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Paura di vivere


Oggi concludo la pubblicazione dei primi capitoli di Luis. Dal sesto in poi la storia inizia ad entrare nel vivo, per cui mi fermo al quinto. Se ne avete voglia ditemi se avete apprezzato la lettura e se acquistereste il libro per sapere come va a finire. I personaggi, sebbene ancora poco definiti, vi hanno coinvolto? E la vicenda vi sembra interessante? Siete curiosi di sapere cosa accadrà a Luis, Mark e James?
Buona lettura!


5


«Ti rendi conto di quello che hai fatto?»
La voce altera della direttrice Salinger riecheggiò nel piccolo ufficio dell’orfanotrofio Saint Joseph, lacerando i pochi attimi di silenzio seguiti all’arrivo di Mark Twain. Il misfatto di cui si era macchiato, quell’imperdonabile pestaggio, le era arrivato alle orecchie soltanto a pomeriggio inoltrato, quando, rispondendo al telefono, era stata investita dalle accuse di George Davis sulla presunta incapacità di tenere a bada quella combriccola di teppistelli.
In tutti i suoi gloriosi venticinque anni di direzione dell’istituto non si era mai trovata in una situazione così sgradevole. Aveva sempre svolto il proprio dovere con la massima accortezza e da quel tanto che ricordava la metà dei ragazzi provenienti da lì, era riuscita ad emergere nella società. Certo, non tutti potevano dirsi completamente felici o appagati, alcuni lottavano quotidianamente tra pannolini, tasse da pagare ed uno stipendio perennemente insufficiente, ma almeno non erano detenuti o ex detenuti e con orgoglio poteva vantarsi di essere stata una buona insegnante ed una discreta sostituta di genitori ingrati. Solamente con Mark aveva conosciuto l’amaro sapore della sconfitta. Solamente con Mark si era spesso ritrovata a chiedersi dove avesse sbagliato, alla stregua di una madre disperata perché non sa come impedire al figlio di perdersi. Aveva tentato in tutti i modi di farlo sentire a casa, di offrirgli, per quanto era possibile, l’affetto del quale poteva necessitare un bambino della sua età. Ma i discorsi fatti, le parole scambiate davanti ad una tazza di latte caldo, duravano il tempo di un sospiro o di un alito di brezza invernale. Aggrappati all’estremità del grosso maglione del Mago di Oz, tentavano di farsi strada nella profondità del suo animo tormentato, sgomitavano contro la rabbia e alla fine soccombevano di fronte alla ferocia dei colpi subiti.
Nessuno sapeva esattamente cosa passasse nella testa del ragazzino. Persino Luis e James erano rimasti interdetti dalle reazioni o dalle non reazioni del compagno di giochi, ma essendo loro stessi semplici coetanei, avevano lasciato correre, imputando il tutto ad una pura questione caratteriale. Immaginare che Twain vivesse all’inferno, non rientrava nelle loro possibilità.
«Io non so proprio cosa diavolo hai in quel cervello! Picchiare Simon in quel modo è da animali! E senza una ragione poi!»
La donna, esasperata e furente, muoveva le mani con cenni nervosi, quasi a voler mimare quanto stesse dicendo per enfatizzare più chiaramente lo sdegno provato.
Il Mago se ne stava seduto sulla seggiola di legno tacendo. Le spalle leggermente ricurve in avanti, lo sguardo puntato a terra, denotavano il completo rifiuto di offrire al mondo una parvenza di spiegazione al gesto compiuto. L’unica cosa che si udì uscire dalla sua bocca fu un colpo di tosse.
Ginevra lo osservò qualche minuto in attesa e quando fu chiaro che la situazione era destinata a rimanere così, perse definitivamente la pazienza. Senza aggiungere altri rimproveri o prediche, si avvicinò a lui e afferrandolo per un braccio lo costrinse ad alzarsi.
«Vediamo se una notte passata nel ripostiglio ti farà rinsavire!»
Oz continuò a non parlare. Nemmeno l’inevitabile possibilità di passare la nottata chiuso in una minuscola stanza senza luce né bagno, lo fece smuovere. E quando la direttrice lo spinse nell’alloggio improvvisato, alla visione della porta chiusa si sentì sollevato.

«Secondo te che gli fanno?»
Luis seduto sul pallone da basket nel campetto sul retro del negozio, fissò con aria preoccupata James, mollemente accomodato sull’asfalto con le gambe incrociate e lo sguardo immerso in sconosciuti pensieri.
«James? Ma mi senti?»
Il bambino sussultò spiazzato.
«Che hai detto?»
«Ho detto, secondo te cosa gli fanno a Oz?»
