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Mark e James

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Rifiutava di alzarsi. La sveglia suonava da ormai più di dieci minuti e Luis, dopo averla spenta, si era rannicchiato sotto il piumone ignorando volutamente i frequenti richiami della madre. Non aveva nessuna intenzione di tornare a scuola. Ci aveva riflettuto bene per gran parte della notte e l’unica soluzione trovata era stata quella di non mettere più piede nell’istituto. Almeno si sarebbe salvato da una pubblica e insopportabile umiliazione.
Al piano terra Manuela, seduta a colazione con Fernandez, guardava la scala in attesa di vedere il figlio scendere. Quando si rese conto che probabilmente era il caso di trascinarlo giù dal letto, voltò il viso verso il marito. In certi casi la sua autorità era l’unica soluzione per smuoverlo.
L’uomo, posando il tovagliolo sul tavolo, si mise in piedi. I capelli castani, legati in un piccolo codino, gli ricadevano ribelli sulla fronte e lui, in un gesto divenuto meccanico, li riportava dietro le orecchie.
«Non credo farà in tempo a mangiare! Preparagli qualcosa da portar via»
«Va bene»
Si diresse verso la scalinata e dopo aver indugiato un attimo, forse sperando di vederlo correre in cucina, salì i gradini pronunciando con voce ferma il suo nome. Quel tono indicava il totale rifiuto di ulteriori perdite di tempo. E il bambino, stringendosi addosso la coperta, si augurò che la recitazione avrebbe dato i frutti desiderati. Almeno per quel giorno.
La porta della camera si spalancò e il padre ritto sulla soglia, tacque. Riteneva non fosse necessario aggiungere altro. Attese ancora. Poi, di fronte all’ostinazione di Luis, perse decisamente la calma.
«Ti muovi oppure preferisci che ti prenda di peso e ti ficchi sotto l’acqua con tutto il pigiama?»
«Sto…male»
In quella breve e coincisa affermazione il piccolo spagnolo mise tutto l’impegno di cui era capace per essere credibile. Il silenzio che seguì fu la conferma dell’irritazione del signor De Cordoba. Detestava quando tentava di metterlo nel sacco. Nei suoi nove anni di vita ogni volta che c’aveva provato era finita con una bella punizione senza possibilità di appello o di giustificazioni. Nemmeno quella volta fece eccezione.
Afferrando il figlio di peso se lo caricò su una spalla ed uscì dalla camera diretto in bagno. Il ragazzino, figurandosi un’indesiderata doccia vestito, lo pregò di metterlo a terra. Sarebbe stato pronto nel giro di poco.
«Sul serio pà. Sarò un razzo»
Fernandez lo guardò negli occhi serio e perentorio.
«Sarà meglio per te e per lo scherzetto di prima non guarderai i cartoni animati per tre giorni!»
«Cosa? Tre giorni?»
Una vita intera praticamente. Nell’arco di tre giorni poteva capitare di tutto ai suoi eroi preferiti o addirittura potevano sospendere la serie senza dargli l’opportunità di sapere se si salvavano dal fondo del mare oppure no. Con quale coraggio gli faceva una cosa simile? Non aveva un po’ di comprensione per un bambino depresso?
«No! No! No! Non volevo mentire! Volevo solo restare a casa!»
«E perché?»
Il bambino tacque, adagiando il visino imbronciato sull’ampia spalla del papà mordendosi il labbro inferiore.
«Perché dobbiamo fare i servi di Bubblegum per una settimana, visto che abbiamo perso la partita»
«Ma non ti ho insegnato che bisogna assumersi la responsabilità delle proprie azioni?»
«Sì, lo so, ma non me la sono cercata io. Ci sono stato buttato dentro! E quindi…»
S’interruppe. Quanto stava per affermare non gli piaceva. Come aveva potuto solo lontanamente pensare che fosse tutta colpa di James? Anche se era stato lui a lanciare la sfida e a sbagliare il tiro della vittoria, più della metà dei punti provenivano dalle sue mani, senza contare l’incalcolabile quantità di occasioni in cui si era schierato dalla sua parte. Era stato persino disposto a prendersi un pugno al posto suo. Uno così non poteva essere rimproverato di nulla. E tutti erano stati la causa della sconfitta.
