My Blog

Nel nome del padre


Non so, dove va a cadere il mondo. Non so, dove va a finire il pensiero. Non so, se guardare avanti o voltarmi indietro. Ho camminato stanotte. In mezzo al mio sangue. E mentre sentivo il tuo respiro, ho strappato via l’ultimo brandello di me. Pesava troppo restare appeso a un cielo senza più stelle né speranze.
Scritte sul muro le parole di Elia vomitano realtà condiscendenti. Inondano il presente. S’appiccicano, farraginose, sulle decadenti incrostazioni del bagno, mescolandosi alla muffa, alle macchie scure di vecchio fango, al repentino crollo dell’intonaco bianco. Si confondono a quei brandelli di verità negate. A mani impiastricciate di dolore. Al rosso esistenziale rigettato dai polsi tagliati, quasi segati a regola d’arte, dall’uomo. Superficiale emblema di una città di merda. Il cadavere, occhi sbarrati nella notte, fissa un punto indistinto davanti a sé. Ancora stringe il pennarello nero nella destra e il coltello nella sinistra. Strumento di tortura, intarsiato d’argento vero. Dono paterno. Eredità generazionale. Tesoro prezioso, custodito nel baule di vestiti smessi. Rilucente lama dai riflessi ambrati se ne resta, ora, immota. Appena intrisa di quello scarlatto amaro. Appena lambita dalle sottili dita di quel suicida per scelta. Tutto tace intorno. L’appartamento nella periferia, è un loculo abbandonato da ogni più turpe onestà. Sede del genio. Culla della storia. La storia d’individui ammazzati nell’estremo tentativo d’ottenere silenzio, là dove v’è solo rumore. Rumore. Rumore. Rumore di passi adesso. I passi di Clelia, innocente bambina dai capelli ebano e le guance rosse d’eterna vergogna. Intimidita, arresta il cammino nell’esatto istante in cui percepisce sotto le suole delle scarpe, il vischioso liquido del padre. Il pavimento ne è inondato, ma non riesce a capire perché. Trema. Vistosamente. Eppure non indietreggia. Con la spalla ossuta spinge la porta, avanza all’interno, inciampa sull’asciugamano dimenticato a terra. E lo vede. Vede quegli acquosi iridi spenti. Immobili. Fragili in un corpo fragile. Vorrebbe urlare, ma la voce le è appena morta nella gola. Non riesce a emettere suoni e così si limita a chinarsi sul genitore, sfiorandogli la guancia in una carezza timida. Ciao pà. Questo pensa. Lo pensa sollevando l’attenzione sulle pareti. Lo pensa leggendo quello stravagante testamento che impara a memoria. È molto brava a farlo. Poi, distrattamente, china lo sguardo sull’arma luccicante di nascoste promesse. Sorride. Quello è per lei. Il nonno glielo disse due anni prima: sarà tuo. Si fa accigliata, mentre l’afferra portandolo davanti alla faccia smagrita. Do’sta nonno? Non può rispondere a quella domanda. Nessuno gliel’ha mai detto.

