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Nessuno può fermare il giorno che muore




Lascia spazio alla luce ocra del Phillies la notte appena nata. Il silenzio della strada gratta sull’asfalto e arrampicandosi sulla vetrata del locale s’insinua nei suoi antri, assorbendo i respiri degli astanti. Avventori di un giorno che muore. Si mescola, la quiete, al rumore dei bicchieri sciacquati nel lavello da Philip, litania senza tempo né poesia.
Occhi puntati avanti, il ragazzo osserva gli edifici esterni. La musica, mandata in filodiffusione, si espande tra le pareti in un pianoforte struggente, lacrime di note. Nessuno ha voglia di parlare.
Johanna stringe tra le dita un accendino e le sue iridi, ebano di un notturno mai dimenticato, studiano la sua immagine proiettata sull’oggetto argentato. Pare non avere più domande. È chiusa in una dimensione fatta solo di smorfie accennate, di una bocca che si piega in espressioni distorte.
Peter le siede accanto. Il cappello crea ombre sul suo viso contratto.  La mano serra una sigaretta spenta, sfiora, impercettibile, le dita della donna e anche se lei sembra non accorgersene, un brivido le attraversa la schiena, increspandole la fronte.
«Dove andremo, adesso?»
Parla alla fine e la sua voce risuona nella caffetteria come velluto steso sulla carne.
«Non lo so, Jo.»
«Ci staranno già cercando.»
L’uomo tace,  tocca la tazza al suo fianco e se la porta alle labbra, sorseggiando il caffè. I pensieri viaggiano lontani, a quelle primavere di promesse recitate sopra il ponte di Brooklyn, mentre l’Hudson cantava la sua ninna nanna d’acqua. Non torneranno più quei momenti, pensa, annegando quella consapevolezza in uno sguardo carico d’amore verso Johanna. Amore e nostalgia.
«E se andassimo a New Orleans? Hai sempre detto che visitarla era il tuo sogno.»
Jo accenna un sorriso e timida scansa una ciocca miele dietro l’orecchio.
«New Orleans …» Ripete e il nome si smarrisce in un sussurro. «Sì, sarebbe bello.» Conclude voltandosi verso il compagno.
Philip afferra il canovaccio e lo passa veloce sul ripiano di fronte. «A New York ci si innamora, a New York si inseguono sogni tra i vicoli.» Dice ed è come se rivolgesse a se stesso un discorso iniziato in precedenza ma lasciato in sospeso. Non guarda nessuno, la sua attenzione si sposta da una parte all’altra, intrattenendosi sulla via deserta, abbracciata dalla semioscurità. «A New York c’ho lasciato il cuore. E molto di più.»
Johanna passa le dita sul bordo del bancone, si stringe nelle spalle. Sospira. Peter si ammutolisce e l’accosta a sé, avvolgendole un braccio intorno alle spalle. La bacia sulla nuca.
«Andrà tutto bene, Jo. Andrà tutto bene.»
Lei non replica. Spia, affranta, l’uomo accomodato a poca distanza da loro. Gioca con una moneta, senza alzare la testa. Il cappello, calato sul viso, ne cela le sembianze. Il respiro lento pare sposarsi alla melodia, armonizzarsi ad essa.
«A New York ci si innamora, a New York si inseguono sogni tra i vicoli.» Di nuovo Philip sussurra la sua storia, la biascica a fatica versando caffè allo sconosciuto. Non incrocia i suoi occhi, è perso nel suo passato vivido quanto quella sera di settembre. «A New York c’ho lasciato il cuore. E molto di più. Molto di più. Molto … di … più.» Si spegne nella gola l’ultima frase, intrappolata nella saliva che scorre sul mento e si posa sulla camicia, spandendosi in una macchia incolore.
«Mi dà un brandy?» Johanna gli si rivolge ma lui resta seppellito nel suo universo. «Ehi, mi ha sentita? Mi dà un brandy per cortesia?»
«A New York c’ho lasciato il cuore. E molto di più.» Risponde e le versa il liquore.
La donna afferra il bicchiere, sorseggiando avida il contenuto.
Il suono del pianoforte sfuma, coperto da sirene percepite in lontananza. Peter si gira di scatto e resta immobile a fissare il suo riflesso coperto dalle ombre. La fronte s’imperla di sudore. Cerca e stringe la mano di Jo.
«Non c’è possibilità, Peter. Lo sapevamo.»
«Non sanno che siamo stati noi.»
«Era mio marito. E io sono scomparsa.»
L’uomo trae un respiro profondo, preme la fronte contro quella di lei. Chiude gli occhi. Avrebbe voluto regalarle il mondo.
Philip dà una scrollata di spalle e adagiando le braccia di fronte all’altro estraneo, si sporge nella sua direzione. La voce, ora, è un sibilo roco.
«A New York c’ho lasciato il cuore. E molto di più. Molto di più.»
Lo sconosciuto ripone la moneta in tasca. Alza lo sguardo verso il giovane, studia il platino di quei capelli corti e ben pettinati, scivola fin dentro le pupille catturandone l’essenza e il dolore.
Il rumore delle auto si fa vicino, inghiotte la musica. Jo si morde un labbro e abbandona lo sgabello avvicinandosi alla porta. Il compagno la segue, lasciando i soldi sul ripiano. Le si accosta e circondandole la vita con un braccio indugia sulla soglia.
La donna annuisce.
Philip afferra lo sconosciuto per il bavero della camicia. L’altro tace e piega le labbra in un sorriso storto.
«Phil … lo sai. È la regola.»
«Che ho fatto di male, che ho fatto di male per avere questo?»
«Ti sei ammazzato per amore, Phil. Lo sai.»
«Lasciami in pace.»
«Non è possibile, Phil. Mi dispiace.»
Le parole arrivano attutite dalle sirene alle orecchie di Johanna e Peter. Girano la maniglia e si voltano indietro, alla vetrata che sembra chiamarli in un’eco scordata. Tacciono e gridano toccandosi i volti. Volti deturpati dal sangue e scavati fin nelle ossa. Indietreggiano, uscendo sulla strada, nella notte bagnata d’oro, flagellati da colpi nati da un passato riverso sul presente e immobilizzato nell’eternità.
Nessuno può fermare il giorno che muore.
Philip urla ma le sue dita brandiscono il coltello e squarciano la sua gola, annegandolo in un porpora delirante. Il fiato si spezza nell’istante.
L’avventore torna al suo posto, nell’attesa che tutto ricominci.




Immagine quadro di Hopper: Nighthwaks  
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