Assunse un’espressione dimessa.
«Lasciamo stare…vado a scuola e faccio quel che devo»
Fernandez arcuò le labbra in un sorriso fugace. Erano esattamente quelle le parole che voleva sentire. Fermo di fronte alla soglia del bagno, si chinò lasciando il figlio vicino al lavandino.
«Cinque minuti»
Luis annuì senza aggiungere altro.

Aveva trascorso un’altra notte all’aperto. Raggomitolato in uno degli angoli bui della Lenox Avenue con la sola compagnia di un barbone, sdraiato sopra una scatola aperta, si strinse addosso il cappotto, mentre la mente, ancora preda del sonno notturno, riacquistava sensazioni e lucidità.
Mark Twain, aprendo gli occhi, se li stropicciò prima di tirarsi su a sedere. La schiena gli doleva in più punti per aver dormito sull’asfalto duro e la bassa temperatura dell’alba aveva acuito il dolore alla gola che lo accompagnava da ormai una settimana.
Sollevandosi lentamente in piedi con l’aiuto delle braccia, restò qualche minuto immobile ad osservare l’entrata del vicolo. I passanti, ognuno concentrato nella propria vita, scorrevano l’uno dopo l’altro accanto alla stradina senza voltarsi, accelerando l’andatura per evitare di essere fermati da qualche disperato in cerca di spiccioli. Nessuno dell’Istituto Saint Joseph era venuto a cercarlo. Ma questo non lo stupiva. Non era la prima volta che decideva di dormire da un’altra parte e probabilmente sarebbe accaduto di nuovo. In fondo, per quanto fosse sgradevole svegliarsi in un tugurio del genere, era sempre preferibile di un orfanotrofio dimenticato da tutti, persino da Dio, che aveva permesso alla Chiesa sorta accanto ad esso, d’essere distrutta da un’esplosione. Molti attribuirono la responsabilità dell’evento alle bande locali, ad una specie di regolamento di conti, ma in verità fu uno dei tanti casi rimasti insoluti. Niente prove. Niente colpevoli. Niente arresti. Funzionava così a New York.
Infreddolito, infilò le mani nelle tasche e dando un’ultima occhiata al giaciglio di fortuna, s’incamminò verso la scuola. Se voleva riuscire a liberarsi da quello schifo, se voleva riuscire a togliersi di dosso il marchio di orfano costringendo la gente ad andare oltre un cognome inventato per essere uguale agli altri, doveva terminare gli studi base e magari, con una buona dose di fortuna, aspirare a laurearsi in qualche college statale. I suoi voti, dopotutto, erano buoni. E come ripeteva fino alla nausea James, tutti quanti avevano un loro posto al mondo e presto o tardi l’avrebbe trovato per non mollarlo più.
Frugando inutilmente nelle tasche dei jeans alla ricerca di qualche spicciolo, trovò un pezzo di gomma americana. Dette una scrollata di spalle. Pazienza. Avrebbe mangiato alla mensa scolastica. Oltretutto non aveva neanche molto appetito, si sentiva gelato fin dentro le ossa e l’unica cosa che bramava realmente in quel momento era riscaldarsi.
«Ma guarda un po’ chi si vede»
Twain si fermò. Quella voce gli sembrava familiare. Quando si voltò indietro con tutto il corpo, comprese perché. Simon Davis era di fronte a lui con la sua immancabile aria da grand’uomo e il chewing gum al gusto di fragola.
«Un’infelice coincidenza!»
Borbottò a denti stretti. Non era uno dei suoi giorni migliori e già sapeva che se il ragazzino gli avesse scosso il sistema nervoso con una delle solite battute, avrebbe reagito malamente. Bubblegum assunse un’aria accigliata.
«Ma come? Hai già dimenticato che devi pagare pegno insieme alla tua insulsa combriccola d’amici?»
Nell’udire quelle parole Mark piegò le labbra in una smorfia di disappunto. Aveva totalmente rimosso la scommessa e la spiacevole conseguenza di aver perso una stupida partita di basket tra bambini. Strinse un lembo del soprabito invernale e poi, rilasciandolo, guardò il teppista in attesa di ricevere l’umiliante ordine.
