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Radici


Quando il giorno mangia la notte e la cancella nei suoi colori pastello, mi soffermo per un momento a osservare la strada sotto casa mia. Una lunga colata d’asfalto che sembra non avere mai fine, diramata in più direzioni e sposata alla promessa di conservare nella vecchia quercia, incastonata nel grigio cenere del parcheggio, i ricordi di un quartiere cambiato per sempre.

Là ci sono ancora le mattonelle in pietra, costeggianti il muretto sbrecciato in più punti, il giardino incolto della sora Ninetta, morta da anni ormai e le mura consunte dal tempo del chiosco dei nonni. Sembra tutto identico a se stesso. Ma in realtà è solo l’illusione creata dalla nebbia del passato.
Il bar ha nuovi proprietari e la piazza, prima occupata da sporadici tavolini di ferro e sedie di plastica, ha lasciato spazio a una costruzione pre-fabbricata, riparo degli avventori durante l’inverno più freddo e sudario intriso d’umidità in estate. Se nonno avesse assistito a quest’evoluzione avrebbe di sicuro storto la bocca in una smorfia di disappunto, rimproverando i figli di non aver voluto ereditare il lavoro di una vita. Della sua vita.
L’ansia del progresso s’insinua ovunque e qui resta mescolata agli scheletri degli anni ottanta e novanta. Fantasmi disposti in fila sui marciapiedi, in attesa di una pace inarrivabile e confusi dal non riconoscere il posto dove hanno consumato il fiato dell’adolescenza.
Tutto si perde e di rado può essere ritrovato.
Il sole s’è nascosto dietro le nuvole e non è per nulla intenzionato a vincere la pigrizia del sonno notturno. Se ne sta ritto ad ascoltare il brontolio della pioggia appiccicata sui lembi del cielo. Peccato. Avrei voluto un fine settimana immerso nella luce vera della primavera.
Penso alle radici. Alle origini d’ognuno di noi. La terra dove nasci ti lascia segni sulla pelle, bruciature che non si vedono ma si sentono, ferocemente impresse in ogni centimetro dell’anima. Non si può dimenticare chi siamo stati. Non si può far finta d’essere venuti da altri luoghi. Io almeno non ci riesco.
E così se un domani mi allontanerò da qui, porterò nel cuore questi luoghi. Il profumo del caffè macinato dalle mani ruvide di nonno. Le voci della gente ferma ad aspettare l’autobus. Il sapore dolce dei cornetti. Il rumore delle scarpe nelle pozzanghere nei giorni di pioggia. Il silenzio dell’estate, inseparabile compagno del calore soffocante scivolato contro il ventaglio di nonna, accomodata sotto l’ombrellone. Le corse in bicicletta. Il rifugio nel caotico magazzino. Gli amici pieni di sogni semplici.
Pezzo di mondo fuso con me.


Foto mia. Tutti i diritti riservati.
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