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Le frustrazioni di una scrittrice perennemente aspirante



E va bene. Cinque anni fa termino di scrivere il mio primo libro e piena di belle speranze lo impacchetto e lo spedisco a vari editori. Risultato? Un’interessante collezione di proposte editoriali a pagamento, silenzi e cortesi rifiuti. Poco male, mi dico, vuoi che mi arrenda per così poco? Il mio secondo nome non è forse “tenacia”?
Mi prendo un periodo di riflessione, chiedo in giro, m’informo se magari ho partorito un’emerita “puttanata” indegna di essere pubblicata. No, mi rassicurano, ma sai è ambientato in America e chi esordisce deve scrivere di roba che conosce. È giusto, infatti non mi ero adeguatamente informata sull’ambientazione, sono andata a casaccio, ho impiegato due anni e mezzo a scrivere solo per pettinare le bambole. Ma tant’è. Terminato di pensare a che pesci prendere concepisco una nuova storia. La volete italiana? È italiana. Storia di famiglia, un dramma articolato, una partita a scacchi. Ricomincio il solito tram tram con il sacro fuoco della convinzione. Stavolta non me lo possono bocciare e no, cavolo. Ovviamente è andata nello stesso identico modo. Perfetto, inizio a pensare di avere l’attitudine a partorire mostri con il valore di una cippa lippa. Che fare? Getto la spugna? Non sia mai, anche se “tenacia” non mi sta più bene come appellativo, è più adatta la definizione “donna sull’orlo di una crisi di nervi”. Concepisco, nel lontano 2009, un altro romanzo, ora in fase di conclusione e raffino ulteriormente lo stile. Concretizzo l’idea stilistica: “come se si leggesse un film”. Sensazioni, profumi, musica, parole, gesti tutto diventa palpabile.
Oggi riprendo a leggere i siti degli editori per capire a chi inviare il dattiloscritto quando sarà concluso e cosa scopro? L’ennesimo pacco sorpresa per minare la mia fragile psicologia. Alcune case editrici vogliono non solo la sinossi (che io ODIO scrivere perché le mie trame sono sempre a incastro e sistematicamente esco pazza per riassumerle) ma anche la lettera di ACCOMPAGNAMENTO. In pratica “mi devo vendere” o per meglio dire “devo vendere il mio romanzo all’editore, presentarlo come un prodotto appetibile che può far fare soldi”. Premettendo che io sono sempre stata negata come venditrice (quando avevo una rivista con altri amici il settore vendite non era quello in cui eccellevo u_ù) mi è esplosa una crisi di panico. E mo che ce scrivo? Se fosse il romanzo di un altro saprei benissimo cosa dire, non mi sono laureata in lettere quasi con il massimo dei voti (109) per sport, ma quando si tratta di me mi sento spocchiosa e ridicola ad intavolare la mia auto promozione. Ma tanto non ho scelta.
Quindi, quando sarà il momento, farò un bel respiro profondo e cercherò di concentrare in una sola pagina (almeno la capacità di sintesi non mi manca!) i pro della mia storia.  
Ce la farò finalmente ad essere pubblicata? In un modo o nell’altro sì (ma non con un EAP).

Foto di Jamelah
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