Simon, in un impeto di onnipotenza, non tardò ad impartiglielo. Avrebbe dovuto prendere la sua cartella, caricarsela sulle spalle e portarla fino a scuola. Una cosa facile, se solo non fosse stata corredata dall’imposizione, una volta giunto a destinazione, di pulirgli le scarpe di fronte al resto degli studenti. Era molto più di quanto pensasse di dover sopportare. Così, già stufo di mantenere la parola data, nervoso per essere costretto a vivere di stenti, dette interamente sfogo alla sua frustrazione.
Avvicinandosi rapidamente al mini despota gli sferrò un violento calcio allo stomaco e l’altro, rimasto immobile, spiazzato da quella reazione, si lasciò cadere in ginocchio.
«Lurido…lurido…figlio di puttana»
Dolorante, si circondò lo stomaco con entrambe le braccia.
«Cosa c’è? Non ti piace il regalo che ho deciso di farti questa mattina?»
Lo colpì dietro al collo, costringendolo a piegarsi in avanti. Uno sbocco di sangue caldo si riversò a terra.
Simon sgranò gli occhi sconvolto. Di fronte a quella furia temette di morire. Ad Harlem non sarebbe stata nemmeno una notizia di rilevante interesse. C’erano di continuo persone ammazzate impunemente e nessuno ci faceva più caso. Ma la vita che rischiava di spegnersi era la sua. Non quella di uno sconosciuto.
«Ti prego…lasciami stare…che vuoi da me?»
«Cosa voglio? Secondo te cosa cazzo potrei volere da un grassone negro?»
Lo afferrò per il colletto del giubbotto sollevandolo di peso.
«Lasciami…lasciami…mio padre è un poliziotto…te la farà pagare….lasciami»
«Oh ma che paura! Sono davvero spaventato! Guarda…guarda come tremo»
Il volto si sfigurò in un’espressione d’ira cieca. Era come se la coscienza se ne fosse andata in vacanza, inghiottita dal lato oscuro del suo cuore, annebbiata dalla prospettiva di vedere quel dannato attaccabrighe stramazzare sotto i piedi e diventare carta straccia.
«Vediamo se così avrai ancora il coraggio di rompere le palle alla gente!»
Un pugno sul naso e un altro contro un occhio segnarono la fine di quel diverbio, poco infantile e molto adulto, traccia di ciò che sarebbero stati nel futuro. Rinnegati o fantasmi rinchiusi in feretri sui quali nessuno avrebbe versato le proprie lacrime.
Simon Davis fu lasciato sulla Lenox Avenue sanguinante in più punti, terrorizzato e confuso, mentre il Mago di Oz svaniva nella moltitudine che affollava quella parte della strada. Non fu fermato da nessuno. E a scuola, di fronte ad una sedia vuota, gli unici a preoccuparsi della sua assenza furono James e Luis.

La sveglia con la faccia di topolino dipinta sul fondo regalo dei coniugi De Cordoba per il suo decimo compleanno, suonava da ormai una buona mezz’ora. Se non si decideva a lasciare il letto entro i successivi cinque minuti, poteva anche considerarsi in ritardo cronico.
Lentamente mosse le palpebre aprendole. Si sentiva indolenzito e sofferente in più punti del corpo. Scontata conseguenza delle botte prese per aver bruciato la cena e come se non bastasse, rientrando a casa sconfitto, gli era stato riferito senza mezzi termini del ricovero in ospedale della madre per un improvviso aggravamento. Così, la sua serata orrenda, si era conclusa altrettanto orrendamente.
Il ricordo della notte trascorsa lo tormentava, riproponendo alla memoria il rumore vivo della cinghia che rabbiosa, disgraziata, inclemente gli lacerava braccia, fianchi, gambe, imprimendovi sopra il suo inconfondibile marchio. E agli strepiti dell’oggetto, usato per torturalo, si mescolava il suo ostinato silenzio. Non voleva offrire a quell’individuo la benché minima soddisfazione di vederlo implorare pietà e piangere. Solo quando fu lasciato solo permise alle lacrime di rigargli le guance. Ma quanto avrebbe resistito? Quanta violenza era in grado di digerire?
Toccò titubante le ferite, sussultando. Gli facevano ancora malissimo. Assonnato, voltò lo sguardo all’orologio.