«Non lo so»
Si morse il labbro inferiore. Non riusciva ancora a capacitarsi di quanto erano venuti a sapere. Un conto era intuire che nell’assenza di Bubblegum da scuola ci fosse lo zampino di Mark, un altro era averne la conferma. E poi, naso rotto e costola incrinata. Che diamine gli era saltato in testa? Era forse impazzito? Oppure aveva deciso di gettare nella tazza del gabinetto tutto il suo futuro perché tanto chi è nato nella merda è condannato a restare nella merda?
Si strinse nelle spalle sconsolato. L’impotenza di starsene lì, all’aperto, al sicuro, mentre il loro migliore amico rischiava chissà quale terribile punizione per le botte date senza averne ricevute, lo faceva sentire una completa nullità. Un essere venuto al mondo solo per essere picchiato dal padre e per assistere la madre morente. Già, sua madre. Quella consapevolezza lo raggelò. La sera avrebbe dovuto recarsi in ospedale a trovarla e forse vi avrebbe dovuto trascorrere la notte, considerando l’impossibilità di fare affidamento su Robert Hutton. Questa prospettiva gli riempiva il cuore di angoscia. Aveva paura. Paura di entrare in quella stanza e non trovarla nel letto. Paura di sentire il rumore della macchina preposta a controllare i battiti cardiaci, spegnersi lentamente. Paura di vederla morire.
Allacciò la lampo della giacca a vento rabbrividendo. La temperatura, particolarmente rigida quel giorno, aveva creato sui vetri delle auto un leggero strato di ghiaccio, lo stesso che ricopriva il terreno del cortile.
Scrollo, muovendosi avanti e indietro sulla palla e con il viso rivolto alla porta pensava al compagno, a quello che poteva accadergli, se sarebbe mai tornato da loro. E in mezzo a queste riflessioni se ne fece spazio un’altra. Se lo rinchiudevano da qualche parte era un bersaglio facilissimo per il Cacciatore. In fondo i bimbi smarriti erano il suo cibo preferito e le anime irrequiete delle persone una dolce musica per le orecchie. Un suadente ed irresistibile richiamo.
Assunse un’espressione allarmata. Dovevano salvarlo in qualche modo!
«Jamie…Jamie!»
Jamie lo guardò accigliato.
«Ma che ti piglia?»
«Gliel’andrà a rubare…gliel’andrà a rubare»
Gli occhi grandi e scuri, spalancati in un sibilo di terrore.
Hutton si fece rassegnato. Conosceva bene quel tono di voce e soprattutto quelle frasi suonavano troppo famigliari per non essere ciò che temeva.
«Luis…ti prego!»
«Ti prego? Ti prego? Ma ti rendi conto? Non ti importa niente di lui? Di quello che potrebbe accadergli?»
«No! Perché nessuno andrà a rubargli l’anima! Sei fissato con questa cavolata!»
Il ragazzino esasperato sbatté la mano sulla gamba. Non aveva la benché minima voglia di ascoltare i vaneggiamenti di una mente dalla fantasia troppo sviluppata e facilmente impressionabile. Aveva ben altri problemi di cui occuparsi.
«Ma…»
Il piccolo spagnolo abbassò il volto imbronciato. Detestava quando non veniva dato credito alle sue preoccupazioni, gli pareva quasi di stare a parlare con Fernandez sentendo le solite frasi riguardo alla sua incapacità di affrontare il presente. E così finì per avere la medesima reazione che avrebbe avuto con il padre.
«Il Cacciatore di anime esiste»
Sostenne con voce dimessa ma decisa e sicura. Nessuno aveva il diritto di mettere in dubbio le sue convinzioni e nessuno di loro poteva avere la certezza matematica che le sue fossero solamente allucinazioni.
James si alzò di scatto, nervoso.
«Non esiste invece! Possibile che ti devi sempre nascondere dietro queste cose?»
Gesticolò freneticamente.
«Quello che esiste è il dolore! È la disperazione! È mia madre che non so mai se supererà la notte! È…è tutto lo schifo in cui viviamo»
Le ultime parole si smarrirono nel silenzio, in un sussurro affranto e solitario.
Luis smise di dondolarsi spiazzato. Quello sfogo, sicuramente comprensibile, lo aveva comunque lasciato interdetto. Perché se l’era presa con lui?
Si circondò le spalle con le braccia. Trovare il modo più adatto per controbattere contro simili accuse era impossibile. Non ne aveva né la capacità, né la prospettiva giusta. In fondo la sua famiglia era normale, affettuosa e pronta a proteggerlo in ogni occasione. Non sapeva cosa significasse crescere da solo. Nel gruppetto di amici era l’unico ad assaporare veramente il gusto dell’infanzia.
