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Confesso che ho ucciso Gonzalo Hernàndez


Me chiamavano Juan Gonzalo Hernández. El figlio di Gonzalo Hernàndez. Sono nato nelle calde terre de Spagna, a Madrid, quando el sole ti bruciava la pelle, in mezzo ai campi de granturco. Los campos de la resurrección. Li aveva soprannominati così mio padre. La promessa terrena di un raccolto fiorente. L’ancora alla quale aggrapparsi per non macerare nella vergogna de non saper neanche dove andarlo a cercare el cibo de nuestra familia.
Eravamo come delle bestie. Buttati nel fango a scavare buche per piantare semi. I buoi erano morti. Le vacche assetate. Gli alberi appassiti. Sì, appassiti e piegati sobre l’erba. Muti. Muti e stecchiti.
Quando la mia testa spuntò da sotto le gambe de mi madre, capii subito tutto. No, non sono pazzo. Quello che dico è verità. Es verdad. Capii ogni cosa. La ragione del mio mondo. E non piansi. Tacqui. Schhhh. Silenzio.
Questo corpo, questo mio corpo che vedete ora, qui, proprio davanti a voi, è mio de tres años e quattro mesi. Prima ero massa informe. Voce stridula. Capelli…capelli strappati. Deturpati dall’orrore e dalla rabbia di non poter essere me. Me. Solo e soltanto me. Mangiavo. Lavoravo. Dormivo. Eppure mi sentivo un fantasma. Un niente. Un niente. Yo fui nada. E…e urlavo. Urlavo davanti al cielo per avere una risposta al mio dolore eterno. Urlavo e chiedevo a Dios la ragione di quello strazio. Nessuno capiva. Nessuno. Papà m’insultava. Mi fissava con occhi pieni di disprezzo.
- ¿Quién eres tú? Chi sei tu Juan Gonzalo?
Mi faceva sempre la stessa domanda. Non cambiava mai. Mattino. Pomeriggio. Sera. Siempre, siempre la stessa.
- Non chi vuoi tu.
Ribadivo serrando i pugni sul tavolo.
Poteva obbligarmi a girare con i suoi vestiti. A camminare alla sua maniera. A parlare con il suo gergo de hombre viril. Da uomo pieno di sé. Ma non poteva costringermi a sentirmi tale. Neanche per un minuto.
Odiavo Juan Gonzalo Hernàndez. Amavo Esperanza. L’Esperanza che mi navigava dentro el cuore in ogni istante del giorno. L’Esperanza leggera e bella e aggraziata nei modi. Io mi guardavo allo specchio e riuscivo a vederla oltre il petto. Le gambe. Le braccia insudiciate. La vedevo e me disperavo.
- Perché mi hai condannato a questo Purgatorio Dios? ¿Por qué?
Singhiozzavo este preghiera senza più lacrime. Nascosto sotto le lenzuola. Non pensavo né credevo nella possibilità de un riscatto. De una rinascita. Me sembrava tutto imposible.
Almeno fino all’eclissi de luna.
Tutto era scuro. Pece nera. Cecità. La gente non sapeva dove andare. Aveva paura.
-Y' el castigo de Dios! È il castigo di Dio!
Li sentivo gridare fuori, sulle colline e nella senda. Cani feroci. Mi madre s’era nascosta sotto el tavolo zitta e tremante. Mi padre girava per casa con il fucile in mano per scacciare via i demoni.
- Il buio porta la morte. Attento Juan. Attento.
Sibilava per il corridoio, fuori dalla mia camera, pronto a salvarmi l’anima con la ferocia dell’incomprensione.
Fu allora, in quel preciso istante che decisi. Gatto agile, chiesi perdono al mio Dios e uscito fuori afferrai Gonzalo per le spalle. Lo tenevo per il collo. Mi boca era vicina al suo orecchio. Avvertivo el suo respiro agitato.
- Che fai Juan Gonzalo? Sei impazzito? Andrai all’Inferno.
- No, tu c’andrai. Io rinascerò.
Strinsi forte e lui restò zitto. Lo lasciai lì, muerto, con la faccia stravolta dal terrore e le labbra aperte. Sembrava volesse ostinarsi a respirare anche se l’avevo ridotto in pezzi.
Voi mi condannate. Lo so. Lo so che mi condannate chiamandomi assassino. Asesino. Ma Esperanza doveva ammazzare Juan e Gonzalo Hernàndez per scappare ed ottenere, finalmente, la sua identità.
Solo così ho potuto essere me stessa. Solo così ho potuto veder nascere il mio seno turgido d’orgoglio. Solo così ho potuto amare el sole del mattino.
Accusatemi anche mille volte. Sputatemi addosso se vi fa sentire meglio. Non ha importanza. Io non smetterò mai di essere donna.

Foto di aissjdo
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