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Cenere e polvere


Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
ora che notte già turba scorre;
ora che persistente
e come a stento erotto dalla pietra
un gemito d’agnelli si propaga
smarrito per le strade esterrefatte;
che l’attesa di male imprevedibile
intralcia animo e passi,
che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
agghiacciano le case tane incerte.




Padre, sto aspettando l’ora in cui ritornerai, qui davanti alla finestra della nostra casa, semidistrutta dai bombardamenti. La stalla di nonno non esiste più. Le vacche se le sono mangiate la cenere e la polvere di un mattino di morte.
La nostra veranda, quella in cui ci piaceva stare seduti sulla scala, a fissare il campo di girasoli, è crollata proprio ieri. È bastato il debole vento di primavera a cancellarla dal presente. Mamma se la sono portata via gli stranieri, quelli con la faccia bianca e gli occhi gelidi. Ho cercato di difenderla, di strapparla via ma non è servito a niente. Ero troppo piccola. Una ragazzina senza futuro. Una ragazzina senza più neanche il fiato per piangere.
Non è rimasto nulla di noi. Di quello che siamo stati.
Quando sei partito, con la tua bella divisa verde e lo sguardo puntato all’orizzonte, mi hai baciata sulla guancia, giurando che non m’avresti mai abbandonata. Io ho creduto alla promessa. Anche nella paura. Anche nel terrore di vedermi massacrata dagli sconosciuti.
Sola, ho stretto le tue lettere tra le mani e ho pregato il nostro Dio di restituirci almeno un’ombra di pace. Di sentire di nuovo la tua voce profonda invocare il mio nome.
È faticoso aspettarti sai? Qui ormai non c’è rimasto più nessuno.
La guerra s’è portata via tutto.
Il sangue dei morti impregna l’aria e ogni mio singolo respiro.
La campagna è diventata un cimitero. Una fossa enorme dove marciscono i cadaveri. C’è persino quello di Vincenzo. Me li ricordo ancora i giorni vissuti insieme a parlare sotto la grande quercia. Però, non so, adesso è tutto sfocato e nella testa l’unica cosa nitida di lui è il suo pallido stupore. Sembra voglia dire “che mi state facendo?”.
Gliel’ho spiegato un sacco di volte che l’hanno ammazzato. Chissà se adesso l’ha capito.
Papà io ti aspetto. E non m’importa se dovrò farlo per sempre. La speranza di riabbracciarti è l’unica cosa che mi resta.


Ora che scorre notte già straziata,
che ogni attimo spariscono di schianto
o temono l’offesa tanti segni.
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
ora che già sconvolta scorre notte,
e quanto un uomo può patire imparo;
ora ora, mentre schiavo
il mondo d’abissale pena soffoca;
ora che insopportabile il tormento
si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
ora che osano dire
le mie blasfeme labbra:
«Cristo, pensoso palpito
Perché la Tua bontà
Sì è tanto allontanata?»
(…)
(Mio fiume anche tu, G.Ungaretti)


Foto di Enthalpia
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