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Quell'estate del 1982


Te la ricordi quell’estate? C’eravamo conosciuti in mezzo al campo di tuo zio, quando il sole colava a picco su di noi, scacciando gli ultimi brandelli d’oscurità. Ombre scheletriche di querce antiche. Era il 1982 ed io, sdraiata sopra l’erba asciutta, fissavo le nuvole chiedendomi cosa ne sarebbe stato di me. L’idea di pensare al futuro non m’era mai piaciuta, ma i tempi, i miei tempi, si stavano sgretolando dentro un mare di mille incertezze. Non era facile avere quindici anni e non sapere quale nome dare alla faccia scolpita nell’orrore della tua gemella. Cancellare i suoi occhi sbarrati. Dimenticare le mani sporche di sangue. Rosso vivo. Rosso amaro. Rosso appiccicato sul fiato della nostra cantina, in un giorno qualsiasi. Un giorno di morte.
«Che cos’ha fatto Veronica, mamma?»
«S’è ammazzata. S’è ammazzata. S’è ammazzata!»
Sentivo gridare solo queste parole a casa. Identiche a se stesse. Sofferenza sciolta su tutti noi rimasti a respirare le lacrime invisibili di lei.
Tu sei arrivato in silenzio e ti sei seduto vicino a me. Non c’eravamo mai detti niente fino a quel momento. Compagni di classe indifferenti.
Volevo piangere ma ero troppo arrabbiata per farlo. Pensai di urlare ma la voce se n’era andata via, seppellita insieme a mia sorella. Il suo pallore candido se ne stava impresso nella mente come un francobollo su una busta da spedire. Indelebile.
«Anche mio fratello sta sotto terra.»
Non t’avevo chiesto niente ma per te non faceva alcuna differenza. Raccontavi e con le dita t’accarezzavi la nuca.
«La trebbiatrice se l’è ficcato in mezzo ai denti e fatto a pezzi. Io l’ho visto lo sai? M’è arrivato un suo braccio vicino ai piedi. Però non c’ho capito subito. L’ho pure chiamato e quando non m’ha riposto… papà s’è messo a vomitare. Io no ché se sa che la vita dei campi è pericolosa. Insomma può succede che…ma non è che tu adesso te ne stai zitta per sempre?»
«Interessa a qualcuno?»
«A me.»
Il caldo mi stava uccidendo. L’aria s’era fatta irrespirabile e i miei polmoni erano sigillati.
«Pietro…mamma s’è ingoiata tutti i sonniferi. Diceva che non si può stare al mondo con la faccia dei morti davanti.»
«È adesso dove sta?»
«Vicino a Veronica misà.»
«Io non le faccio ‘ste cose. Io pure c’ho la faccia dei morti davanti ma non le faccio ‘ste cose.»
«Nemmeno io.»
Sorridesti. Forse eri felice che non avessi istinti suicidi nonostante tutto. Nonostante mio padre s’era ridotto al nulla e la villa, la stalla, ogni cosa crollava a pezzi divorata dalle termiti e dal totale abbandono. Le vacche non erano riuscite a superare l’inverno. Le galline se l’erano divorate le volpi. Avevo fame.
«Ce l’hai una caramella?»
«E che ce fai Miche'? Vieni da me che nonna prepara la polenta. Oggi ha fatto…dai alzati che mi si ficcano i sassi nelle mutande.»
«Grazie Piè.»
Mi alzai lentamente. La testa girava e ci prendemmo per mano, camminando tra le spighe.

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