Hutton camminò avanti e indietro per qualche minuto nel tentativo di calmarsi, perché non era giusto aggredire l’amico per la fortuna avuta. Ma non gli riusciva. Non quel giorno almeno.
«Senti, lo so, non ho scelto io dove nascere…»
I lineamenti delicati del viso si contrassero in una smorfia di disappunto.
«…ma almeno qualche volta potresti tentare di essere meno superficiale!»
«Io mi preoccupo sempre di te e di Mark!»
Il ragazzino rispose con impeto, ferito da quelle umilianti insinuazioni.
«Non è vero! L’unica cosa che sei stato capace di dire era di salvare Oz dal fantomatico Cacciatore di anime! Ma ti rendi conto?»
Scrollo tacque. Colpevole o meno che fosse per la leggerezza delle sue angosce fanciullesche, erano pur sempre timori infantili e quindi giustificabili. Jamie guardandolo ancora per un attimo, si avviò verso l’entrata della drogheria ponendo fine alla squallida scenata. L’indomani si sarebbe pentito amaramente delle offese rivolte e le future scuse fatte gli sarebbero sembrate un insulso paliativo. Non era mai troppo clemente con se stesso.
Luis, nell’udire sbattere la porta, scoppiò in lacrime triste, ferito, addolorato e soprattutto confuso. Confuso per non aver compreso la natura della lite. Confuso dalla rabbia del ragazzino nero. Confuso e basta. Non capiva. E allora, l’unica cosa che gli venne in mente di fare fu quella di piangere, chinando un po’ in avanti la testa, timoroso di ricevere una sgridata dal padre se lo avesse visto in quello stato.
«Luis»
La voce calda e profonda di Fernandez lo fece sobbalzare ritto sulla schiena e asciugandosi malamente gli occhi e il naso, cercò di assumere un atteggiamento composto.
L’uomo, osservandolo paternamente, gli si accovacciò davanti e tirandolo a sé lo mise sulle gambe, senza dire nulla.
Il ragazzino, passata la sorpresa iniziale, approfittò delle coccole sperate e si rifugiò nel grande petto di quella figura imponente e tanto cara. Singhiozzò per qualche minuto chiedendo con voce rotta dove avesse sbagliato e in risposta alla domanda ricevette una carezza sulla nuca.
«Ascolta. James ci sta aspettando. Devo accompagnarlo in ospedale»
«Non lo voglio vedere! Non lo voglio vedere!»
Il signor De Cordoba aspettò paziente. Poi, quando il piccolo si fu calmato, si alzò tenendolo in braccio e si diresse all’alimentari. Sapeva che altre rimostranze sarebbero state soffocate dalla coscienza che l’aggressione di Jamie era stato solo lo sfogo di un attimo.
Quando si ritrovarono tutti e due seduti sul sedile posteriore dell’auto, una famigliare un po’ arrugginita, non si scambiarono né una parola né un’occhiata, troppo spaventati dall’incappare in un rifiuto a fare la pace o forse troppo stanchi di vivere per quel gelido venerdì sera. Meglio rimandare al mattino seguente.

Inseguite dalle tenebre abbarbicate nel ripostiglio, le paure di Mark giocavano a nascondersi negli angoli più tetri della stanza. S’infilavano tra le fessure o all’interno dei bauli stracolmi di oggetti da buttare, sperando, in questo modo, di sfuggire ad un’invisibile mano pronta ad afferrarle, cancellando in un istante ricordi presenti e consapevolezze future.
Il silenzio, spezzato solamente da qualche timido cigolio causato dai mobili vecchi, rappresentava per il bambino la culla dei suoi sogni. La garanzia che almeno per un’altra notte avrebbe potuto tenere gli occhi ben chiusi senza temere di essere svegliato di soprassalto o peggio di non poter dormire. Era principalmente questo il motivo per il quale all’idea di essere messo là dentro aveva provato un innegabile senso di sollievo, come se qualcuno gli avesse tolto un enorme macigno dal petto. E sebbene si trattasse di una sensazione destinata a svanire alla luce del nuovo giorno, poco gli importava.
Sdraiandosi sul pavimento impolverato, si rannicchiò di fianco e tacendo ascoltava il proprio respiro nell’attesa di abituarsi alla pressante oscurità. Quando riuscì ad ottenere la parziale prospettiva della stanza, restò immobile ad osservare la parete davanti a sé, tentando di non pensare a nulla. Respingendo nella parte più lontana della memoria ogni sentore di realtà, ogni palpito di vita che potesse metterlo di fronte a se stesso, costringendolo a guardarsi e a fare i conti con qualcosa alla quale non era ancora riuscito ad attribuire un nome adeguato.
