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La canzone persa nel vento


In estate Sam suonava sempre sotto il sole rovente di mezzogiorno, quando il calore era talmente asfissiante da bagnare le nostre camicie di sudore. Mai d’inverno.
«Non ci vengo qui quando c’è freddo. Finirei sotto al fango come quel tipo, quello che hanno ritrovato in primavera. Neanche gli occhi gli hanno lasciato.»
La conoscevo poco questa storia. Nonna mi tappava le orecchie davanti ai vecchi e ai ragazzi ricchi di città che se la passavano sulla bocca, leccandosi le labbra. Non era roba per me. Ma Sam me l’aveva detta lo stesso. Per farmi capire.
«Bambina non te l’ho raccontata per farti venire su la notte. Lo devi sapere come funziona il mondo ché altrimenti i mostri ti fregano e ti mangiano.»
Io ci credevo alle sue parole e mi piaceva starlo a sentire. La sua voce era morbida e calda. Una coperta di lana sul cuore.
«Ma se ho bisogno, tu mi vieni ad aiutare Sam?»
«Bambina, certo che sì.»
«Anche se piove?»
«Sempre.»
Sorridevo a quel “sempre”, mi piaceva il significato che aveva e, mentre sorridevo, gli chiedevo di suonare ancora. Cantavamo insieme. La campagna era muta, un’immensa piantagione di nuvole bianche. Gli stranieri stavano là in mezzo a raccoglierle. Ogni tanto gridavano che li pagavano un “soldo e un calcio e niente più”. Sembravano camminare sopra un cielo di terra. Sam storceva la faccia e bisbigliava che non si sarebbe mai fatto fregare.
«A me non mi incantano» diceva con quegli occhi neri neri, grandi e profondi. Se ne andava in giro tutto l’anno senza fermarsi troppo a lungo in un posto. Gli bastavano le elemosine per vivere.
«Quando la terra prende il tuo odore, te ne devi andare via.»  
Ci teneva alla sua libertà e sapeva che se le persone lo vedevano spesso in mezzo a loro gli veniva alla testa la voglia di bastonarlo e di farselo schiavo.
«Se Dio m’avesse fatto bianco magari avrei avuto una casa mia, bambina. Una di quelle con il tetto marrone, il giardino e il cancello. Mi sarei pure sposato e mia moglie sarebbe stata una gran donna, oh sì, puoi scommetterci le tue lentiggini! Mi avrebbe preparato caffè amaro e torta di mele tutte le domeniche.»
Era un sogno semplice il suo. Quando me lo confessava lo stavo a sentire con la bocca aperta e m’immaginavo che sarebbe stato fantastico averlo come vicino. L’avevo conosciuto a luglio due anni prima. Stava seduto sotto la grande quercia a farsi mangiare dal caldo. Io gli offrii da bere l’acqua del pozzo di casa mia.
«Attenta bambina, se ti vedono qua ti fanno più nera di me» disse subito. Ma là non girava nessuno. La terra era dei giganti scuri che cantavano in coro e ridevano con i loro denti bianchissimi. Anche Sam ce li aveva così. Erano tanto belli.
Quando il cielo si schiariva e le persone iniziavano a parlare del grande fiume lasciando le valigie sotto i portici, correvo alla collina ad aspettarlo. Sapevo che sarebbe venuto. Nonna però alla fine l’ha capito.
«Rose devi dirglielo a quel negro che ti lascia perdere. Non viene niente di buono da quelli come lui. Servono solo per tirare via il cotone.»
A me non importava della sua paura: non aveva senso. Sam non mi avrebbe mai fatto del male ed io gli volevo bene.
Non so cosa gli sia successo.
Un’estate non è più arrivato.
L’ho aspettato per tutti i mesi di vacanza ma inutilmente. Ho anche scavato dove avevano buttato quello e pure se avevo il terrore di trovarci lui, insieme alle ossa dell’altro, sono andata avanti.
Se l’avevano ammazzato, gli avrei dato degna sepoltura. Ma niente c’era a parte i resti dello straniero e sulle facce abbronzate dei ragazzi ricchi non vedevo tracce di segreti. Stavano tutti zitti a discutere delle solite cose.
A me Sam manca ancora, anche se adesso ho quindici anni e non sono più “bambina”.
Allora, mi siedo sotto la nostra quercia e canto la sua canzone che si perde in mezzo al vento di luglio.


Foto di arisenandrejoice
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