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Un pezzo di paradiso


Profumo di gelsomini. Lo sento forte intorno a me, come da bambina quando correvo lungo il perimetro del tuo chiosco verde per nascondermi da invisibili mostri diurni. Intenso m’impregnava il naso e i vestiti e i sogni diventati all’improvviso tutti bianchi con qualche rado sbuffo giallo. Faceva caldo anche allora. Faceva caldo allo stesso modo di oggi. L’asfalto assorbiva il fiato del sole e ce lo restituiva carico d’afa.

I tavolini, disposti in disordine lungo il perimetro del locale, erano una macchia azzurra stagliata contro il giardino incolto e la siepe che tu potavi un po’ a casaccio quando la vedevi troppo folta. L’unico ombrellone aperto offriva riparo ai soliti clienti del giorno. Amici o poveri disgraziati che là trovavano un pezzo di paradiso dove dimenticare il proprio male. Non t’importava di far credito eterno. Per te era importante sorridere. Sentire le voci. Preparare il caffè con quell’inconfondibile rumore meccanico, quel clac clac che segnava a ritmo regolare la caduta dei chicchi macinati dentro l’incavo della macchina.
Qualcuno s’è stupito della nitidezza di certi ricordi. Io no. Nel tuo bar ho trascorso la mia intera infanzia e ogni giorno, ogni piccola cosa fatta insieme, credo si sia fusa insieme al sangue e al cuore, in una bella nenia che continuerò a narrare.
Perché non voglio dimenticare.
Perché quando arriva questa data sento il bisogno di fermarmi. Di chiudere fuori il mondo e di toccare con il pensiero le immagini del nostro passato che sanno di tante cose diverse. Cornetti alla panna, cappuccino, fiori appena sbocciati, miele, granite alla menta consumate seduta sul frigo dei gelati, acqua bevuta mentre fuori le stagioni imperversavano indifferenti.
Lo ammetto, mi capita di piangerti ancora e di ridere altrettanto.
Ti voglio bene, nonno.


Foto di intao
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