Un bambino bianco all’interno di un orfanotrofio dove la maggioranza degli “ospiti” erano neri. Non aveva mai capito perché fosse stato lasciato lì e d’altronde la direttrice si era ben guardata dal dargli una spiegazione per lo meno decente. Era poco meno di una formica condannata ad essere schiacciata da implacabili predatori, affamati di sofferenza. Despoti, lo trascinavano nei sotterranei dove un cunicolo di tubature in ferro, fungeva da semplice scenografia o da aiuto alle sue torture. Demoni avvilenti, crudeli, senza un briciolo di pietà nei riguardi di un ragazzino. E come difendersi da gente simile? Come opporre resistenza a tenaci violenze fisiche e psichiche? Esisteva un po’ di giustizia da qualche parte? Non lo sapeva. Per uno abituato al dolore, alla rabbia e all’umiliazione, immaginare un mondo clemente risultava impossibile.
Si strinse nelle spalle avvilito e raffreddato. Lo sgabuzzino reso gelido dall’aria penetrata dalle crepe dei muri, gli provocava frequenti brividi lungo tutto il corpo, accompagnati da costanti colpi di tosse. Portandosi una mano sulla bocca attese che i polmoni, il cuore e la trachea ne avessero abbastanza e nell’attesa, ripeteva a mezza voce, che prima o poi le cose si sarebbero raddrizzate nel bene o nel male e lui avrebbe trovato la pace. Desiderava tanto vivere tranquillamente senza pensieri o stolte preoccupazioni e spesso si ritrovava a sperare di andare al letto per non svegliarsi mai più. Gli sarebbe piaciuto vedere incisa sulla lapide la parola “fine” e nient’altro. Giusto per avere la certezza che fosse finita per davvero.
Sbatté il pugno sul pavimento. Non poteva arrendersi così. Quello non era un comportamento da Mark Twain.
«Basta. Basta. Basta. Devo solo pensare a dormire»
Mormorò con piglio determinato. Doveva vincere. Vincere sui genitori che l’avevano abbandonato. Vincere sui suoi carcerieri. Vincere sul destino storto e mai dalla sua parte. Vincere e credere di potercela fare davvero. Lui non sarebbe morto là dentro. Mai.
Tacque per qualche attimo e poi osservando la luce lunare divertirsi a dipingere strane ombre sulla vernice bianca si ritrovò a sorridere. Gli sembrava di assistere ad uno dei giochi che Luis faceva quando dormivano tutti e tre insieme nella sua stanza, avvolti dal tepore della stufa, sicuri che sui loro sonni avrebbe vegliato Fernandez. Quelle erano state le notti più belle e in cuor suo sperava di poterne avere ancora. Se tale aspettativa non si fosse verificata, avrebbe avuto solo un motivo in meno per combattere.

«E se avessimo sbagliato tutto?»
Sdraiato supino sotto il pesante piumone matrimoniale, Fernandez, braccia piegate sotto la nuca, osservava il soffitto assorto e meditabondo. La discussione tra James e Luis l’aveva turbato. O meglio le parole di James l’avevano turbato. Forse la scelta di crescere il figlio secondo i principi e i metodi del padre si era rivelata un errore. In fondo un ragazzino costretto a crescere ad Harlem avrebbe dovuto avere una prospettiva ed un attesa di vita molto più realistica di quella del proprio bambino. Lo preoccupava vederlo incapace di ribattere ad accuse simili a quelle mossegli da Hutton. Leggergli negli occhi la confusione di non capire cosa esattamente non funzionasse nei suoi discorsi. Piangere raggomitolato sulle sue gambe alla ricerca di coccole. E se il destino lo avesse messo di fronte alla stessa tragedia che si era trovato ad affrontare lui? Come avrebbe reagito?
«Crescerà amore…devi solo avere pazienza»
Manuela, con il busto leggermente rialzato, adagiò una mano sulla guancia del marito, guardandolo con dolcezza.
Fernandez voltò il viso verso di lei e scansandole i capelli dietro le orecchie le sorrise. Amava quella capacità di comprendergli l’anima senza bisogno di parlare o di dilungarsi in snervanti spiegazioni sulle proprie angosce. Era una delle cose che l’avevano fatto subito innamorare di lei.
«Lo so»
La donna reclinò leggermente la testa da un lato.
«Ma?»
L’uomo trasse un profondo e lungo respiro.
