o un comprimario. Nel caso specifico del Colonnello ho avuto un flash di quell’uomo chiuso in un carcere e seduto in una certa posizione. Da lì è scaturito l’incipit e dall’incipit tutto il resto, come un flusso ininterrotto. Sapevo, fin dal momento in cui lui l’ho concepito, chi era e cosa aveva fatto. Stessa cosa per Adoracion. Naturalmente c’è anche un messaggio insito nel racconto stesso, riflessioni mie o meglio una mia personale visione della realtà.

2) Vi siete cimentate con due eventi storici non da poco: la Shoa (“Angelus”) e la guerra civile spagnola (“Il colonnello se n’è andato via”). Impresa complicata, specie se si tiene in considerazione che la forma-racconto non agevola (per ovvie ragioni) una disamina in grado di indagare approfonditamente gli elementi storici. Tuttavia, Arno Schmidt scrisse:
“La grande storia non è niente. Io voglio solo le antichità private: lì c'è vita e segreto”.
Avete voluto – coi vostri racconti – porre in risalto questo privato, raccontando l’intimo dolore esistenziale dei vostri personaggi, in modo che vita e negazione della vita emergessero sullo sfondo della realtà storica?

CATERINA: Le grandi imprese non toccano in profondità l’uomo. Secondo me per arrivare al cuore dell’umanità bisogna raccontare una storia più personale, una storia che riguarda l’individuo e il suo vissuto. E’ più facile per il lettore riuscire a immedesimarsi, tentare di incanalare determinati sentimenti e farli suoi. Il contorno, la cornice, lo spazio poi fanno il resto e inviano quei messaggi necessari per far capire che oltre a quella storia individuale c’è una tragedia che riguarda l’umanità intera e che nell’insieme dimora la storia personale di ognuno di noi.
ELISABETTA: Più o meno sì. La guerra di cui parlo fa da sfondo al racconto e si richiama solo vagamente a quella spagnola. Quello che m’interessava porre in evidenza era il dramma umano insito in ogni conflitto. L’orrore che piomba su villaggi pacifici, spazzando via l’illusione della gente di restarne al di fuori. La condizione dei soldati costretti ad ammazzare innocenti ritenuti nemici solo perché indossano una divisa diversa dalla propria. E poi, soprattutto, il dolore del singolo, il rimorso d’avere morti sulla coscienza nonostante la scelta di combattere per un’ideale in cui all’inizio si crede e si pensa di concretizzare lottando. Ci sarebbe anche un altro tipo di sofferenza unita a tutto questo, il reale filo conduttore della vicenda, ma qui devo cucirmi la bocca e lasciarlo scoprire a chi la leggerà!

Il resto QUI.

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