Paura. Ho paura. Ho paura di questo sogno ricorrente. Di quest’incubo schifoso. Pensavo d’averlo scacciato, annientato, dimenticato, fottutamente relegato nei recessi della memoria. E invece. E invece è tornato. È tornato ancora. Ancora e ancora. Me lo sento addosso il sangue di papà. Quell’odore di morto. Somiglia a terra bagnata, non so spiegarmelo perché. Non me lo sono mai riuscito a chiarire. Ma quando l’ho visto così, affogato nella melma di se stesso, m’è tornata in mente l’erba a casa di nonna. Ci correvo a piedi nudi da ragazzina e mi piaceva sentirla addosso. Dio questo silenzio. Mi tormenta. Giorgio dorme, come al solito. Non s’accorge mai di me. È così distante. Così distante. Guardalo, guardalo come se lo gode il suo sonno pacifico. Non so, dove va a cadere il mondo. Non so, dove va a finire il pensiero. Non so se guardare avanti o voltarmi indietro. Ecco sì. Diceva questo il messaggio. Sono stata grande a impararlo. A fissarlo qui, nella testa, perfetto. Perfetto.
Una luce. C’è una luce che filtra nella stanza buia. La luce bianca di una luna piena. La lama l’assorbe e la restituisce in schegge impazzite. È bello il mio coltello. Così dannatamente meschino. Nonno m’aveva detto di tenerlo bene. Di pulirlo tutti quanti i giorni quando sarebbe stato mio.
Fastidio. Non sopporto le macchine! State zitte! State zitte! Sempre, sempre caos. Sempre frastuono. Non riesco a farlo smettere in nessun modo, neanche se mi tappo le orecchie con le mani. Merda. Merda che cazzo di casino.
Le mie dita sottili sembrano serpenti nell’oscurità, viscide creature strette, adesso, intorno all’impugnatura. Ha un potere evocatore. L’aspetto di un tesoro prezioso. La promessa di far tacere il canto di cadaveri ammucchiati per i vicoli cittadini. Dalla finestra si scorge un pezzo di metropoli viva. Iridescente, brumosa realtà beffarda. Ho camminato stanotte. In mezzo al mio sangue. E mentre sentivo il tuo respiro, ho strappato via l’ultimo brandello di me. Mi stupiva la tua debolezza Elia. Lo sai? Anche se avevo solo dieci anni, riuscivo a percepire la tua stupida sottomissione. Quegli inutili tentativi di compiacere il generale. Mi stupiva il tuo genio. Cavolo, pensavo, come fa a scrivere così? La carta non era necessaria a farti concepire creature illibate dal mondo. Tu incidevi tutto sui muri per ricordare meglio chi eri. Bravo. Bravo e disperato. Nessuno voleva essere fiero di te perché non eri capace a tenere la nostra eredità. Il nonno la limava prima d’andare a pattugliare zone, ti ripeteva di stare attento, un domani quella sarebbe stata tua, ti ripeteva di comprendere il potere insito nel vedere uomini defraudati da se stessi. Parole inutili. Eri un merdoso pacifista puritano. Addirittura t’ho sorpreso a piangere di fronte al coltello supplicando Dio, quale Dio, poi? L’unico dio è il regalo. Chi, meglio di quel filo di duro argento, può stabilire vita e morte di un altro? Supplicando il tuo Dio, di conferirti forza sufficiente a rinnegare la natura. Ridicolo. Ridicolo. Ridicolo. Non volevo conservare un cavolo di niente di te. Della tua faccia pallida. Eppure continui a perseguitarmi nelle mie sere.
Ho strappato via l’ultimo brandello di me. Non ne sono molto convinta. Fa freddo a stare fuori dal piumone. Chissà se questo cretino ha voglia di sesso. Stupendo dono. Amo avvertire il tuo gelido tepore tra i seni. Mi eccita oscenamente. Mi fa sentire unica e sola. Mio signore m’inchino a te.

