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Faim (V.M. 17 anni)


Luce.
Danza su petali di pesca, Corinne. Un passo, una pirouette e le braccia si muovono fendendo l’aria. È gremito di gente il teatro. Gli sguardi di tutti se li sente addosso e le piace.  Un jeté, i capelli si agitano sulla schiena, dita di miele. Sorride. Sei qui. Pensa e lo sente, anche se non può vederlo, i fari del palcoscenico quasi la accecano, gettando ombre lunghe sul pubblico. Il mio peccato, sei il mio peccato Jean. La bocca di velluto dell’uomo le sporca i ricordi, spingendola in fondo al piacere più sublime: quello dei sensi.
Applausi.
Corinne Monnier si morde la punta della lingua. Nessuno se ne accorge, neanche il suo partner o il coreografo, immobile dietro le quinte a spiare le curve perfette del suo corpo, una strada lastricata di latte. Se potesse ballerebbe nuda su quel palco, solo per lui, solo per percepire i suoi occhi spogliarla dell’anima.
Fremiti.
Il sudore si infrange sulle spalle. Cade sul collo e si rifugia nell’incavo dei seni. Vorrebbe fosse Jean a toglierglielo via, assaporando, minuto dopo minuto, il profumo della carne corrosa di piacere.

Buio.
L’odore di piscio e cloroformio la stordisce e confonde. Non vede niente. Ogni cosa è confusa con l’oscurità. Macchie informi gettate contro i muri, vento gelido riverso su di lei, aggrappato alle giunture delle gambe divaricate. Non riesce più a pensare Corinne. I pensieri sono solo lamenti incisi sulle labbra, assorbiti dalle orecchie e fusi alle grida intrappolate nella gola. Cerca di muoversi: non può. Le cinghie scavano sui polsi e le caviglie cicatrici eterne.
Un rumore.
Lo stomaco vibra. Un tremore violento la graffia.
È arrivato.
La notte l’avvolge del suo manto. Gli scarponi strusciano sul pavimento, sembrano strofinare via la polvere accumulata ovunque. Corinne vede la sua sagoma muoversi nella stanza, avverte le unghie accarezzarla. Solleva gli occhi e il suo blu va a confondersi all’ocra innaturale delle sue iridi.
Dolore.
Inarca il busto, mordendo con forza il cuoio affondato nella bocca.
Il sangue cola dalle cosce. Le dita strappano via brandelli di carne.
Uno dopo l’altro.
«Conserverò ogni pezzo di te, mon petit papillon.»
La voce dell’uomo è un bisbiglio roco. Il canto di un gufo morente. Slaccia la cintura e sfila via i jeans, allontanandoli da sé. Sente le mani bagnate.
Sorride. Gli piace. La mia venere puttana.
Le lecca avido mentre, nudo, scivola su di lei.
Corinne serra i pugni. Il corpo sembra implodere. La percuote fin nelle viscere,  affondando i denti nei tagli dello stomaco.
«Sono il tuo peccato, Corinne. Dimmelo, voglio sentirlo.» Ansima e le strappa via la benda.  «Dimmelo ancora, dimmelo sempre mon petit papillon.»
Bisbiglia, strusciando la guancia sul suo seno.
Il silenzio inghiotte il reciproco respiro.

Luce.
Jean Mathieu è chi non avrebbe mai dovuto incontrare. Corinne se lo ripete, mentre l’osserva affamata spogliarsi di fronte a lei. Senza inibizioni. Senza sentirsi sporca. Ama vederlo muoversi con nulla indosso, studiare ogni sua singola vibrazione, ballare sul letto come una puttana e aspettare la sua febbrile eccitazione. Non ha nessun altro pensiero. La notte e il giorno e poi ancora la notte e il giorno. Rinnegherebbe la famiglia per tenerselo dentro senza inutili pause.
«Mi ami mon petit papillon?»
Sogghigna a questa domanda. Gliela fa sempre prima di iniziare. Le labbra vicino alle orecchie, la lingua sul lobo e le parole pronunciate in un sussurro. Non gli risponde mai. Si limita a toccarlo, a percepire sui palmi la voglia di averla.
E a Jean basta. Non pretende altro.

Buio.
Grida, Corinne. Grida e non crede di averlo fatto mai. La sua voce le arriva distorta. Non capisce neanche se stia parlando. Ha la saliva impastata di disperazione. La faccia affogata nelle lacrime. Jean la fissa. Mastica un pezzo della sua papillon, l’ennesimo.
Il ventre è corroso, aperto all’oscurità del magazzino. Il sangue imbratta il volto, il collo, il petto di lui che se ne compiace, rapito dall’orgasmo.
Piega indietro la testa, chiudendo gli occhi. Resta immobile. Il cuore sembra impazzito. Il sudore si confonde al resto.
«Sì … mon petit papillon … conserverò ogni pezzo di te.» Si china di nuovo sulla ragazza.  «Saremo un’unica cosa.» Le labbra si curvano in un riso storto mentre immerge i denti nell’intestino. «Fusi.»


Foto di cambiodefractal

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