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Realismo simbolico


Ho sempre sostenuto che si può scegliere per il proprio romanzo qualsiasi tipo d’ambientazione, a patto d’informarsi sulle usanze, i costumi e la topografia del luogo scelto. Mi sono parzialmente ricreduta su questo. È vero che una storia si può svolgere in Italia come in America o che ne so in Giappone.
Quello che però serve per renderla “vera” è vivere il posto scelto. Sentirne i profumi. Mangiarne i cibi. Calpestarne le strade. Solo così, a parere mio, si può ottenere davvero una buona cosa e non una scimmiottatura di un posto lontano.
Questo per chi appartiene al filone “realistico”.
Me ne sono resa conto mentre pensavo alla stesura del nuovo libro e inciampavo in una serie di difficoltà insormontabili. Modi di essere diversi dal mio. Distanti e impossibili da capire nel giro di poco o attraverso le parole di chi là c’è cresciuto. Alla fine cancellavo e riscrivevo, cancellavo e riscrivevo senza venirne a capo. Mi sono sentita come una che ha una vicenda nella testa ma non riesce a tradurla in parole perché le mancano i mezzi.
Ecco perché alla fine ho deciso di cambiarla, adattandola alla mia città, alle mie abitudini, alla mentalità che è di qui. E come per magia l’inizio del primo capitolo ha iniziato a prendere forma. Come per magia ho potuto cominciare ad immergermi nei personaggi. A percepire quello che percepiscono loro. Senza più blocchi o dubbi.
C’è una riflessione, in proposito, fatta da Pavese sul “Mestiere di vivere”, nella quale mi ritrovo perfettamente: “Ci vuole la ricchezza d’esperienze del realismo e la profondità di sensi del simbolismo”.


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