Elia, Elia cos’hai intenzione di fare? La tua arte è un amante perennemente esigente. T’impone di creare senza arrestarti mai. T’impone d’ignorare quanto sta accadendo fuori da casa tua. La voce di tuo padre si dilaga nei piani. Sembra un ghigno o è solo supplica? No, è preghiera di donna. Come si chiama? Come si chiama? Addolorata se non sbagli. Esatto. Addolorata. Un nome che somiglia quasi a una condanna. A un’odiosa sentenza di morte. Le grida s’elevano forti in quel cavolo di palazzo periferico. S’elevano e si spengono. Clic. Silenzio. Il generale ha compiuto il suo dovere. La sua missione di ripulire il mondo dal fetore di puttane, di drogati, d’assassini. Da tutto il marcio incontrato e incrostato in mezzo alle vie. Clelia. Dov’è andata a cacciarsi sua figlia? Non la sente camminare per la sala. Non sente la televisione accesa. Maledizione. Incide sul muro ancora una frase. L’ultima del suo poema di spine. Getta a terra il pennarello nero e la va a cercare. Celia! Clelia! Clelia dove sei finita? La chiama ripetutamente e già teme. Teme che il nonno se la sia portata dietro per addestrarla. Per farle capire fin da allora il volto del male.
Perlustra agitato le stanze vuote.
Clelia! E poi finalmente la trova. Apre la porta e la scorge, mano nella mano, con l’anziano patriarca, mentre regge orgogliosa il pugnale intriso di sangue. Intriso di sangue come i loro vestiti e le loro pudiche fattezze.
«Tu…tu non puoi…non puoi averlo fatto»
«L’educazione va impartita subito. L’attesa produce vigliacchi. Lei non sarà rammollita come te.»
L’uomo, scrittore fallito, scuote la testa sconvolto. Vorrebbe ribellarsi a quel regime dittatoriale, ma non può. Dove andrebbe a nascondersi? Dove si rifugerebbe, lui? Lui che non riesce a mettere un piede fuori dall’appartamento per il terrore nutrito verso l’esterno?
Tremante afferra il polso di sua figlia, l’obbliga a posare l’arma sulla credenza e si dirige verso il bagno per lavarla. Lavarla e illudersi di purificarla dall’orrore.
«I cattivi vanno puniti.»
L’affermazione della bambina non cela alcun turbamento. È quietamente assopita nel dovere d’adempiere alla volontà dei suoi signori e padroni. Così sia.
Solo suo padre è consapevole delle conseguenze. Solo suo padre è devastato dalla necessità di metterla in salvo, in qualche modo, dalla totale rovina interiore. Per questo l’immerge nella vasca. La chiude dentro e sceglie di cancellare ogni cosa.
Giovanni s’è appena assopito sul divano. Difficilmente aprirà gli occhi in tempo. Il discendente sarà più veloce. È più veloce. Afferra il coltello e piano s’accosta al mostro. Non ci vuole molto a tagliargli la gola. La lama s’imprime, riversandogli sulla faccia quella vita insana. Despota stupito. Impreparato. Orgoglioso d’assistere all’iniziazione d’Elia. Nessuno di loro può prescindere dalla volontà del loro dio. Amen.

Mi sono chiesta spesso, dove fosse andato nonno. Un giorno, all’improvviso, è sparito. Quel pezzente d’Elia ha solo raccontato stronzate. Non ho mai creduto che fosse partito. E pure se fosse vero perché non m’ha salutato? Perché ha lasciato il dono a papà? Lui non se lo meritava. Lui non seguiva il richiamo della giustizia. Io invece sì. Assolutamente sì. Vero Giorgio? Dormi inutilmente. C’è tempo per riposare. Ma per quale motivo t’ho sposato? Già, ora mi torna in mente. Scopavi bene. Scopavi e non facevi domande inutili. Non fai domande inutili. Idiota. Hai così paura del mio potere. Un terrore che neanche può essere paragonato al mio.
Dimmi, hai mai visto il cadavere dei tuoi genitori? No. Io invece ce l’ho stampato in fronte quello di mio padre. Mi manca un po’. Se ci penso bene, mi manca davvero. Alla fine era una persona dolce, fissata a lavarmi per bene quando tornavo a casa sporca di non so cosa.
Vuoto. Ecco di nuovo. Ho vuoti di memoria. Non riesco a focalizzare l’infanzia. Mi vengono solo flash e quell’incubo del bagno. Lui s’era stancato di vivere. Come diceva?
Pesava troppo restare appeso a un cielo senza più stelle né speranze. Speranze. Era fissato con le speranze. Le speranze e la salvezza. Prega. Prega Clelia per la tua anima corrotta. Ed io pregavo. Pregavo. Ma non per il suo Dio. Io pregavo per il mio. Pregavo per te, mio signore luminoso, intarsiato d’argento vero. Bello. Bello. Sei bello, indubbiamente bello. Se Giovanni potesse vedermi, sarebbe orgoglioso di me. Mi darebbe una caramella al miele, felice di sapermi degna erede. Io che ho ripulito le strade. Io che ho seguito il richiamo della lama. Io che ho mantenuto fede alla volontà sua. Tutte le cose sentite le ho fatte. Una dopo l’altra. Però ora. Ora vorrei silenzio. Le voci mi perseguitano. Mi sussurrano. Tu mi sussurri, dono generazionale. Non so cosa fare. I ricordi nascono e muoiono. All’istante. Merda. Merda forse dovrei fare sesso per calmarmi. Giorgio svegliati. Giorgio svegliati! Cazzo! È sordo. Non mi stai mai a sentire.
Coltello freddo ti passo tra i seni nudi e avverto i capezzoli irrigidirsi. Intanto mi eccito da sola, poi se questo stronzo si sveglia, potrà fottermi rapidamente. Ed io magari dormo. Ho bisogno di dormire senza incubi. Qualcuno riesce a capirlo?
I fari di un’auto di passaggio rompono l’oscurità della camera. Mi feriscono quasi gli occhi. Ricomincio a tremare. Ricomincio ad avere paura. Immagini blasfeme mi si affollano davanti. Morti. Donne. Uomini. Bambini. Morti. Tutti morti. Elia. Papà. Morto. Sono io quella? Sono davvero io?

