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A un passo da te


Suoniamo. Non c’è più bisogno di parole. Siediti al pianoforte e lasciati guidare dal cuore, io ti seguirò con il mio violino, come ho sempre fatto, in punta di note, senza fare troppo rumore. La senti la mia voce? Sono questi do e si e fa sposati al mio respiro, sempre armonizzato con il tuo. Chini la testa da un lato quando segui lo spartito e la muovi un po’ su e giù. Un canto muto. Apro gli occhi e ti sbircio oltre l’ombra creata su di te dalle tende semiaperte.

Se lo sapessi aggrotteresti le sopracciglia, intimandomi di smetterla che la distrazione è cattiva consigliera. A me però non importa. Ti voglio guardare dal primo all’ultimo istante di questa nostra musica e dirti che “starò bene, anche senza di te”, piano piano, senza piangere. Non voglio mostrarti la mia debolezza e rovinare il tuo sonno placido, leggero come una notte di luglio.
Mi sembra di percepire i tuoi battiti oltre i rumori, oltre il frastuono del vento entrato nella sala a disturbare il nostro addio.

Rabbrividisco e stringo l’arco insieme a un brandello della tua camicia, quella che mi hai regalato nel giorno del mio trentesimo compleanno. Non è più bianca come allora, è diventata di un panna sbiadito, ma non importa e non sorridere, che le vedo le tue labbra piegarsi divertite. L’ho rovinata sbagliando il lavaggio. Quanto ci hai riso, quanto ci abbiamo riso?
Devo proprio lasciarti andare Vincent?

Non dici nulla anche se le mie corde ti sussurrano nelle orecchie e ti raccontano di momenti e ore spese ad ascoltare il nostro fiato o la quiete di un crepuscolo morente. Niente è mai contato più di te ma anche se l’hai sempre saputo te ne vuoi andare, abbandonandomi in una villa impregnata del tuo acre profumo.
Cerco il tuo sguardo, quei tuoi occhi cobalto e non li trovo perché li hai serrati, immerso nella tua melodia speciale. Le tue dita scivolano sui tasti in una carezza e vorrei toccarle, stringerle nelle mie e pregarti di restare qui, con me, in eterno. Senza paura di farmi male.
Sto sognando, lo so. Mi hai concesso questi stupidi minuti solo per farmi un ultimo regalo. 

La vedo sulla porta la tua valigia e il cuore si spezza in un impeto di ribellione. Eppure, manterrò la mia promessa. Vivere aspettandoti non è più possibile. Svegliarsi la mattina, vedere il giardino avvolto dai raggi solari, da un abbacinante bianco e sapere di essere sola è morire ogni minuto.
Cosa conta per te, Vincent?

Non hai mai risposto a questa domanda. Ti sei limitato a dirmi che te ne saresti andato, restituendomi la mia libertà. E l’hai fatto con una tale calma da cancellare ogni ulteriore supplica dalla mia bocca.
Forse non mi hai mai amata o magari l’amore per me non è mai stato importante quanto la tua arte. Vivi suonando e io non posso romperla questa magia, non ne sono capace.
Mi fermo, insieme a te.
Ti volti e finalmente mi osservi. Abbasso le braccia lungo i fianchi e chino lo sguardo sui miei piedi nudi. Una lacrima si infrange sulla guancia e spero che tu non te ne accorga. Chiudi il pianoforte e ti avvicini.
“Stammi lontano” vorrei gridarti ma dalla gola non esce alcun suono. Rimani a pochi passi da me ed è come se fossimo distanti centinaia di chilometri. Non ti tocco, non ti guardo, non parlo. Aspetto solo.

Tu sospiri, allunghi una mano e mi sfiori i capelli.
Mi lasci un bacio sulla fronte e ti allontani. Per un attimo indugi sulla soglia, afferrando la borsa.
Mi volto verso di te e taccio. Non sorridi, in fondo al blu delle tue iridi c’è il giuramento di un addio.
Stringo i denti e indietreggio mentre svanisci nel corridoio, amaranto come il tramonto.


Foto di Paul Clark Images
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