«Ho paura che non si renda conto in tempo di quanto la vita possa essere difficile. Ho paura che non sia in grado di affrontarla nella maniera giusta»
«Lo sarà tesoro. Al momento giusto ti somiglierà più di quanto tu possa immaginare»
Si sporse baciandolo sulle labbra sentitamente e lui gliele morse per assaporarle fino in fondo.
«Mmh…cos’è? Un modo per farmi rilassare?»
La moglie lo leccò sensualmente lungo il collo, mentre le dita scivolavano calde sul petto usando come riparo dalla luce soffusa della stanza, la casacca del pigiama.
«Non ti piace come idea?»
In risposta, il marito, emise un mugolio di piacere. Terminare una giornata faticosa con un intenso attimo d’intimità, era decisamente la migliore ricetta per scaricare tutto lo stress accumulato e dimenticare i piccoli o grandi mali del suo universo privato.
Rivoltandosi sul letto, in maniera tale da finire sopra di lei, la baciò con trasporto. Almeno per quella notte voleva credere che esistessero solo loro due e che nulla ne avrebbe turbato la serenità.

Anima solitaria immersa nella notte alla ricerca di un cuore dove trovare riparo dalla propria inquietudine, James, seduto accanto al capezzale della madre, le teneva una mano tra le sue. Con gli occhi chiusi, la testa leggermente chinata in avanti, pregava sommessamente il grande Dio dei cieli perché gliela restituisse integra e sana come la ricordava durante il sonno. Lei era la ragione per la quale la mattina si alzava, andava a scuola e seguiva le lezioni insieme agli altri bambini della sua età. Era la ragione per la quale faceva finta non gli importasse nulla se a casa non aveva nessuno ad aspettarlo. Era la ragione per cui si ostinava a non piangere quando il padre stabiliva di fargli male. Se l’avesse persa non sapeva come se la sarebbe potuta cavare. Gli sarebbe mancata disperatamente, più della stessa aria respirata, più di Luis e Mark. Era la sua mamma e nessuno, nessuno, nemmeno il Signore aveva il diritto di togliergliela così presto.
Sollevò lentamente le palpebre tornando ad osservarla con ansia e preoccupazione, interrogandosi fino allo stremo per quale motivo non riuscivano a trovare un midollo compatibile con il suo. Era inverosimile tanta sfortuna. Tanto accanimento. Aveva forse commesso qualche terribile errore e quello era il prezzo da pagare? Possibile? Eppure non ricordava di aver fatto nulla.
«Jamie»
La debole voce della donna lo scosse dal torpore delle sue penose domande.
«Mamma»
Non riuscì a dire altro. Ogni altra parola fu soffocata dalle lacrime, da un pianto testimone di tutti i suoi dieci anni.
Nina, addolorata di vedere il bambino mostrare, suo malgrado, la propria fragilità, lo tirò piano a sé facendolo sdraiare accanto a lei. Sapeva che presto o tardi se ne sarebbe andata via. Sapeva d’essere condannata a non veder crescere James. Il male le stava divorando il corpo e presto si sarebbe nutrito anche della sua anima. Non le lasciava scampo né speranze e questo la faceva impazzire. Che ne sarebbe stato di lui? Non poteva smettere di chiederselo, né di cercare una soluzione. Era suo figlio e non poteva permettersi di abbandonarlo senza assicurargli per lo meno un futuro vivibile.
«Tesoro»
Il ragazzino, raggomitolato di fianco a lei, nascose il viso nel suo petto. Non voleva sentire quello che la donna aveva intenzione di comunicargli.
«Tesoro, devi ascoltarmi»
«No…no…non me ne vado»
«Tesoro ti prego…non fare così»
Adagiò le dita sul suo viso facendoglielo sollevare verso il suo.
«Non puoi continuare a stare in quella casa»
Tacque, tentando di mantenere la voce, già tremante, ferma e pacata.
«Io molto presto me ne andrò e devo sapere che delle brave persone si prendono cura di te. Capisci?»
James la guardò affranto e supplichevole. Quel discorso non gli piaceva e poi aveva fatto un patto con Dio. Lui si impegnava a non mollare e in cambio gli veniva lasciata la sua mamma. Una promessa è pur sempre una promessa, no?
«Mamma…mamma no…ti prego…ti prego!»
Nina scosse la testa.
«Devo farlo amore mio. Devo farlo per il tuo bene»
Lo baciò teneramente sulla fronte e quel bacio significava l’assoluto rifiuto di repliche. Ormai aveva deciso. E a lui, arrabbiato col mondo intero, non rimase che ricominciare a piangere, stretto dalle deboli braccia della madre.


Foto di ebrand
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