Sangue. Sangue ovunque. Clelia l’ha calpestato ripetutamente, immobile di fronte al cadavere del padre. S’è ammazzato. Lo comprende bene. Idiota melenso non ha avuto la forza di sopravvivere. S’è smarrito irrimediabilmente da quando l’ha vista celebrare il suo dodicesimo compleanno strappando avida la carne dal corpo esanime dell’amico del cuore. Da Mattia, così affezionato a lei da non comprendere in tempo che razza d’assassina fosse. Ha la costante fame del giustiziere impavido. Come il generale. Ha la costante voglia di sottomettersi alla volontà dell’eredità familiare. Il dono l’ha guardata e lei ha ceduto. Un sacrificio è sempre necessario per onorare un simile, devastante potere d’eterna supremazia. E a lei piace, piace moltissimo sentirsi forte. Percepire sulla pelle il gelido tepore della lama. In verità, Elia, non è mai riuscito a spiegarsi se lei fingesse di non ricordare o se invece avesse tutto ben piantato nella testa. Se invece fosse cosciente d’ogni barbarico gesto correttamente compiuto secondo i dettami del nonno. L’ha osservata. L’ha vista sorridere. Giocare con le bambole. Dimenticarsi persino l’arma. Fino a quando, fino a quando, s’è chinata a onorarla. A onorarla e a usarla per togliere di mezzo il bimbo ritenuto vile peccatore solo per essere figlio di violenti ladri. A usarla per sentirsi dea dell’universo e compiacere la voce. Brava Clelia. Brava. Esegui gli ordini e sarai importante. Lo guarda non più atterrita. Non più disperata d’essere rimasta sola. Con il coltello ben stretto, esce dal bagno. Quello è il suo unico compagno. Quello è il suo unico signore. Quello è il suo dio.

Ti dico amen. Ti dico fai di me quello che vuoi. Giorgio non è un problema. Lo sai. Lo sai tesoro celeste. Fallo, fallo Clelia. Dimostrami che sei mia. Dimostrami che mi rispetti. Ancora il richiamo. Possibile non ci sia tregua? Sono stanca. Tanto stanca. Voglio riposare in pace. Non puoi fino a quando non obbedisci. Questo cretino continua a dormire. Sonno profondo. Me l’aveva menzionato al matrimonio. E mi stava pure bene. Ti sveglierai mentre ti taglio quelle merdose braccia? Non c’è gusto se te ne resti zitto. Se mi lasci fare. Mi annoia l’assenza di reazioni. Voglio avvertire la tua melma rossa sulla pelle nuda.
Il pigiama cade lontano dal letto. L’adrenalina genera calore. Inebriante eccitazione. Mi struscio a lui, passando fonda la lama sul petto. Giorgio. Giorgio. Apri gli occhi. Silenzio. Il gioco finisce qui. T’ho già ammazzato. E lo ricordo bene.
Come da bambina.
In nome del padre fingevo. In nome del padre ogni tanto inganno me stessa. Recito da innocente e mi convinco d’aver paura. Mi convinco d’aver avuto paura almeno da piccola. Per una volta sola. Davanti al cadavere di papà.

Foto di Dicotomy
Posta un commento

Deserti di cioccolato Designed by Templateism | MyBloggerLab Copyright © 2014

Powered by Blogger.