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Quando sarai lontana




La stanza è satura di noi. Ti stringo a me e vorrei che quest’istante non avesse mai fine. Possiamo rimandare indietro l’orologio e ricominciare tutto da capo? Sei così bella, bambina. Mi guardi, con questi tuoi occhi da cerbiatta e mi accarezzi la guancia, senza dire niente, mimando con le labbra un «ti amo» che sa già di nostalgia. 
Il sole invade ogni angolo, scaccia via il buio della notte e irrompe sui nostri volti a ricordarci che l’alba è arrivata e la tua valigia è pronta per essere presa e portata via, insieme a te. Fuori sento già le voci dei tuoi colleghi, i clacson delle automobili di servizio, i saluti masticati sulle labbra da mogli che stringono al petto i propri figli e i rosari, sperando che il tempo scorra in fretta. O pregando di non dover mai piangere sulla tomba di qualcuno.
L’alzabandiera c’è stato da un po’ e noi, come ogni mattina, abbiamo onorato l’amore per questo paese: mano sul cuore e orecchie tese ad ascoltare la tromba del soldato Shelton. Lui in guerra non ci tornerà più. Ci ha lasciato le gambe in Iraq ma sul suo viso non c’è ombra di pentimento né di disperazione: ha l’orgoglio del militare dentro di sé.
Come te, bambina.
Non so dove trovi la forza e il coraggio di sacrificare la tua serenità, di andartene con la consapevolezza che i nostri baci potrebbero essere gli ultimi. Ti sfioro i capelli, li attorciglio nelle mie dita e mi sembra d’impazzire. Io non potrei sopravvivere se tu mi lasciassi solo.
Se potessi, se fosse giusto, brucerei la tua dannata divisa, obbligandoti a domandare congedo. In fondo non hai già dato abbastanza all’America? Al mondo? Perché devi partire di nuovo?
Quando sei tornata, un anno fa, eri spenta, divorata dal dolore. Ti alzavi, nel mezzo del sonno, a piangere i tuoi uomini dilaniati da una granata o ammazzati a colpi di mitragliatrice. Mormoravi: «Mat aveva solo vent’anni, che faranno, adesso, i figli di John? E Isabelle, senza Thomas, dove andrà?» E io non sapevo come consolarti.
Le ferite dell’anima non si tolgono più, restano appiccicate sul cuore e ti cambiano: per sempre. In Afganistan hai lasciato una parte di te, non puoi negarlo.
Eppure sei pronta ad andare. Ancora.
Scivoli via dal letto, i tuoi movimenti sembrano passi di danza, ti vesti studiando il riflesso di te. La fronte si corruga, demolita dal pensiero di cosa ti aspetterà in quelle terre di nessuno, sai che sarà brutto. Leghi i capelli bruni e indossi la mimetica. I gradi brillano. Sei splendida anche così, bambina. Nonostante cerchi di annullare la tua femminilità, la conservi lo stesso, emerge in ogni tuo gesto. Dalle mani sottili, dalla bocca carnosa, dal seno pronunciato sotto la giacca. Io la vedo e maledico ogni minuto che dovrò passare ad aspettare,  chiedendomi se stai bene.
Dimmi bambina, io e te li avremo mai dei figli?
Vorrei  domandarti, ma le parole si perdono e non riesco mai a ritrovarle. Mi osservi adesso e sorridi, con quella tua dolcezza. Ti raggiungo e ti abbraccio.
«Andiamo.»
Dici alzando la testa. Annuisco, afferro la sacca e mi avvio alla porta, con te.
Il tragitto da casa allo spiazzale delle partenze è un viaggio nell’incertezza del domani. Sono tante le famiglie ferme ad osservare i propri soldati mentre prendono posto sull’aereo. I loro scarponi rimbombano nel silenzio. Un silenzio di paura e speranza e onore.
«È ora.»
Bacio la tua fronte al gusto di vaniglia.
«Torna da me, bambina.»
Riesco a sussurrare solo questo.
«Sempre.»
Rispondi e ti allontani, confusa a quel verde di casacche e zaini.
Ancora uno sguardo al tuo volto di perla e il rombo dei motori accesi assorbe e sovrasta i nostri respiri.

Foto di Suki
Licenza Creative Commons

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