«Oh cavolo!»
Le otto passate. Facile intuire che sarebbe arrivato tardi a scuola. Facile immaginare la ramanzina della professoressa Leary.
Scese il più rapidamente possibile dal materasso e si vestì afferrando qua e là il maglione, i pantaloni, i calzettoni di lana e gli scarponcini. Non aveva nemmeno tempo di bere un po’ di latte. Si lavò alla meglio e infilandosi la giacca a vento trascinò lo zaino fuori dall’appartamento con i piedi per rinviare, al più lontano possibile, l’attimo in cui se lo sarebbe dovuto caricare sulle spalle.
Strinse i denti e adagiando la cartella sui tagli pulsanti di dolore pensò che la scommessa da pagare era una vacanza ai Caraibi rispetto a quanto subito tra le consunte mura di casa.

L’istituto scolastico, fondato in onore di George Washington, sorgeva sulla 124th Strada. Eretto nel lontano 1940 si presentava come un gigantesco edificio, corredato da un ampio spiazzale d’entrata e dall’aspetto architettonico rimasto sostanzialmente immutato dall’epoca della costruzione. Nessun politico, infatti, aveva reputato necessario intervenire su di esso con una decisa opera di revisione e miglioramento. Esattamente per questo, le pareti, attraversate in più punti da crepe varie, ripercorrevano l’intera storia della scuola, ospitando in diversi punti disegni fatti a mano dai ragazzi con l’ausilio di bombolette sprai, mentre all’interno ogni aula portava i segni di qualche battaglia vissuta dai membri delle bande locali: vetri rotti e mai cambiati, sedie semi distrutte, banchi graffiati e rivoltati.
Tra i giovani adolescenti accolti lì (il complesso ospitava anche il liceo) vigeva l’insindacabile legge del branco. O ti distinguevi dalla massa di perdenti destinati a morire e ad essere calpestati come maiali oppure ti abituavi all’idea di veder spezzata la tua vita nel giro di qualche anno. I bambini come Luis, James e Mark non erano ancora entrati in quel vortice di violenze, ma allo spegnersi della quindicesima candelina, avrebbero, loro malgrado, dovuto fare i conti con quella realtà. Ragion per cui Fernandez vigilava attento su di loro.
Luis osservava la porta della classe spostando di tanto in tanto lo sguardo al posto vuoto di Oz. Si domandava che fine avesse fatto. Si domandava dove fosse Bubblegum. Quel giorno non si era ancora visto e probabilmente non sarebbe tornato per almeno un mese, considerando le ferite riportate: costola incrinata e naso rotto.
James, da parte sua, seguiva con finto interesse la lezione di Sharon Leary. I pensieri, tutti rivolti alla strana defezione del compagno, lo conducevano verso l’unica spiegazione che riusciva a darsi: era finito nei guai e questo preannunciava il prossimo arrivo di una tempesta. Persino il tempo sembrava dargli ragione.
Un cielo lattiginoso, grigio, oscuro, squarciato dalla bianca luce dei lampi, immediatamente seguiti dallo scontroso ruggito dei tuoni, accoglieva a modo suo il temporale. Nel cortile le spoglie cime degli alberi si piegavano su se stesse soccombendo alla brutalità del vento. Le carte abbandonate sul selciato, frammiste alla polvere della strada, formavano piccoli mulinelli destinati a spegnersi contro le pareti esterne oppure sull’erbetta del giardino bagnata dalle gocce di pioggia, divenute così fitte da impedire una corretta visibilità.
Scrollo sospirò angosciato. Con quel casino chissà dov’era andato a ficcarsi Oz. Poteva almeno fargli una telefonata. E invece nulla. Solo silenzio e l’insolita concomitanza della mancata presenza di Simon. Concomitanza alla quale non credeva, perché nascere e crescere ad Harlem gli aveva insegnato che simili coincidenze non potevano esistere.
Spaventato trasalì, cercando immediatamente una smentita ai propri timori, ma l’unica cosa ottenuta da James fu un’amara conferma. Il cuore gli si congelò nel petto. Mark Twain doveva aver messo a tacere l’arroganza di Bubblegum . Ora restava solo la speranza di non dover aggiunger a quel tacere un per sempre.

Foto di CatchMe-22
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